L’incontro

Serie: Il ponte


-Ciao…?-
Quasi cadde dal ponte nel sentire una voce arrivargli così vicina. Tutte le volte in cui si era chiesto come sarebbe stato cadere stavano per avere una fatale risposta.
Guardò alla sua sinistra e vide un ragazzo della sua età guardarlo nervosamente. Immaginò che non sapesse se girare i tacchi e tornare a casa o se gli andasse bene un po’ di compagnia.
Senza dire niente si fece un po’ da parte, lasciandogli dello spazio. Dopo qualche secondo lo raggiunse e, facendo attenzione a non toccarlo, si mise anche lui con le gambe a penzoloni dal ponte. Per una decina di minuti non si dissero niente, entrambi concentrati a guardare le forme di quel rivolo d’acqua che si agitava pigramente nel buio, illuminata lievemente dalla luce della luna piena che fendeva l’afa di Agosto per frantumarsi in quelle microscopiche onde. Di tanto in tanto si squadravano di nascosto, cercando di cogliere qualche dettaglio reciproco. Il nuovo arrivato aveva i capelli tinti di biondo platino, anche se ormai la ricrescita avanzava prendendosi spazi sempre più ampi della sua folta capigliatura. Aveva una vecchia giacca di cuoio di colore marrone scuro, di quelle con mille tasche e vagamente consumate e forse lievemente troppo grande per la sua figura abbastanza esile. Non aveva piercing o altri segni particolari, giusto una piccola cicatrice argentea sulla guancia che di tanto in tanto scintillava sotto la pallida luce della notte. Avrebbe voluto chiedergli perché si trovasse lì, ma presagiva che fosse per un motivo analogo al suo. In fondo, chi mai andrebbe a sedersi su un ponte, di notte, in periferia di una piccola città che già dalle undici di sera si spegneva completamente, figurarsi tre ore più tardi? L’unica cosa vagamente inquietante era la sua espressione completamente neutra, quasi come se fosse privo di ogni tipo di emozione.
-Cosa ci fai qui? Se posso sapere, ovviamente- chiese un po’ titubante il nuovo arrivato.
Scosse la testa, poco incline nel rispondere. Non era mai stato bravo a parlare di qualsiasi argomento che avesse come tema i suoi sentimenti, e anche adesso, nonostante non avesse altro che voglia di sfogarsi, non riusciva.
-Perdonami, non avrei dovuto chiedere…- mormorò dispiaciuto il ragazzo.
Tornarono a guardare il flusso sotto di loro, entrambi già sazi di quei moti dalla risibile forza ma dall’inesauribile originalità dei movimenti. Quella sera, con tutti i cespugli e le erbe odorose completamente fermi che si abbeveravano ai piedi di quel corso, sembrava fossero fuori dal tempo, congelati in un momento dove non c’era bisogno di vivere, ma dove si poteva anche soltanto aspettare un po’ prima di tornare a sentire qualcosa dentro. Ad un certo punto, il ragazzo prese a tastarsi le tasche.
-Hai da accendere?-gli chiese, mentre tirava fuori una sigaretta mezza schiacciata e parecchio storta dalla tasca. L’altro scosse la testa, guardando quella stecca con un’espressione molto torva.
-Fai bene a non fartele piacere- gli rispose, indovinandone i pensieri dallo sguardo mentre rimetteva al suo posto la sigaretta, senza preoccuparsi di non causarle ulteriore danno. -É solo uno spreco di soldi e un buon modo per rovinarsi la salute-.
-E perché fumi, allora?- lo rimbeccò con un’acidità non voluta.
L’altro gli sorrise, divertito che le prime parole di quella serata fossero un rimprovero.
-Ho smesso, in realtà. Quasi quattro anni. Ho trovato questa in una vecchia giacca che non indosso neanche più ormai, e avevo anche intenzione di buttarla, ma…-
-Ma…?- lo incitò l’altro, ancora con lo sguardo cupo ma con un pizzico di curiosità in volto.
-Ma questa serata è un po’ uno schifo e non mi dispiacerebbe avere in bocca un altro sapore- finì lui, tastandosi un’ultima volta le tasche nella speranza di trovare un accendino apparso magicamente. Rassegnato, lasciò perdere, dando posto sul volto a un’espressione comica di sconfitta.
Capiva perfettamente la sensazione di cui aveva parlato. Certi momenti strappano lembi di tempo che rimangono in bocca a rimpastarsi di pensieri, e i ricordi felici diventano preda di un abbraccio doloroso del presente che spoglia quel colore dorato in cui si incastonano le nostre memorie più preziose, tanto da chiedersi se fossero stati piccoli pezzi di serenità troppo effimeri per resistere o se fossero semplicemente una dolce illusione in cui nascondersi.  
-Ti chiedo scusa per prima…- disse al nuovo arrivato. Il ragazzo biondo distolse lo sguardo da un erbaccia apparentemente molto interessante e lo fissò in silenzio.
-Non sono mai stato bravo a parlare. Non mi viene in mente neanche una volta dove sono riuscito a esprimere esattamente quello che provavo dentro, e quasi sempre preferisco tacere piuttosto che non essere capito- confessò, non senza un certo imbarazzo. -Certo, non per causa degli altri- si corresse in fretta, temendo che il ragazzo biondo si sentisse preso in causa della sua incapacità.
Di tutta risposta, rise. Non era una bella risata, ma per qualche motivo suonava estremamente sincera.
-Scusami, non sto ridendo di te, non avertela a male- cercò di spiegare. -Posso immaginare che sia difficile, d’altronde siamo due sconosciuti su un ponte di notte- gli sorrise, 
Non rispose, ancora incerto sui motivi di quella risata così fragorosa. Non pensava di aver fatto qualcosa di buffo, ma forse era meglio così. Meglio una risata di uno scherno.
-I miei amici mi dicono sempre che rido per cose stupide, spero non ti abbia dato fastidio- si sincerò, guardandolo un po’ preoccupato.
-Ma no, tranquillo. Ma come mai sei qui? Bisogno di pensare?- gli chiese con una curiosità montante.
L’altro si immobilizzò, quasi come se non si aspettasse quella domanda. Eppure era praticamente la stessa che gli aveva lanciato lui poco prima. Non era niente di strano, no?
-Vuoi sapere perché sono qui?- disse, infine. Subito percepì che c’era qualcosa che non andava, come se non avesse colto un sottinteso particolarmente ovvio ma carico di gravità.
-Io… be’, se a te non dispiace, perché no? Poi ti posso dire anche io perché sono venuto qui- gli rispose, sentendosi trascinato in una situazione difficile ma dalla quale non poteva più scappare. C’era qualcosa che lo spingeva a conoscere, e non riusciva a togliersi quella sensazione di dosso.
-Va bene. Tanto, dubito che abbia da perdere qualcosa-.
Si sistemò meglio sul posto, cercando una posizione più comoda per raccontare. Aveva lo sguardo perso nel buio, e sembrava in procinto di narrare un’epopea infinita.
-La mia ragazza è morta due settimane fa e io sento di essere in bilico verso il baratro-.
La sua frase lo colse di sorpresa e lo spezzò interamente, facendolo rimanere a bocca aperta, completamente incapace di parlare. Lui non ricambiava lo sguardo, e lo teneva puntato dritto davanti a sé. Rimase stupito nel notare che non c’erano tracce d’emozioni, in lui, ma adesso gli era visibile l’enorme stanchezza che lo attanagliava. 
-Dopo quattro anni di fidanzamento-, riprese, -pensavo di essere diventato più forte, ma lei rimaneva il motivo più grande per andare avanti-.
Ogni singola frase venne risucchiata via dal vuoto lasciato da quelle parole. Sentiva che a nulla sarebbe servito provare a consolarlo e che non c’era pensiero, in lui, che potesse utilizzare per alleviare il suo dolore. Ora capiva che quell’apparente assenza di emozioni in realtà era lo schiacciamento estremo di un peso troppo grande per un ragazzo di quell’età, e forse non esisteva età nella quale quel peso potesse risultare sostenibile, forse un pochino meno paralizzante.
Il tempo passava e nella bocca continuava a non trovare niente da poter tirare fuori per alleviare la situazione. Il ragazzo biondo continuava a guardare le stesse erbacce di prima con con la stessa espressione neutra. Forse aspettava una risposta, o forse stava facendosi forza per proseguire il discorso. 
Senza avere altre idee, gli venne solo una cosa in mente da potergli dire.
-Vuoi parlarne?-
L’altro sgranò gli occhi, un po’ destabilizzato da una domanda così diretta spuntata fuori dal silenzio più assoluto.
-Mi dispiace davvero tanto per la tua perdita-, riprese, -e non ho davvero idea di cosa dire o fare, in questa situazione. L’unica cosa che mi viene in mente è ascoltarti, se questo può aiutare.-
Sentiva il cuore battergli all’impazzata, sicuro di aver detto le cose più stupide e nel modo peggiore in assoluto, ma non aveva idea di cos’altro potesse dire. Non poteva fare altro che sperare di aver avuto l’intuizione giusta.
-Se non ti va lo capisco, so di essere stato indelicato- aggiunse, sapendo di essere stato un po’ più che indelicato. Per un terribile momento immaginò che il ragazzo si alzasse e lo buttasse giù dal ponte, sconvolto dal dolore e dalla rabbia. Era un pensiero cretino, ma tutta la situazione gli sembrava surreale. Pensava fosse là per un motivo un po’ più simile al suo, non per una cosa così terribile.
-Perché no?- rispose infine il ragazzo biondo. -Era una persona fantastica, e forse questo l’aiuterà a rimanere un po’ di più in questo mondo- concluse. 
Non capì cosa intendesse dire, ma sentì un’enorme ondata di sollievo attraversargli la testa. Era esattamente la piega in cui sperava, o almeno così pensava. Si sistemò meglio sul cemento, pronto ad ascoltare.
-Dunque…- si apprestò a cominciare il ragazzo, toccandosi la cicatrice…


Fine prima parte

Serie: Il ponte


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Discussioni

  1. Ciao Riccardo, l’incipit della tua serie mi incuriosisce. L’incontro di questi due ragazzi ha un che di magico, come se qualcosa li avesse spinti ad andare lì per uno scopo. A volte è più semplice parlare con un estraneo, soprattutto di un dolore

    1. Grazie per il commento! Parlare della propria sofferenza con un estraneo a volte è davvero più facile, e spero di riuscire ad approfondire sempre meglio questa tematica (più altre ancora poco visibili) nei prossimi capitoli