Lettera di un figlio ad un padre che sta per morire

Io lo so che dovrei essere forte e farmene una ragione, perché la vita è fatta così. Che, poi, io sono pure un medico. L’esame di Istologia, te lo ricordi? Mamma mia che mazzata. C’ho messo più di un mese per prepararmi e studiare una catasta di libri infinita, che avevo una paura fottuta di non farcela, perché il prof era tremendo. Chiunque lo sapeva all’università che era uno tosto, che con lui bisognava farsi il segno della croce. E tutte quelle notti a ripassare? Tu che mi facevi le domande a raffica e io che rispondevo a bassa voce, per non fare rumore. Dopodiché, la mattina presto, tu te ne andavi a lavoro e io mi ficcavo a letto, mezzo morto, lesso per la stanchezza. L’esame, alla fine, è andato bene, per fortuna, e tu sei stata la prima persona che ho chiamato, dopo che avevo verbalizzato il voto. Mamma era sicura che avrei chiamato prima te, ma tanto lei non si arrabbiava, non se la prendeva per certe cose. Ti giuro che ce la sto mettendo tutta, ci sto provando, ma non ce la faccio, ti guardo e mi viene un groppo in gola. Ecco perché me ne vado sempre nell’altra stanza e lì, scoppio a piangere, piango come un ragazzino, coi singhiozzi, e penso che siccome tu non mi vedi, allora non ti rendi conto di quanto è grave la situazione. Sono proprio un coglione, dì la verità? Tu lo sai benissimo com’è la situazione e, infatti, non mi dici niente, non fai un fiato. Stai per morire e lo sai, i dottori hanno parlato chiaro anche con te. Io ancora non ci credo. Ma ti immagini a me, da solo? Io che per stringere un flessibile del lavabo del bagno di casa, ho rischiato di alluvionare l’intera palazzina, oppure, quella volta, che volevo andare dal meccanico perchè non riuscivo a cambiare le spazzole dei tergicristalli e tu che hai minacciato di diseredarmi, se lo avessi fatto. E come farà la mamma, che sta male pure lei, che fa le dialisi ormai da anni? Un bel casino, veramente. Ma quanto era bello andare a vedere la Roma, allo Stadio, la domenica? Che giornate, quanti bei ricordi. Le sciarpate in curva, gli amici, le risate, i colori, noi che esultavamo per un gol o che tornavamo a casa col rodimento di culo, se si perdeva. E poi la sera sulle poltrone, a vederci Novantesimo Minuto. E il giorno dopo, ancora a commentare, con la Gazzetta sotto braccio. Tu che mi dicevi che la squadra non girava e io che me la prendevo con l’allenatore. La vita è una gran cazzata, papà, fattelo dire. L’altro mese è stato Natale e siamo venuti a casa, da voi. Li hai visti i tuoi nipoti, tutti e due, intendo, il maschio e la femmina? Anche perché due ne hai, io sono figlio unico. C’avete provato a farne altri, ma dopo di me, niente. Li hai visti, o no? Come ti guardavano? Mica sono stupidi, hanno capito subito tutto. A scuola, le maestre mi hanno detto che è meglio così, parlare più chiari possibile. Ma dai? Ma non mi dire? Lo so pure io che è meglio così, guardare in faccia la realtà è più giusto, ma come faccio a dirgli che questo è stato l’ultimo Natale col nonno? Eh, me lo dici, santiddio? Dopo di voi, non mi resta più nessuno. Mi dicono che ragionare così è sbagliato, che mi rimane comunque la mia famiglia, i bambini, mia moglie e tutto il resto. Ma che c’entra? Mi dicono che devo pensare di più a questo, io, invece, continuo a pensare a te. A te che stai per morire. Io ti guardo e so che saranno le ultime volte che ci vediamo, ti parlo e so che saranno le ultime parole che ci diciamo. Tua nuora è incazzata a morte con me, lo sai? Litighiamo tutti i santi giorni, perché io sono diventato un’ameba. Parlo poco e mangio ancora meno. Hai presente quei jeans, quelli che mi avevi regalato per il compleanno, ma la taglia era troppo piccola e dovevo andare a cambiarli? Non l’ho più fatto, ora, mi vanno bene, anzi mi stanno pure larghi. Anche a lavoro vado poco, la segretaria mi chiama dall’ambulatorio per dirmi le agende e io gliele faccio spostare. Facessero quello che vogliono, dicessero quello che gli pare, a me non importa. E quando tua nuora lo viene a sapere, s’incazza ancora di più. Dice che sto sbagliando, che sbaglio con tutto e tutti, col lavoro, con lei, coi bambini, che si devono cibare il padre che non ride più e che sta sempre a piangere. Non gli fa bene questa roba. Lei ha ragione, perfettamente ragione. Lo fa per me, è chiaro. Per farmi reagire, mi tratta male. Però, io non ci riesco, ci provo e ci riprovo a vivere come facevo prima, quando un momento valeva l’altro, quando se non ti chiamavo, lo potevo fare il giorno dopo. Ma, adesso, non è più così, perché forse domani non ci sarai, perché forse domani sarà troppo tardi. E io non posso permettermelo. Volevo dirti un’altra cosa. Ho ripreso a fumare le sigarette. Quella cosa che di me odiavi tanto. Fumo due pacchetti al giorno. Arrivo anche a due e mezzo. Delle volte, ne spengo una e ne accendo un’altra, come se fosse un’unica, immensa, grande, lunghissima sigaretta che dura dalla mattina alla sera. Sono sicuro che mi diresti di farla finita, di smetterla con questa cazzata, che tanto fa male al portafoglio e, soprattutto, alla salute. E, allora, facciamo che non ti ho detto nulla e che questa cosa me la tengo per me. 

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Discussioni

  1. Racconto sincero e frenetico. Mi veniva quasi da leggerlo in fretta, accelerando frase dopo frase. Come se non ci fosse più tempo e le parole dovessero essere lette, dette prima della fine. Grazie, Alberto

  2. Cavoli. Davvero ben scritto, al punto che leggerlo fa male. E quindi significa che funziona. Che chi legge questo tuo racconto sente la frustrazione e lo smarrimento del protagonista. Non descrivi mai il padre, eppure mi sembra di vederlo, nel suo letto, debole e smunto. Questo racconto a mio avviso è un ottimo esempio dello “show, don’t tell”, ovvero non descrivere qualcosa, ma mostrarla attraverso la narrazione. E ho trovato geniale il fatto che il protagonista-narratore parli della moglie non chiamandola per nome, non definendola “mia moglie”, quanto piuttosto “tua nuora”. Da un lato quel “tua” contribuisce ulteriormente a centrare il racconto sulla figura del padre, dall’alto enfatizza come per il protagonista la priorità nella vita – per lo meno, nella fase che precede la perdita – sia il padre, prima persino della propria moglie e figli.

  3. “Ma ti immagini a me, da solo?”
    Avrei potuto scegliere mille espressioni all’interno di questa tua commovente ‘confessione’ e invece mi soffermo su questa che mi colpisce tanto. Mi colpisce perché è vero, perché ci fa paura rimanere soli, o meglio ‘privati’. La morte priva, ma è parte della vita ed è così che deve andare. Aggiungo, che ha sempre un valore, scritto davvero bene, efficace e diretto, senza fronzoli. Molto bravo.

    1. Grazie mille per le tue parole, Cristiana! Quello che scrivi, te lo sottoscrivo, hai focalizzato l’attenzione su un punto che, anche secondo me, è cruciale, all’interno della storia! A presto!

  4. Ciao, Alberto. Ho trovato il tuo scritto intenso e dolorosissimo, quanto profondamente ispirato. Questo dolore lo hai trattato con grande tenerezza e misura, come qualcuno da tenere in braccio o da riparare con l’ombrello per un piovasco improvviso – non era per niente facile – partendo dalle prospettive comuni per riuscire a toccare con equilibrio una tematica così intima e insieme universale. Le piccole abitudini, gli oggetti, l’invisibilità di un quotidiano e di un vissuto domestico, li hai spalancati verso territori ignoti e sconfinati: dalle spazzole dei tergicristalli alla squadra che non gira, la filigrana del dramma l’hai contratta nel tepore del salotto di casa, su una delle due poltrone di fronte al televisore, ritrovandoti a pochi passi dall’Orsa Maggiore o dalla stella di Sirio. Commovente e profondo.

    1. Ciao, Luigi. Intanto voglio dirti grazie. I tuoi commenti, personalmente, mi mettono sempre in vero imbarazzo, arrossisco come un pupetto, come quando un allievo riceve dei complimenti da un maestro. Non lo dico per piageria. Leggo le tue risposte anche su altri openiani. La verticalità delle analisi che produci, è la cosa che più mi affascina e che più apprezzo. Fai quello che fanno gli speleologi, quando scendono nelle profondità della terra, per riportarci alla luce, ciò che i nostri occhi non riescono a vedere, nemmeno con il sole a picco. Ti chiedo poi scusa perché, fino ad oggi, non sono riuscito a commentare nessuno dei tuoi scritti, anche se mi ero ripromesso di farlo (ho iniziato a leggere la serie “Considerazioni disilluse di uno scrittore dimenticato”). Purtroppo, tra i vari cristi e le varie madonne, arrivo alla sera che sono sempre stremato (e questo vale per tutti gli altri testi che trovo sulla piattaforma e che vorrei leggere). Grazie di cuore per le tue parole! A presto!