Letame da trincea

Dieter uscì dal dormitorio. Gli stivali erano lustrati alla perfezione, ma adesso li aveva inzaccherati di fango. Non ci badò.

Strinse l’MP18 Bergmann. «Come va contro il nemico?» disse a voce alta.

«Caporale, ci battiamo come diavoli, prima o poi la Grande Germania trionferà» urlò un soldato della Slesia.

«Ottima notizia». Dieter andò a sedersi su una cassa. Si sistemò l’elmetto, ci sentiva bene attraverso i fori, non gli restava che attendere l’ennesimo attacco del nemico.

Francesi o britannici?

In realtà non se lo ricordava. Aveva combattuto i fucilieri in blu e quelli in cachi, ma alla fine, sotto l’uniforme, la carne era dello stesso colore.

Si pulì il naso. Aveva il dubbio sul serio su di quale nazionalità fossero le truppe che aveva davanti.

Soldati di Parigi o Londra? Si arrovellava il pensiero, ma non riusciva a trovare una risposta.

Lui doveva combattere e basta. Berlino disponeva, il Kaiser desiderava, la Germania pretendeva, la tradizione militare prussiana sbraitava e lui diceva sempre: “Jawohl”.

Ma chi doveva combattere?

Iniziò un bombardamento.

Pallottole d’artiglieria da campagna calarono dall’alto come angeli della morte, gli shrapnel volavano in ogni dove sterminando gli uomini.

Non era l’Apocalisse, era una giornata qualunque sul Fronte Occidentale.

«Letame da trincea, muovetevi, reagiamo all’aggressione del nemico!» abbaiò Dieter. Si arrampicò su una scaletta, fece fuoco con l’MP18 Bergmann.

Il fantaccino della Slesia obbedì.

Arrivò l’ennesima cannonata che colpì in pieno la fortificazione vicina. Il fortino esplose, oltre alle schegge ci furono i brandelli di cemento che come una granata titanica sparsero morte e distruzione: l’uomo della Slesia finì per essere dilaniato dalle schegge e fece da scudo a Dieter.

Un colpo rintoccò sull’elmetto di Dieter che sentì tutto eccome. Cadde dalla scaletta, gli partì una raffica verso il cielo, un modo di restituire morte a chi morte ne dava abbastanza.

Piombò nel fango, chiuse gli occhi e pensò che stesse per addormentarsi: non aveva più forze.

Indossavano un telo sopra la corazza.

La corazza evocava gli opliti dell’antica Grecia. I caschi avevano lunghi crini, orgogliosi. I cavalli erano robusti. Ma i corazzieri della tradizione di Eylau si erano ridotti a tanto – o così poco: scortare i prigionieri verso le retrovie?

Dieter si ricordò chi aveva affrontato soltanto adesso: i francesi.

Ed era loro prigioniero.

Era la vergogna della tradizione militare di Prussia.

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