L’esame
Serie: Planavamo a stento
- Episodio 1: L’incontro
- Episodio 2: L’inizio della frequentazione
- Episodio 3: La nascita dell’amicizia
- Episodio 4: L’aeroclub
- Episodio 5: Il volo
- Episodio 6: Il gruppo storico
- Episodio 7: Le ragazze
- Episodio 8: L’appuntamento
- Episodio 9: L’impatto con gli esami
- Episodio 10: Il primo esame
- Episodio 1: La bottiglia
- Episodio 2: Secondo tentativo
- Episodio 3: L’esame
- Episodio 4: L’Interrail-La partenza
- Episodio 5: Interrail-Il viaggio
- Episodio 6: Si ricomincia a studiare
- Episodio 7: Il piano
- Episodio 8: Un’audace incursione
- Episodio 9: Il colpo di mano
- Episodio 10: Effimera tranquillità
- Episodio 1: Nuove difficoltà
- Episodio 2: La sconfitta
- Episodio 3: Il colpo
- Episodio 4: La fuga
- Episodio 5: Una specie di addio
STAGIONE 1
STAGIONE 2
STAGIONE 3
Io non riuscivo ad assistere agli esami, perché le domande mi preoccupavano sia se le sapevo bene, perché pensavo che poi non le avrebbero fatte a me, sia se mi mettevano in difficoltà, perché mi rendevano insicuro. Decisi così di aspettare fuori mentre continuavo a sfogliare il libro per verificare velocemente che mi ricordassi bene le varie parti e approfittare per ripassare i passaggi che mi sembrava di ricordare male.
Carlo non aveva le mie remore e aveva deciso di stare dentro e assistere agli orali. Prima di me c’erano quattro studenti: i primi due erano quelli che avevano preso un voto sufficiente già allo scritto: erano due ragazzi che avevo capito subito che erano molto brillanti e stranamente non facevano parte del gruppo di quelli più rampanti: entrambi avevano già dato Analisi al primo appello e avevano fatto in tempo a preparare Geometria. Il primo prese 30 dopo aver fatto un ottimo orale da quello che mi disse Carlo. Il secondo era un compagno di Liceo di Carlo, ed era un tipo che mi piaceva perché sembrava incarnare esattamente l’opposto di quello che i rampanti sostenevano dovesse essere uno studente di Ingegnera: era un ragazzo sportivo, con una ragazza fissa, aveva fatto il Liceo Classico e lo si vedeva spesso leggere libri di grandi autori stranieri negli intervalli. Avevamo spesso parlato con lui e tutte queste sue caratteristiche me lo rendevano simpatico, ma non avevamo mai legato veramente perché lui sembrava sempre di passaggio in Università e andava via sempre subito dopo le lezioni. Anche lui prese un ottimo voto, 28 dopo aver fatto un bell’esame.
Dopo di lui ci furono altri due studenti il primo fece una prova più opaca, ma comunque fu promosso. Gli orali erano approfonditi, ma non sembravano così selettivi come gli scritti. In parte dipendeva forse dal fatto che quelli che erano lì erano i migliori studenti sui quasi cinquanta che si erano iscritti all’esame e che in buona parte non erano stati ammessi all’orale. C’era però anche un aspetto diverso che era quello che all’orale i professori non giocavano sull’effetto sorpresa dovuto a esercizi che non si erano mai visti, ma dovevano porre domande canoniche sul programma ed eventualmente dare delle indicazioni per farle comprendere allo studente e questo rendeva più difficile creare quello stato d’animo di completo spaesamento che si era verificato negli scritti.
Questo anche se i professori non erano superficiali o poco esigenti come vedemmo quando fu interrogato il quarto studente della lista. Il ragazzo era un tipo esile e mingherlino che sembrava sempre iperattivo. Lo conoscevamo poco perché era uno studente del secondo anno a cui era rimasto ancora da dare Geometria: Carlo mi aveva detto che ci aveva parlato e che in realtà aveva dato solo Chimica, Disegno e Fisica, con voti abbastanza bassi, e ora stava cercando di recuperare gli ultimi esami del primo.
Lo studente si era appena seduto e il professore vedendo il libretto e guardandolo comprese che era molto teso e che si sentiva in difficoltà. Probabilmente avendolo di fronte di persona non riuscì a essere intransigente come aveva dimostrato negli scritti e quindi volle fargli una domanda non difficile che potesse sbloccarlo. Così gli chiese: “Mi può dare la definizione di vettore?”
Il ragazzo, invece di rilassarsi e rispondere sicuro, visto che era una domanda su uno dei concetti fondamentali di quella materia, uno di quelli che si trovavano nelle prime pagine delle dispense, sembrò sorpreso e preoccupato.
“Il vettore è una…una freccia.”
In una materia che si basava su definizioni rigorose e più possibile precise era la risposta peggiore che si potesse dare e infatti io, che in quel momento mi ero affacciato nella sala degli esami, non potei trattenere un sorriso.
Il professore lo osservò con un’aria imperscrutabile e gli disse: “Potrebbe disegnarmi questa freccia.”
Il ragazzo lo fece con mano nervosa sul foglio davanti a lui.
Il professore lo guardava con un atteggiamento che sembrava perplesso.
Il ragazzo allora, per cercare di spezzare quel silenzio e rompere la tensione disse accennando un sorriso: “Professore, cominciamo male eh?”
Il professore non rispose, avvicinò il foglio verso di sé e lo girò in modo che la freccia disegnata puntasse verso la porta della sala.
“No, guardi, non cominciamo per niente. Vede la direzione verso cui punta la freccia?”
Il ragazzo annuì interdetto.
“Ecco la segua e vada pure, ci vediamo al prossimo appello.”
Subito dopo era il mio turno e il professore chiamò il mio nome. Io mi avvicinai e sentivo il cuore che mi pulsava nelle orecchie.
Mi sedetti e misi il mio libretto sul tavolo davanti a me e il professore lo prese e lo guardò brevemente, poi mi guardò e mi disse: “Mi parli lei della definizione di vettore.”
Io mi sentii sollevato e cominciai a parlare esponendo nel modo più tecnico possibile quella definizione.
Il professore annuì e poi cominciò con domande sempre più approfondite in cui però riuscii a difendermi abbastanza bene. A un certo punto mi fece una domanda sulla parte del programma che avevamo capito di meno, perché era verso la fine e la spiegazione sul libro era molto confusa.
Rimasi perplesso, ma non smisi di parlare e cominciai ad esporre i miei ragionamenti ad alta voce. Mi accorsi che questa era un’ottima tattica perché guardando l’espressione del professore mentre parlavo riuscivo a correggermi da solo quando ero incerto addirittura lui mi dava delle indicazioni per orientare meglio le mie risposte e seguendole riuscii ad arrivare alla fine limitando i danni.
A quel punto il professore parve soddisfatto e mi disse: “Va bene può bastare: le va bene 21?”
Io sentii un tuffo al cuore perché capì di avere superato l’esame e in quel momento non mi importava che il voto non fosse dei migliori.
“Si, certo.” Risposi.
Lui allora prese il libretto e ci scrisse il nome dell’esame, il voto e lo firmò e poi cominciò a compilare il verbale. Mentre lo faceva mi disse: “Guardi, lei mi ha dato l’impressione di non aver studiato molto, ma di saper ragionare.”
Io lo ringraziai, perché dal suo tono capii che apprezzava la cosa e anche perché dato che, visto che il problema non era che avessi studiato poco, ma tutte le circostanze avverse che avevo incontrato, mi sembrava che il riconoscimento sulla capacità di ragionare fosse un complimento straordinario.
Mi alzai e lo salutai e mi avviai verso l’uscita. Mentre camminavo mi sembrava che il pavimento mi ondeggiasse sotto i piedi, sentivo gli occhi che mi bruciavano e mi accorsi di avere sudato, anche se ero stato seduto tutto il tempo. Non mi rendevo conto di quanto tempo fosse passato e quando guardai l’orologio mi stupì di vedere che era trascorsa più di un’ora.
Guardai Carlo che mi diede una grossa pacca sulla spalla, ma aveva l’espressione tesa perché subito dopo di me toccava a lui. Io sentivo un enorme senso di sollievo, come quello che si prova quando si supera un pericolo, ma non riuscivo a essere contento, forse per il voto non alto o magari per qualcos’altro che ancora non riuscivo a individuare.
Il professore chiamò il nome di Carlo che entrò nella sala mentre io gli stringevo forte il braccio come segno di incoraggiamento.
Cominciò anche lui l’esame, ma non riusciva a usare il mio approccio fatto di loquacità e attenzione alle indicazioni del professore e faceva spesso dei lunghi silenzi quando le domande lo mettevano in difficoltà. Lui usava molto la memoria, perché non era predisposto per quelle astrazioni matematiche che non riusciva a capire appieno e certe volte si limitava a cercare di ricordare tutti i passaggi delle dimostrazioni o delle definizioni. Andava però in difficoltà quando il professore non lo faceva partire dall’inizio di un argomento, ma gli faceva domande laterali o delle applicazioni.
Stranamente però, a meno però di gravi errori o ingenuità, come quelli a cui avevamo assistito prima, i professori erano meno propensi a bocciare all’orale e quindi faticosamente anche Carlo arrivò alla fine. Dopo un’ultima stentata risposta il professore fece un cenno per far capire che poteva bastare e gli disse che secondo lui il voto era 18.
Carlo sembrò contrariato, ma si rese subito conto di non essere nella situazione di poter rifiutare e quindi annuì e così il professore cominciò a verbalizzare l’esame.
Appena Carlo uscì mi guardò con aria frastornata e ci abbracciammo. Poi prendemmo le nostre borse e ci avviammo veloci verso l’uscita: eravamo lì dentro da diverse ore e oramai era passata l’ora di pranzo e così volevamo solo andare a casa.
Quando fummo fuori dalla facoltà, nello spiazzo di fronte al capannone che la ospitava ci guardammo entrambi e lui mi disse: “Dai almeno è andata”.
Dentro le sue parole però percepivo lo stesso crescente senso di disperazione che provavo anche io: avevamo dovuto dare tutto quello che avevamo per superare quell’esame, che in teoria doveva essere un esame di media difficoltà nel corso di studi, e per di più ne avevamo altri 28 davanti a noi.
Provavamo entrambi un senso di impotenza e sopraffazione.
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- Episodio 2: Secondo tentativo
- Episodio 3: L’esame
- Episodio 4: L’Interrail-La partenza
- Episodio 5: Interrail-Il viaggio
- Episodio 6: Si ricomincia a studiare
- Episodio 7: Il piano
- Episodio 8: Un’audace incursione
- Episodio 9: Il colpo di mano
- Episodio 10: Effimera tranquillità
Ancora una volta mi sono ritrovato a pescare dai miei ricordi, purtroppo ancora freschi, dell’università e mi sono ritrovato ai miei primi esami, quella sensazione di indescrivibile ansia e paura che accompagna l’incertezza. La parlantina è un’ottima tattica, come ho imparato anche io. Bell’episodio.
“Provavamo entrambi un senso di impotenza e sopraffazione.”
La descrizione più efficace per la fine di un esame e la realizzazione che la strada è ancora lunga
Ciao Federico, ho sentito l’ansia e il nodo alla gola che produce nausea e mi sono proiettata indietro nel tempo. Concordo con Nyam che ci voglia un po’ più di impegno! Comunque mi sembrate bravi ragazzi! A parte gli scherzi, la prova secondo me è buona. Se posso permettermi, a volte dovresti essere un po’ meno descrittivo nelle situazioni secondarie. Tuttavia ti leggo sempre volentieri
Ciao Cristiana, ti ringrazio per il commento.
Mi potresti fare un esempio delle descrizioni secondarie che avresti ridotto?
Credo che questo mio lavoro sia ancora un cantiere aperto e tutti i consigli mi possono essere utili.
Ad esempio la parte che precede i vostri esami e che corrisponde agli esami dei compagni. Nel senso che mi dici molte cose di loro sia caratterialmente che nello specifico dell’esame, ma io come lettore, sono principalmente interessato a voi due e magari mi riscopro ad accelerare la lettura per “andare al sodo”. È chiaro che questo è solamente il mio gusto
Capisco, intendi ad esempio l’aneddoto del “mi disegni un vettore”?
In quel caso l’ho inserito per cercare di rendere l’atmosfera di un ambiente severo e che forniva poco aiuto, al contrario di quanto avveniva a scuola.
Comunque rileggerò il racconto alla luce della tua indicazione.
Colgo l’occasione per spiegare che i due protagonisti non siamo io e un amico, anche se ci sono molti spunti autobiografici nel racconto.
Nel personaggio di Carlo ho racchiuso elementi che c’erano in amici diversi, in diverse fasi della vita e quindi di fatto sto cercando di creare un romanzo che non sia un’autobiografia e questo emergerà maggiormente nei prossimi capitoli con “avventure” più estreme
Scusami, hai ragione, ma spesso da lettore si tende a identificare la prima persona narrante con l’autore e quando si ha lo stesso sotto mano per un confronto, ci si sguazza ☺️. Sorry
Ma no, figurati, non devi scusarti, ho solo approfittato perché si era già parlato di quanto c’era di autobiografico e così sono tornato sull’argomento, dato che per me è stato sempre un punto di riflessione pensando a romanzi di autori che ho molto amato.
Ad esempio Andrea De Carlo, in cui gli spunti sono evidenti leggendo la sua biografia e confrontandola coi primi romanzi (laureato in storia, cresciuto a Milano, liceo classico, relazione con un’arpista).
Ma anche Brizzi, che è stato ragazzo a Bologna e in Francia, come i protagonisti dei suoi romanzi. O Francesco Carofiglio de L’Estate del Cane Nero o il fratello coi suoi romanzi a sfondo giuridico.
Dove finiscono gli spunti autobiografici, o meglio come sono stati trasformati in una storia indipendente?
Anzi mi interesserebbe sapere cosa ne pensate voi e come gestite questi aspetti?
Si tratta di uno spunto di riflessione veramente interessante. Quanto c’è di noi in ciò che scriviamo, a prescindere che si usi la prima o la terza? Per quanto mi riguarda, non faccio nemmeno lo sforzo di scindere fra me e il personaggio, piuttosto mi ci butto a capofitto. Mi rendo conto che non si tratta certamente di un approccio professionale, tuttavia io credo di essere qui per divertirmi. Nel senso che non sono né pianificatrice in fase di pre-scrittura (anzi, spesso nemmeno l’affronto quella fase) e nemmeno riflessiva in fase di scrittura. Certo, ammiro chi studia molto e a volte mi tiro le orecchie da sola. Da lettrice, pari modo, amo pensare che lo scrittore sia racchiuso nel suo personaggio, mi aiuta a sentirmi calata e coinvolta. Tendo quindi a scegliere letture attraverso le quali percepisco la passione. A tale proposito a volte mi chiedo se un semplice esercizio di stile possa trasmettere emozioni. Mi capita di affrontare letture di semplici testi dai quali traspare personalità ovvero testi articolati e (a mio parere pretenziosi) totalmente anonimi e privi dell’animo dello scrittore.
In bocca al lupo per i prossimi 28, ma mettiamoci un po’ più di impegno 🙂
😄😄😄 grazie per l’incoraggiamento!
Tuttavia qui volevo raccontare delle difficoltà di quegli anni, che i due amici devono condividere, che consisteva nel fatto che studiare non era sufficiente.
Le università erano tanto più prestigiose quanti più abbandoni avevano e ciò nei prossimi capitoli porterà i due amici a decisioni drastiche e a colpi di scena 😉
Ricordo l’università, neppure a me piacque: tanto studio e amicizie nulle