Lezione numero uno

Serie: L'imperatore dei Mari


La prima notte al fortino sul faraglione era trascorsa lenta, pensierosa, insonne. La cella era molto stretta, appena lo spazio per un pagliericcio, un tinello in legno con dentro dell’acqua e un lungo orinale. Uno, mostrandogli la sua stanza, aveva inteso che quello scarno mobilio era il minimo e indispensabile, infatti, la cella serviva solo per dormire, non avrebbe fatto altro lì dentro. Sei invece fece altro, a pensarci bene si sentì quasi un disubbidiente: non aveva dormito, si era perso tra mille pensieri, aveva misurato, a passi, la piccola stanza incavata nella roccia, e gli era andata molto stretta. Il giovane fece un sospiro quando qualcuno bussò alla porta. Nessun altro rumore, solo le nocche di una mano che picchiettarono il vecchio legno. Un altro colpo. Sei capì allora che doveva dare una risposta, un accenno e disse: «Avanti.»

Un Incappucciato entrò, portava la maschera di malta, con un grande recipiente, afferrò l’orinale, lo capovolse e notò la sua vuotezza, si voltò verso il ragazzo e chiese: «Non farai ancora la pipì a letto, spero?»

Sei lo guardò titubante. Da sotto la maschera provenne un risolino. Il ragazzo non capì se l’uomo stesse ridendo per la stupida battuta o se lo stesse prendendo in giro; continuò a osservarlo.

«Su, il tempo del riposo è finito, mio giovane amico. C’è molto da fare. Lavati», indicò il tinello, «dobbiamo preparare la colazione.»

Sei, muto, si alzò e indugiò, dirigendosi con passi lenti versò il recipiente. Immerse le mani nell’acqua, ne raccolse un po’ con i palmi e se la buttò in faccia, si spogliò della veste, che aveva ricevuto la sera prima, e proseguì a idratare il torace, poi passò alle gambe e ai piedi. Le goccioline scendevano lungo il corpo, un leggero venticello entrato dalla porta gli provocò la pelle d’oca. L’Incappucciato gli lanciò uno strofinaccio e ordinò: «Asciugati.» Uscì dalla stanza e rientrò con un saio provvisto di cappuccio, in una mano, e una corda nell’altra: «Su svelto, indossali, non possiamo perdere altro tempo», disse lanciandoli sul giaciglio, «e non dimenticare la maschera.»

Sei si sbrigò, il ruvido materiale gli procurò un leggero ma fastidioso prurito su tutto il corpo, specialmente sui fianchi, all’altezza della corda che stringeva il saio; raccolse la maschera da terra, soffiò via la polvere, la indossò e coprì la testa con il cappuccio. Il confratello fece lo stesso, aspettò che uscisse e chiuse la porta con una doppia mandata.

Il corridoio su cui dava la porta si apriva in altre cinque celle. Il confratello dalla maschera di malta, trascinando un piccolo carrello di metallo con solo due ruote, bussò a ognuna di essa, in paziente attesa di una risposta, pronto a distribuire il vestiario.

La stretta rampa di scale finiva la sua corsa in una botola. Tolto il fermo di sicurezza, lo sportello fu alzato verso l’alto. La luce li invase.

Sei era l’ultimo della fila e seguiva macchinalmente, in quel pauroso silenzio, gli altri Incappucciati.

Gli uomini si ritrovarono nella sala dei pasti, l’attraversarono verso l’ingresso: i calzari erano ordinati e con lo stesso ordine, uno dopo l’altro, i confratelli li indossarono calpestando il muschio che si estendeva sul faraglione. Sei fu l’ultimo.

La giornata era meravigliosa, il mare calmo, il sole irradiava, per leghe e leghe, il mondo. L’Incappucciato con la maschera di legno si voltò verso il fortino: in alto, sullo spigolo destro, era stata fissata una girandola. Lo strumento era fermo. L’uomo abbassò la testa e si volse verso quello con la maschera di malta.

«Il vento ha soffiato per tutta la notte, fino ai primi bagliori dell’alba, poi sono sceso per svegliarvi. Non so cosa sia successo nel frattempo.»

Nessuna risposta.

In perpetuo silenzio li accompagnò fino al fortino, tolsero le calzature e a piedi nudi tornarono nella sala dei pasti. Ognuno di essi frugò nell’armadio-dispensa alla ricerca di qualcosa che potesse addolcire quell’amara mattina. Sei salì sopra uno sgabello e prese della frutta, poi si mise a osservare il resto del gruppo. I due mascherati di pietra lavica stavano accendendo un fuocherello dopo aver riempito un recipiente di terra cotta con dell’acqua, ai loro piedi un’infinità di vasetti pieni delle più svariate spezie e un pollo spennato. Il secondo uomo con la maschera di malta tagliava a cubetti diversi tipi di verdura buttandoli alla rinfusa in una ciotola molto capiente. Il confratello con la maschera di legno, Uno, era già seduto a capotavola con le mani giunte su un mucchietto di semi. L’uomo che li aveva svegliati era sceso nuovamente nelle celle chiudendosi la botola sulla testa.

Il ragazzo trascinò lo sgabello fino al tavolo e si sedette, poi guardò Uno, che in assoluto silenzio, gli mostrò l’indice in un gesto di diniego e con l’altra mano gli indicò il suo posto, in fondo alla tavolata.

L’Incappucciato con le verdure crude nella ciotola li raggiunse poco dopo e attesero che gli altri due avessero finito di preparare la loro ricca colazione.

Quando tutti erano seduti al loro posto, alzarono leggermente le maschere scoprendo solo la bocca e iniziarono a mangiare. Sei non riusciva ancora a distinguerli, però era sicuro che l’uomo con la maschera di legno come la sua si chiamasse Uno, i due intenti a succhiare il brodo di pollo fossero Tre e Quattro, e che, l’uomo che rosicchiava le verdure, doveva essere Due oppure Cinque.

Uno raccolse le bucce dei semi in una mano, Sei lo imitò con quelle della frutta, e li buttò in un secchio posto vicino l’ingresso. Gli altri tre ripulirono accuratamente con degli strofinacci gli utensili che avevano utilizzato, tornarono al loro posto, schiena dritta, mani incrociate e silenzio.

Le ore passavano. In sottofondo gli uccelli cantavano, uomini urlavano in lontananza affaccendati sulle loro imbarcazioni mentre loro, la confraternita, stavano seduti a non far niente. Sei muoveva nervoso le gambe, non era abituato a tanta rigorosa disciplina, a tanta immobilità e silenzio ma allo stesso tempo non voleva correre nessun guaio, nessun rischio. Pensava che se loro si stessero comportando in quel modo un motivo doveva pur esserci. Si impose di continuare a pazientare.

Quando meno se lo aspettasse vide Uno alzarsi. Nessuno lo imitò, tanto meno il giovane Sei. Il capo del gruppo camminò trepidante verso la porta, avviluppò le caviglie con i lacci dei calzari e andò a controllare. Sei non riusciva a capire cosa fosse successo.

La maschera di legno tornò e disse: «Ci siamo.»

Due, Tre e Quattro si alzarono e uscirono. Uno fece cenno al ragazzo di raggiungerli. I tre Incappucciati guardavano la girandola: stava roteando.

«Finalmente gira.» Disse Tre.

«Grazie, Xenxo.» Confermò Quattro.

«Due, va’ a chiamare Cinque.» Disse Uno

Quando anche il quinto finì di osservare il vento, i confratelli si riunirono nella sala dei pasti.

«Volevo congratularmi con il nuovo proselito», iniziò a dire Uno e continuò voltandosi verso Sei, «sei stato in grado di non rompere il silenzio, hai seguito i nostri passi, non hai posto domande, non hai obiettato, non ti sei opposto alle nostre usanze, hai saputo aspettare e adesso otterrai la meritata spiegazione.»

Sei non disse nulla, rimase composto sul suo sgabello.

«Noi siamo devoti a Xenxo, Dio del vento», riprese Uno, «tutto quello che facciamo è in sua funzione e abbiamo bisogno della sua approvazione, che si manifesta, a ognuno di noi, facendo volteggiare la girandola. Fin quando non si manifesta noi ci imponiamo il silenzio, perché qualsiasi parola potrebbe essere controproducente o potrebbe ostacolare il volere di Xenxo. Per farlo c’è bisogno di molta pazienza. Ricorda, Sei, questa è la prima lezione nonché il nostro motto: nella calma risiede la forza. Sei stato calmo, dunque forte. Hai appreso la prima lezione ancor prima che ti venisse spiegata. I miei, i nostri complimenti.»

Il resto degli uomini si alzò battendo le mani in modo fragoroso. Sei era sicuro che sotto le loro maschere stessero sorridendo. Il giovane sorrise, si alzò dal suo sgabello e si esibì in diversi inchini, ringraziamento per quel plauso. Attese che ognuno di essi si sedesse nuovamente, si accomodò e poi chiese: «Una cosa non mi è chiara, come mai Cinque era l’unico che potesse parlare?»

«Come ti abbiamo spiegato ieri, ognuno di noi è un guardiano, dobbiamo proteggere gli arcipelaghi dai tornado, quindi qualcuno deve vegliare anche di notte. A turno, ognuno di noi resta sveglio durante le ore in buie per sorvegliare il mare.» Rispose Due.

«Il notturno, di solito, sveglia gli altri all’alba. E ognuno di noi spera che parli.» Aggiunse Tre.

«Ma perché lo avete rimandato nelle celle?»

«Perché era l’unico ad aver ricevuto l’approvazione di Xenxo. Non è rimasto chiuso nella sua cella, ha svolto tutte le mansioni, compreso approdare sull’isola e fare scorta per i prossimi giorni.» Disse Quattro.

«Infatti sono distrutto. Non vedo l’ora di andare a dormire.» Confermò Cinque.

«E quali sono le mansioni?» Chiese ancora più curioso Sei.

«Le scoprirai presto, giovane Sei. Adesso prepariamo la cena e riordiniamo la dispensa.» Intervenne Uno, risoluto, facendo cenno al ragazzo di seguirlo.

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