L’esecuzione

Il rintocco della campana mi riporta alla realtà riscuotendomi dai pensieri.

Esito ancora mentre osservo la mia ombra tremula, proiettata dalla luce della candela, sulle pareti della stanza.

E’ il momento. La nera cappa a celarmi il capo. 

Non ci sono preghiere o parole di conforto, non c’è nulla per quelli come me.

Il cigolio della porta che si apre mi procura un brivido lungo la schiena, la luce entra violenta e senza pietà, accompagnata dalle urla della folla accalcata fuori ma che nel vedermi si zittisce in un istante.

Sento i miei passi lenti affondare nella ghiaia. Il patibolo è a poche decine di metri e lui è già lì ad attendermi. Paura? Gioia? Indifferenza? Cosa guida il suo animo in questo momento, cosa sente? Non posso saperlo certo, anche se lo vorrei.

Mi concentro sul mio lento ma inesorabile avanzare. Passo dopo passo, sempre più vicino.

I pochi gradini di legno gemono mentre salgo, troppe volte hanno sopportato il peso di chi deve raggiungere una meta senza ritorno.

Mi fermo e attendo, le persone mi osservano, alcuni mormorano parole incomprensibili all’orecchio di chi gli è vicino, mentre tengono lo sguardo fisso su di me. Viene pronunciata una veloce sentenza e una richiesta di pentimento agli occhi di un dio misericordioso. Poi, di nuovo, silenzio.

Rullo di tamburi. E’ il momento.

L’ascia è pesante e produce un rumore graffiante nel fendere l’aria. Il suono dei tamburi aumenta di intensità, il freddo metallo si alza sopra la mia testa e ricade con violenza per compiere il suo macabro lavoro alla perfezione. I tamburi si arrestano. Nessuna resistenza, nessun impedimento, sembra non ci sia nulla fra la lama e il ceppo in cui essa si conficca al termine del suo volo nefasto. Qualcuno in basso urla di orrore e qualcun altro sviene nel vedere la testa dell’uomo cadere nella cesta messa davanti al ceppo e che produce un rumore sordo. 

Rido con amarezza nel vedere quelle persone accalcate lì sotto, trepidanti per un simile spettacolo. Che lo facessero loro! Forza! Dico a voi! Prendete quest’ascia maledetta e fatelo voi bastardi! Certo che no, codardi, deve essere qualcun altro a farlo, non voi, voi siete gli spettatori furiosi, ma che svengono e urlano di paura in quel momento. No, deve essere uno come me a occuparsi di togliere la vita, un essere mostruoso dal volto celato e senza più un’anima.

Io. Il boia.

Il corpo di quel poveraccio viene portato via così come la sua testa, caricati su un carretto diretto ad una fossa comune per i morti senza onore e senza dignità.

La folla si disperde lasciando la piazza deserta, non si ode più alcuna voce, rimane solo il sangue sulle assi del patibolo e l’ascia ancora conficcata nel ceppo. Sopraggiungono due persone vestite di stracci, con dei secchi d’acqua e delle spazzole; tocca a loro ripulire quello scempio per poche monete. Alzano lo sguardo verso di me, c’è timore nei loro occhi lo vedo chiaramente. Nell’istante che trascorro a chiedermi il perchè, mi accorgo che indosso ancora la cappa, non vi bado più ormai tanta è l’abitudine, ma quando la tolgo le loro espressioni cambiano, si rasserenano e procedono senza più indugi nelle loro faccende.

Forse hanno scoperto che sotto quella cappa nera, c’è un essere umano come loro, come quella folla disordinata, come i giudici e i confessori e persino come quel condannato a morte. Ma lui è in pace ormai, mentre io porto impressi nella mente i suoi occhi rassegnati.

Quegli occhi andranno ad aggiungersi ad altri mille occhi di morte e disperazione, perseguitando le mie notti e popolando i miei incubi.

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Discussioni

  1. Sono certa di aver già letto questo racconto, ma non commentato. Hai dato anima a uno dei “mostri” con cui in altre epoche si spaventavano i bambini, quel boia il cui volto era nascosto da una maschera. Una maschera che una volta tolta può rasserenare chi gli è accanto, ma non la sua anima tormentata. Hai creato una preziosa empatia

    1. Ho sempre tentato di capire questa figura cosi’ spaventosa e dalle azioni orrende. Mi affascinava il fatto che sotto quella maschera si celasse un essere umano che per quanto possa essere abituato a togliere la vita in modi cosi’ macabri, ne patisse le conseguenze. Qualcuno magari provava piacere nel fare quella “professione” ma io sono convinto che altri, sebbene forse pochi rispetto alla media, ne erano devastati.

  2. “Quegli occhi andranno ad aggiungersi ad altri mille occhi di morte e disperazione, perseguitando le mie notti e popolando i miei incubi.”
    è difficile interpretare il ruolo di un “mostro”

  3. “No, deve essere uno come me a occuparsi di togliere la vita, un essere mostruoso dal volto celato e senza più un’anima.”
    Molta amarezza, com’è giusto che sia, in questa considerazione. Nessuno vuol fare il lavoro “sporco”, tutti sono lì ad attendere che venga fatto

  4. “Il rintocco della campana mi riporta alla realtà riscuotendomi dai pensieri.”
    “I’m waiting in my cold cell when the bell begins to chime…” <3
    Ok, a me piace cercare di cogliere riferimenti anche dove magari non ce ne sono, scusa 🙂

    1. Non so come fai!!! Ricorso ancora quando sentii quella canzone per la prima volta (gli Iron Maiden sono il mio gruppo preferito da tutta la vita) e ho pensato a questa storia anche se l’ho scritta un miliardo di anni più tardi! Hai assolutamente indovinato!

  5. “Che lo facessero loro! Forza! Dico a voi! Prendete quest’ascia maledetta e fatelo voi bastardi! Certo che no, codardi, deve essere qualcun altro a farlo, non voi, “
    Altra frase azzeccata. Ed ottima analisi. Anche la massa più giustizialista, quelli che “Io farei”… poi però ha paura di sporcarsi le mani, aspetta che sia qualcun altro a farlo per loro.

    1. Grazie mille Sergio. L’introspezione della figura del boia mi ha da sempre interessato. Viene sempre rappresentato da esseri senza scrupoli e in parte sarà anche così (visto che esistono ancora, hanno solo cambiato nome), ma io penso che ci siano state anche persone costrette a farlo per necessità, magari per via di errori del passato, della guerra, della povertà, ecc…