L’ERRORE

Serie: BLOODPLAY


NELLA PUNTATA PRECEDENTE: C'è una ragazza lontana da casa. Ci sono le sue lettere. C'è un uomo con lei, in questo momento... e un karma silente, che lavora. Racconto in 5 episodi NON ADATTO A LETTORI SENSIBILI.

Milwaukee, 29 gennaio 1980

Caro Sam

quante volte ti ho detto di non lasciarla gironzolare senza guinzaglio!

È già andata fin troppo bene che non sia stata lei a mordere qualcuno (sai com’è fatta Cora: è una cagna lunatica!)

Certo però che quegli zotici dei Logan dovrebbero mettere una museruola ai loro animali!

Il mese scorso papà… e adesso Cora.

Per fortuna che Tyron non l’ha sbranata!

Strano però: è sempre stato un cane così tranquillo.

Senti, per quell’altra cosa, invece, non ti devi preoccupare: è tutto risolto.

Il Wisconsin è pieno di svitati.

Tipi bizzarri che bazzicano per strada in cerca di quelle “facili”.

Ti ripeto che non serve a nulla allarmarsi o fare denunce: sono sicura che s’è trattato solo di un pervertito.

L’avrò visto sì e no due volte all’emporio, prima che mi facesse quella proposta raccapricciante.

E sapessi lo schiaffo che s’è beccato!

Stai sereno, Sam: non ci riproverà.

Un abbraccio grande

Arly


Un verme. Cieco, tenace, inquieto.

Un verme che non smetteva di frugare, che s’insinuava, scivolava, le si contorceva nelle budella; l’attrito umido di due mucose antitetiche, polpa su polpa.

Polpa che scavava altra polpa, che si gonfiava, si afflosciava; uno sbattere spasmodico, un fremito di sciame, sciame di calabroni annidati nelle profondità, nel ventre, nei visceri.

Il grufolare dell’uomo, il suo ansimare, il suo scavare laggiù, alla ricerca di Dio: un Dio annidato nelle pieghe della carne, dentro a un respiro, in un rantolo, in un odore, e lui, bestia bavosa, cane immerso fino alle orecchie nella sua ciotola, cercava di afferrarlo, di ingoiarlo.

Voleva baciarlo quel Dio: un bacio vorace, con la lingua. Un bacio profondo e senza ritorno.

Il disgusto montò come una scarica improvvisa, una scarica che le salì dalla gola, un brivido che s’irradiò lungo la pelle, fin sotto alla maschera, quella maschera nera, in neoprene, che le aderiva al viso. Sopra la maschera, due lunghe orecchie da coniglio, orecchie glabre e ritte, che sbatacchiavano contro alle cosce del Reverendo.

C’era quasi, lo sapeva: lo sentiva pulsare.

Un battito rovente contro il palato.

Ci fu un fruscio: dita svelte sondarono periferie oscure, trovando qualcosa. Qualcosa di proibito.

Poi venne il clangore.

La stanza si rovesciò come un enorme dado finché non giunse lo schiaffo sordo del pavimento.

A carponi, le mani a terra, il fiato spezzato, la morsa sulla collottola: cinque dita che stringevano, che premevano, e la voce, la voce che le annegò i timpani.

«Credevi che non ti vedessi?»

La cintura strappata di mano, il bagliore della fibbia davanti agli occhi, l’aguzzo ardiglione sventolato sotto alla faccia.

«Ti piacerebbe, eh? Vorresti tanto ficcarmelo nel collo. Non è così? E poi? Che farai?»

Come se non fosse stato già abbastanza grave l’impiccio in cui li aveva messi per colpa di quel vigliacco di Sargàn.

Sì: sapevano tutto. Eccome se lo sapevano!

Lorrain gli aveva staccato metà faccia, un pezzo dopo l’altro, ma alla fine il coglione aveva cantato: s’era preso una sbandata.

Era pazzo di lei! Di Arlène, la gatta morta!

La piccola ribelle che sognava la libertà.

Una libertà che il povero idiota s’era impegnato a donarle. Anche se da lì non c’era uscita.

E Sargàn, il suo Sargàn, il cavaliere, il salvatore… ormai non esisteva più.

Se non sul fondo del Michigan.

«Sei mia. Capito? Mia e di Lorrain».

Proprietà, oggetto, cosa.

Il territorio andava segnato, marcato, posseduto: così funzionava fra i maschi del Wisconsin.

Un fiotto caldo, liquido, le esplose in faccia: un sapore di caffè salato, ammoniaca e aceto le invase le narici, poi la gola, finché il disgusto non le mozzò il respiro e lo stomaco non si rivoltò.

L’uomo rise, eccitato.

La sdraiò che ancora vomitava.

Faccia in su, sedere all’aria, gambe gettate oltre la testa, quasi fosse un boomerang spezzato, mentre lui l’assaliva dall’alto.

Arlène, nuca e scapole a terra, si contorse in preda al dolore, e più le ginocchia le premevano sul volto – la maschera che era il volto – più sentiva come un pistone che le pompava nelle viscere.

Il Reverendo ansava e grugniva, in piedi, in quella posa da sumotori, sopra lo sguardo assente della donna, sul suo mondo capovolto dal quale ella poteva scorgere solo un sacco flaccido, ciondolante, che le sferzava il sesso, mentre gocce vischiose già le piovevano negli occhi come stille di chiare d’uovo; un cieco sbattere, il respiro rotto dal ritmo incalzante, fiato grosso, fiato bestiale, e lei, sotto di lui, non era più niente, non più forma umana, solo un cumulo di carne penetrata forsennatamente.

Quell’idea ne amplificò la ferocia, anche se a esaltarlo era più il sentirla bruciare sotto di lui, il percepire la febbre misteriosa che la divorava, il puzzo chimico del suo sudore anomalo, il bollore di quello sfintere cedevole che lo accoglieva, arreso e scottante, col turgore tipico di un’infiammazione.

Lei pregò: pregò il Cielo, pregò la fine, pregò la morte. Non tanto per l’ennesimo schifo che le si riversava dentro, né per il terrore che le vertebre le si spezzassero, e neppure per il dolore che le squarciava il ventre, che le spingeva le budella fin su per la gola. No.

Pregava solo che cessasse la vergogna.

«All’emporio, quel giorno, non ti saresti mai aspettata di finire così, vero?»

La voce adesso era un rantolo, il fiato gli sfuggiva. Finalmente s’era placato.

Una carezza le scese lenta sulle reni.

Da laggiù, dal pavimento, Arlène colse solo l’enorme schiena dell’uomo, vasta e glabra superficie lunare, ritta al di sopra delle natiche e delle robuste gambe divaricate: i dorsali aperti e nodosi, palpitanti nella fioca luce del neon, come ali incarnite che tentassero di spiegarsi.

Tutt’attorno, il buio. Buio pulsante. Buio elettrico.

«Hai schiaffeggiato Lorrain, lo hai trattato come uno dei tanti pezzi di merda che ogni giorno venivano a mendicare il tuo lurido buco… oh, coniglietta: è stato un errore imperdonabile.

Sai: bisogna stare molto attente quando si è sole… a mille miglia da casa…»

Serie: BLOODPLAY


Avete messo Mi Piace8 apprezzamentiPubblicato in Narrativa

Discussioni

  1. Avrei dovuto evitare di continuare a leggere questa serie alle dieci di sera, al buio, prima di dormire.
    Giuro che la chiusura, con quella frase del Reverendo, mi ha fatta sentire osservata e mi ha fatto accapponare la pelle. Forse, più di tutto ciò che subisce Arlène.

    1. La violenza umana è la cosa più orrorifica che possa esistere, perché abbiamo la certezza matematica che esiste, che è provata e documentata ogni santo giorno. Questo racconto però, come vedrai se avrai la pazienza di seguirlo fino alla fine, va oltre questa tematica, ragionando su un concetto di colpa e punizione, proprio come la piccola “colpa” della protagonista (uno schiaffo) che si trasforma in una punizione smodata e bestiale. Grazie ancora, Mary🙏🏻😊

  2. Un testo coraggiosissimo, scritto in maniera impeccabile e senza lasciare nulla al caso. Le immagini sono incredibilmente vivide, come guardare un film.
    Aspetto il prossimo capitolo! 👌

    1. Ciao Giuseppe! Grazie mille per la lettura!🙏🏻 È uno dei racconti che ho revisionato più volte, proprio per la difficoltà di trattare questa tematica, per toccarla piano e forte allo stesso tempo. Sono felicissimo che tu abbia apprezzato!😊

    1. Ciao Roberto! Grazie della lettura!🙏🏻Questo era l’episodio più difficile da scrivere (e da leggere) 😬 volevo suscitare un senso di claustrofobia e una specie di vergogna voyeuristica in chi legge. Un fastidioso senso di sporcizia. E rabbia

  3. Ecco cosa succede quando chi sa scrivere bene affronta certi argomenti! Ho scosso il capo diverse volte dopo aver finito la lettura. Un vero incubo, questo Reverendo, vagamente riverberante di una versione demoniaca del Sorrentino dell’ultima ora. Complimenti, decisamente orrendo.

    1. Ciao Giancarlo! Grazie mille della lettura!🙏🏻 Ho cercato di rendere più orrendo possibile questo personaggio (e lo sarà ancor più nel prossimo capitolo) per un motivo ben preciso. Ho fatto l’impossibile per smussare la scrittura, cercando parole mordaci ma non volgari. È una grandissima soddisfazione sapere che hai apprezzato😊 Grazie ancora, Giancarlo!