L’Incompiuta di Fabius P.

Un melograno entra in banca.

Un miliardario narciso si insedia alla Domus Albina.

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Nda: entrambe le storie sono surreali, però oggi mi sento un po’ Salvador Dalí e, se non vi dispiace, inizio proprio daquí, dalla prima.

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Raggiunto l’unico sportello operativo – gli inoperativi ormai non si contano, come i giovani che non studiano né cercano lavoro – il melograno estrae dal borsello una grossa e lunga banana – più che un’arma impropria un’arma del cazzo, visto la naturale somiglianza – rivolgendola con fare minaccioso verso l’unica cassiera presente. Preso il coraggio a quattro mani, il melograno pronuncia la frase di rito: «Questa è una rapina!»

La cassiera lo guarda perplessa. 

«Quella che ha in mano non è una rapina, secondo me è sola una banana. Dia qua che controllo meglio.» Presa la banana conclude: «Sì, avevo ragione, è proprio una banana, e per giunta matura».

Il melograno preso in fallo cade dal melo. Ehm! Dal pero. 

«Me la ridia!» 

La cassiera, per nulla intimorita, sbuccia quel frutto dell’amor capitatole a fagiolo soddisfacendo così quel leggero languorino di mezza mattina. «Propria buona!» esclama con soddisfazione. «Vuole assaggiarla anche lei? Ne prenda un pezzettino, non faccia il timido.» 

«Se la tenga pure. E adesso? Co-come faccio?» balbetta il melograno.

«Faccio cosa?» la cassiera con la bocca ancora piena del culetto della banana.

«A fare la rapina.»

«E lo chiede a me che sono la rapinata? Si organizzi meglio, la rapina è una cosa seria.»

«Ha ragione, ascolterò il suo consiglio.»

Che scemo che sono, come mi è venuto in mente di fare una rapina senza una rapina? pensa il melograno con grande rammarico.

Il giorno dopo, stessa banca, stessa cassiera, stessa scena.

«Mani in alto! Questa è una rapina!»

«Ah, è sempre lei.» 

«Sì, sono sempre io.»

«Guardi che si sta sbagliando di nuovo, e di grosso. Quella che ha in mano è una grossa rapa, a occhio e croce è una rapona

Preso alla sprovvista il melograno rivolge la grossa rapa verso di sè, osserva la radice carnosa appartenente alla famiglia delle Brassicaceae scrutandola con occhi increduli. «Ma che cavolo sta dicendo?» 

«Sto parlando della rapona che ha in mano, lei è proprio un rapinatore del cavolo.»

Dopo un attimo di smarrimento il rapinatore del cavolo soppesa la rapona constatandone il peso eccessivo. 

«È vero, non ne ho trovata di più piccola nel reparto frutta e verdura del Supermercato Spendipiù.» 

«Questo è un problema suo, provi al Spendimeno.»

«Ok, ci proverò, però nel frattempo volevo concludere questa benedetta rapina.»

«Lo sa che lei ha una bella faccia tosta? Questa rapona non mi fa paura, mi fa solo ridere perché è un’arma puntata spuntata. Se vuole fare una rapina come Dio comanda deve studiare un piano criminale nei minimi dettagli, una rapona non è un dettaglio e neanche un’arma da fuoco. 

Guardi che si è formata una lunga fila dietro di lei. Non ho tempo da perdere, si scosti per cortesia! Ripassi un altro giorno, forse sarà più fortunato.»

Non me ne va bene una, pensa il melograno avvilito con la coda tra le gambe e la coda dietro. Fatto dietro front guadagna l’uscita e niente altro, d’altronde quella si era rivelata una rapina totalmente in perdita, aveva perso anche la poca stima di sé.

Cosa direbbe il compianto Emilio Fede in questa occasione?

«Che figura di merda!»

L’indomani il melograno si ripresenta davanti alla stessa cassiera invecchiata di ventiquattr’ore con in mano una valigetta ventiquattrore e una strana banana giallo-viola a mo’ di pistola.

«Mani in alto!» è il pistola «Questa è una rapina, una rapina con tutti i crismi.»

La cassiera, scotchiata – era alle prese col rotolo dello scotch – abbassa gli occhiali da vicino e con fare scocciato guarda il melograno con sufficienza, ad occhio un sei meno.

«Ma non ha capito niente, lei è proprio un deficiente.» 

«Guardi meglio» il melograno risentito, «questa che ho in mano è una rapina travestita da banana, un incrocio tra una rapa e una bananita, una Baby banana, costa l’ira di Dio!» 

«Ma mi faccia il piacere! Questa la riconosco, è la banana di Cattelan.»

«No, lei si sta sbagliando, questa banana non è di Cattelan, è mia, se vuole le mostro lo scontrino del supermercato, quello che mi ha consigliato lei.»

«Guardi che i Carabinieri ci hanno inviato la foto segnaletica della banana sottratta specificandone le dimensioni esatte. Dia qua.»

Preso un centimetro e un calibro dimenticati chissà da chi sul bancone, forse dal geometra Gargiulo distratto dal suo décolleté, misura il frutto.

«Vede, non è frutto della mia fantasia, le misure corrispondono a quelle indicate sul certificato di autenticità di Comedian, la celebre opera d’arte concettuale. Capo! Chiami il 113 e dica che abbiamo recuperato la banana di Cattelan.»

«Stavolta me la ridia intera che me la mangio io.»

Il melograno afferra senza indugio l’opera d’arte senza averne compreso la concettualità; istintivamente, come un primate affamato, la sbuccia e in soli tre bocconi ne deglutisce la polpa bianca davanti a una cassiera inorridita.

«Ma lei è matto! Lo sa che la banana di Cattelan non è più di Cattelan?»  

«E di chi allora?»

«Di un certo Justin Sun che per soli 6.200.000 dollari se l’è aggiudicata all’asta da Sotheby’s.»

«Ma è una rapina!»

«Ci risiamo, è un furto!»

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Qualche mese dopo, il povero melograno compare davanti al giudice federale nella sala delle udienze del tribunale nella veste di imputato per la tentata rapina in banca. Il processo ha finalmente inizio. 

L’avocado d’ufficio, un avvocato messicano frutto della fantasia bacata dell’autore arrivata ormai alla frutta, inizia la sua arringa davanti al giudice.

«Signor Giudice, spettabili giurati, chiedo l’infermità mentale per il mio assistito, tentare una rapina con la banana di Cattelan è un furto nel furto, solo una zucca vuota come quella dell’imputato poteva pianificare un simile piano criminale senza rendersene conto che avrebbe fatto ridere anche i polli.»

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Com’è finito il processo? 

Perché c’è ancora qualche pollo che ci ha creduto a questa storia? Sveglia! È una storia surreale. Io la faccio finire qui: proprio accussì. Sarà per sempre l’Incompiuta di Fabius P.

Qualcuno si chiederà com’è finita la seconda storia, quella del miliardario narciso entrato alla Domus Albina. Beh, quella è tutta un’altra storia, altroché surreale, è una storia dannatamente vera e still ongoing che, come per quella del melograno, potrebbe concludersi davanti a un giudice federale.

Avete messo Mi Piace4 apprezzamentiPubblicato in Umoristico / Grottesco

Discussioni

  1. Mi hai fatto ridere per davvero tanto in due punti: quando la cassiera “controlla meglio” e si mangia la prova, e quando la rapina deraglia nel meta-gioco Cattelan/Sotheby’s fino al capovolgimento finale: “ma è una rapina!” “no, è un furto!”

    1. Grazie per aver letto e apprezzato questa storia surreale. E pensare che stavo per cestinarla, assurda com’era. Grazie anche da parte del melograno, finalmente protagonista di una storia tutta sua. Dopo L’amore delle tre melarance toccava a lui, così ho riempito questa lacuna.

    1. Un’altra libriCK da mettere all’indice, vero Tiziana?Tutti quelli come Fabius P.,, scrittori maledetti, dovrebbero espiare le loro colpe sul fuoco. Al rogo pensaci tu, hai esperienza nel campo. Prepara una sentenza esemplare della Santa Inquisizione ma risparmiami la tortura, confesserò tutto.

      1. Tu sei il nostro cantastorie non ti posso condannare al rogo. Solo tu sai ricercare le verità nascoste dietro le parole e le puoi tramandare, perché possiamo farne tesoro. Come l’indovino svela l’inganno del presente, tu togli la maschera al tempo che passa — e questa è la tua forza, non la tua colpa.

  2. Un racconto surreale che usa il gioco linguistico e l’assurdo per smascherare il vuoto di certi meccanismi reali.
    Dietro la tua bella comicità, emerge una satira tagliente su valore, potere e consumismo.
    Ho apprezzato molto il finale per la sua lucidità.

    1. Grazie Cristiana, in effetti il finale, pur nella sua assurdità, mi ha impegnato particolarmente. Sono poche righe, ma sai quante volte le ho cambiate, tante. Forse sono parole un tantino più lucide di quelle che miliardario narciso ci propina ogni ora.

  3. Peccato, Fabius P. Io speravo tanto di scoprire che fine avrebbe fatto il miliardario della Casa Albina. Il mondo intero vorrebbe saperlo. Mi ero illusa che avessi qualche sfera di cristallo; ma pazienza, staremo ancora col fiato sospeso finché anche questo Narciso finirà per specchiarsi in qualche pozzo d’ acqua che lo farà cascare giù.

      1. Se l’ inferno dantesco esistesse davvero, sarebbe quello l’ unico posto perfetto per un narcisista maligno, tra i peggiori della Storia. Non ricordo il girone esatto, ora verifico.

  4. Carissimo Fabius, sei unico, riesci a farmi sorridere anche nelle giornate più tese. Il surrealismo con cui condisci le tue storie, i giochi di parole, le ardite metafore, le allegorie e il nonsense sono, a tutti gli effetti, un esercizio difficile. Io me lo godo. Grazie.