L’idraulico

Serie: Cinquanta Racconti


Le avventure di Rocco Malaparte, aspirante scrittore.

Mi ritrovo al Giambellino, quartiere che non mi appartiene, come quelle scarpe strette che insisti a indossare per non ammettere di aver sbagliato numero. Ho appena lasciato l’appartamento di una signora anziana che, nonostante l’età, conserva una vivacità sorprendente tra le lenzuola.

Entro in una latteria che sembra uscita dal dopoguerra: vernice scrostata, sedie che cigolano al minimo movimento. L’aria è satura di un’irreale calma, come se il tempo si fosse fermato. Mi siedo davanti a un caffè troppo lungo e a una brioche che sa di ricordi andati a male. Dietro il bancone, una donna senza rughe ma con l’aria di chi ha visto più tramonti di quanti ne possa ricordare. Non è vecchia, ma c’è in lei qualcosa di consumato, forse dalla prole che il marito le ha seminato dentro anno dopo anno.

Le sue mani si muovono come quelle di un robot in un’industria di massa: precise, ripetitive, senza anima. Fisso la tazzina, perso nei miei soliti pensieri, quando la porta si spalanca. Entra un uomo avanti con gli anni, un idraulico. Lo capisco subito dalla cassetta degli attrezzi che porta come un trofeo e dalle mani, grosse e ruvide, che sembrano uscite da un’officina. Non mi degna di uno sguardo, neanche un cenno.

La donna lo saluta e gli lancia uno di quei sorrisi che ti fanno capire al volo che dietro c’è una storia che sa di acqua stagnante e rubinetti che perdono. Lui fa una smorfia, quel misto di “ci siamo capiti” e “ancora con ‘sto rubinetto?”. Senza dire altro, passa dietro al bancone, e lei lo segue come un cane fedele, o forse, come un soldato che si arrende.

Continuo a sorseggiare il caffè, ma non posso fare a meno di notare una porta semiaperta dietro il bancone. C’è un piccolo sgabuzzino, una di quelle stanze dove nascondi quello che non vuoi far vedere agli altri. E infatti, dopo pochi minuti, si alza un suono, soffocato e inconfondibile: il gemito di una donna che si sta godendo la vita… o qualcos’altro.

Alzo lo sguardo, curioso come un gatto davanti alla finestra. Allungo il collo, e lì, tra le ombre e le stoviglie, vedo la scena: lei, piegata in avanti sul lavandino, la gonna tirata su, le mutande ai piedi come una bandiera bianca. Lui, dietro, impegnato a sturare qualcosa di molto più personale di un lavandino. Le sue mani la stringono ai fianchi con la fermezza di uno che ha passato la vita a stringere bulloni. I gemiti di lei si fanno più forti, la scena si trasforma in un quadro di lussuria da quattro soldi, ma con un’energia che ti strappa un sorriso.

Mentre mi godo lo spettacolo come se fossi al cinema, la porta della latteria si spalanca di nuovo. Entra un uomo, rosso in faccia, lo sguardo che brucia di rabbia repressa. Non serve chiedere chi sia: il marito. Il povero cornuto che ha lasciato la moglie da sola per troppo tempo.

Attraversa il locale come una furia, va dietro il bancone e subito entra nello sgabuzzino. La porta rimane aperta e lui sembra pronto a fare a pezzi l’idraulico. Ma il vecchio non è uno sprovveduto. Si tira indietro di scatto, e quello che vedo mi lascia di stucco. Il vecchio ha il coso di fuori, e non è un coso qualunque. È grosso come una clava, rosso come il semaforo di un incrocio trafficato. Il marito, che fino a un secondo prima era intenzionato a fare una strage, si blocca. Rimane lì, impietrito, con lo sguardo fisso su quel batacchio spropositato, senza riuscire a capire se è meglio incazzarsi o correre via.

L’idraulico ne approfitta. Con una tranquillità degna di un killer professionista, gli molla un ceffone che lo manda a terra come un sacco di patate. Poi, con la stessa nonchalance con cui è entrato, si tira su i calzoni, si sistema la cintura, e se ne va, senza dire una parola.

La donna, nel frattempo, si ricompone. Mutande su, gonna giù, come se fosse appena tornata da fare la spesa. Il marito è ancora per terra, stordito, probabilmente più dal “mazzuolo” dell’idraulico che dal ceffone. Io? Io finisco il mio caffè, l’unica cosa sensata da fare in mezzo a tutto questo casino. Poi lascio i soldi sul tavolo e me ne vado, con un sorriso che mi sale dalle viscere. Queste sono le storie che ti ricordano che, alla fine, non importa quanto male vada la tua vita. C’è sempre qualcuno che se la passa peggio.

Serie: Cinquanta Racconti


Avete messo Mi Piace4 apprezzamentiPubblicato in Narrativa

Discussioni

  1. Ciao Rocco! Inizio ora a leggerti, e parto da questa tua raccolta. Il racconto è scritto benissimo: divertente, grottesco, appassionante. Sembra un episodio del Decamerone rivisto da Bukowski😆 Curiosità: ma Malaparte è il tuo vero cognome o un omaggio a Curzio Malaparte?

  2. Senti: ho terminato di leggere ridendo, cosa vuoi di più? Non so a quale generazione tu appartenga: se giovane sei un genio, se coetaneo/70 hai assimilato tutto ciò che andava assimilato e lo restituisci con stile.