L’entrata in scena del mostro

Serie: Carenze a fettine


NELLA PUNTATA PRECEDENTE: Il vero mostro entra in scena.

Lo sento adesso che sono seduto. Sono davanti al mio monitor e sono fermo e immobile, teso, non riesco a girare la testa. La paura mi ha paralizzato i nervi riesco a malapena a respirare attraverso il naso cercando di non fare rumore. Nella stanza c’è solo silenzio e c’è la luce bianca del monitor che mi inonda il viso già pallido come uno straccio creando un effetto tra l’horror e il ridicolo. Sembro un fantasma terrorizzato che sta cercando di scrivere una mail, mentre le mani digitano tremanti pigiando lentamente tasti a uno a uno.

Mi sforzo di concentrarmi sulla missione che ho davanti a me: scrivere un’e-mail a Marcella e convincerla a tornare con me

So che, se Marcella non tornerà, potrei fare male a lei o a me stesso, o anche a tutti e due e non voglio farlo, non voglio fare del male alla donna che amo. È tutto solo nella mia testa, nei miei incubi. In quel terribile incubo dell’altra notte.

Quindi mi concentro sulla mail. Inizio a scrivere con un tono rassicurante, cercando di convincere Marcella della verità delle mie parole. Ma sto già mentendo e lo sto facendo anche a me stesso. Ci provo, sento che devo farlo assolutamente.

Scrivo che lei è l’unica donna che ho mai amato, che non posso immaginare una vita senza di lei. Ma poi la rabbia prende il sopravvento e scrivo cose che a rileggerle sembrano scritte da un pazzo maniaco:

“Infilzerò il coltello nella tua schiena mentre ti prendo di sorpresa e poi ti taglierò a pezzettini piccoli con un’ascia…”.

Rileggo sbigottito quello che ho appena scritto e non riesco a credere a quello che vedo. È come se le mie dita fossero state possedute da uno spirito malvagio. Come ho potuto scrivere una cosa del genere?!? Le mani tremano tantissimo e ho un forte sussulto di paura che mi fa sobbalzare all’improvviso dalla sedia. Sono spaventato e in preda al panico.

Ma un certo tutto quello che ho intorno e che fino a un momento fa sembrava girare si ferma e persino le lancette dell’orologio appeso alla parete restano immobili alle dieci e tre quarti. Tic tic.

MI siedo di nuovo cercando di calmarmi e cancello quello che ho scritto e ricomincio con: “Sei la mia unica stella”. Continuo. Ma poi all’improvviso sento quella sensazione. Inizio a percepire quei movimenti lenti e costanti provenire dal piano di sotto.

Sono i suoi passettini, piccoli, minuti passettini. Iniziano a fare rumore sulle scale, piano ma costanti. Il mondo si ferma e in un attimo lo sento arrivare dietro di me e appena sopra il collo avverto il suo fiato mi fa venire la pelle d’oca. Non faccio neanche in tempo a girarmi che all’improvviso mi appare una busta marrone di carta davanti agli occhi che contiene qualcosa e che mi pendola davanti agli occhi.

La tiene davanti a me con indice e pollice, mentre resta dietro la mia schiena, senza dire una sola parola, nel suo vecchio cappotto. Le dita sono striate di rosso e sono rugose. Ho paura, una paura che mi prende il petto e forse anche l’anima.

Con un ghigno di terrore sul viso afferro velocemente la busta bianca con le mani e lui scompare all’improvviso come se non ci fosse mai stato. Come un fantasma. Come fumo che si dissolve nella nebbia. Come un Demone che torna nell’oltretomba dell’inferno.

Intanto mi calmo e apro la busta, dentro trovo un cornetto da cappuccino cosparso di pezzetti di cioccolata.

Era mio padre novantenne.

Il Demone del mio subconscio.

Questo nuovo episodio si sta ripetendo tutte le mattine da quando è iniziato a soffrire di demenza ma solo adesso, ha bisogno di me. Ma io ho un terrore di lui infinito che risiede in una lunga storia di abusi da quando ero piccolo. Ho una paura fottuta, ogni fottuta mattina e ogni fottuta mattina si ripete lo stesso rituale del cornetto mentre io muoio letteralmente di paura perché riesce a farsi trovare dietro di me sempre senza fare il più minimo rumore. Sento solo il suo fiato sul collo ed è identico a quello della morte. Perché io l’ho sentito davvero il fiato della morte che soffiava forte sulla mia pelle.

Ho paura addirittura che lui un giorno mi accoltelli da dietro.

Mio padre è sempre stato ambiguo e non mi ha fatto trascorrere certamente un’infanzia e un’adolescenza felice. Mio padre è sempre stato il carnefice delle mie scelte e adesso mi ritrovo a doverlo accudire da solo come se in qualche modo fosse lui mio figlio ma la sua presenza genera in me un costante senso di angoscia tutto il tempo che sono a casa con lui. Qualcosa di terribile, che va oltre il tempo.

Quella sera stessa decido di agire.

Serie: Carenze a fettine


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Discussioni

  1. Ho cominciato a leggerti da questo episodio, sono una nuova iscritta. Perché ti sei fermato con la scrittura? Stavi trovando parole che io (con una esperienza probabilmente simile alla tua e molti anni in più) sto ancora cercando. Non pensi di riprendere?