L’incontro

Serie: Planavamo a stento


Il romanzo narra la storia di due amici che si conoscono all'Università, in una città di provincia del centro Italia durante i primi anni 80, e dopo qualche anno si separano. I due si rincontrano negli anni e ogni volta ci sono dei cambiamenti nella loro vita e nel loro rapporto.

Conobbi Carlo Tommasi una mattina di Novembre all’inizio degli anni 80, a una delle prime lezioni di Analisi Matematica, in un’aula squallida e disadorna di uno spoglio edificio, che una volta era stato sicuramente adibito a magazzino per qualche azienda, e che ora ospitava la nostra facoltà in attesa che la nuova sede fosse pronta. In quel periodo, anche se per motivi diversi, eravamo entrambi spaesati e senza punti di riferimento e il brutto palazzo in cui ci trovavamo non aiutava a sviluppare un senso di appartenenza a un gruppo o a una istituzione. L’ex magazzino si trovava per giunta in una zona commerciale della periferia di Ancona, che già non era affatto una bella città neanche nei suoi quartieri più centrali. Le aule erano grandi, capaci di ospitare almeno un centinaio di persone, e tutte erano illuminate da una luce bianca e fredda che proveniva da brutti apparecchi al neon appesi agli alti soffitti. La dimensione delle aule, il numero di ragazzi che le affollavano e il costante brusio delle voci in sottofondo mi facevano sentire in un territorio sconosciuto e ostile, molto diverso dal rassicurante liceo di provincia in cui avevo studiato negli anni precedenti. Il senso di disagio che provavo ogni mattina quando mi recavo in quel luogo, aveva fatto nascere in me un forte sentimento di repulsione a quell’ambiente e così parlavo poco con i compagni di corso, cercando di scappare a casa appena possibile.

Non mi costava molta fatica non socializzare perché non mi riconoscevo negli atteggiamenti che osservavo in loro: vedevo ragazzi di nemmeno vent’anni che si presentavano in facoltà con valigette diplomatiche nere e rigide, vestiti in giacche e cravatte formali, che chiacchieravano continuamente di tirocini in “aziende leader” e che ostentavano la mancanza di qualunque interesse estraneo alle materie del primo anno di ingegneria che cercavamo di seguire.

Non mi sembrava di avere nulla in comune con loro e quindi mi limitavo ad assistere alle lezioni cercando di capire come organizzarmi per superare gli esami che ben presto sarebbero arrivati.

In quel momento mi interessava unicamente mantenere un rendimento decente e continuare a fare la mia vita di ragazzo di provincia a Veltara, il mio paese a una ventina di chilometri dal capoluogo. Non avevo piani per il futuro e anzi speravo che il futuro arrivasse più tardi possibile e che potessi continuare a vivere un periodo sospeso di formazione, seguendo intanto i molti interessi che di volta in volta mi appassionavano. Amavo leggere libri di generi diversi, amavo i fumetti americani che collezionavo fin da bambino, mi piaceva praticare sport, tennis, calcetto o anche semplicemente tenermi in forma in palestra o andando a correre. Ascoltavo rock straniero e cantautori impegnati italiani di cui parlavamo per ore con i vecchi amici di Veltara.

C’erano state alcune esperienze amorose, ma molto brevi e anche in quel caso ero in attesa di qualcosa che sarebbe dovuto succedere senza avere nessun tipo di strategia precisa per farlo accadere.

Non sapevo nulla insomma di ciò che volevo diventare, mi sembrava ci fosse una distanza infinita fra il momento di stasi che stavo vivendo e qualsiasi possibilità di ricoprire un ruolo concreto e ben definibile. Seguivo interessi vaghi e di breve gittata: mi ero iscritto a Ingegneria solo per una certa preferenza per la matematica e la fisica nata negli ultimi anni di liceo.

Osservavo accanto a me, invece, i miei colleghi rampanti che sapevano già tutto e ostentavano la sicurezza di essere lì solo di passaggio lanciati già verso carriere sicure e veloci da cui niente e nessuno doveva distrarli.

In mezzo a quel folto gruppo avevo già visto Carlo: era un ragazzo di media altezza che si notava immediatamente per i capelli biondissimi tagliati a spazzola e un sorriso ampio e coinvolgente che lo facevano assomigliare a uno dei tanti soldati americani visti in innumerevoli film.

Il suo atteggiamento mi era sembrato diverso da quello degli altri, avevo scorto in lui una leggera insicurezza e un diverso modo di vestirsi, più colorato e giovanile rispetto agli altri, già così grigi e ingessati.

Un giorno, era forse la terza settimana di lezione, si era seduto vicino a me e notai che prendeva appunti in modo diligente, come facevano tutti mentre io ascoltavo attento, senza penna o quaderno in cui scrivere. Non lo facevo per reazione, ma solo perché non ero mai riuscito a seguire e sintetizzare le lezioni scrivendo appunti; del resto, al liceo non era mai stato indispensabile. Lì, all’Università, invece, sembrava tutto diverso: spesso non c’erano libri di testo a cui riferirsi o ce n’erano molti, ma in nessuno di essi si trovava, però, il “pensiero” del docente che bisognava perciò catturare scrivendo quei faticosi appunti.

Lui si girò verso di me un paio di volte e io pensai che mi avesse già battezzato come uno dei tanti lavativi, palesemente inadeguati a quella facoltà con fama di essere così dura e selettiva; uno di coloro che erano destinati a essere solo brevi comparse e a scomparire entro il primo semestre.

Così, come per reazione, io accentuai il mio atteggiamento, arrivando a incrociare le braccia e seguire per lunghi tratti la lezione seduto appoggiato all’indietro sullo schienale.

Tuttavia negli ultimi anni di liceo ero entrato bene nei meandri della matematica, dopo aver sofferto molto prima e aver rimediato anche brutti voti e persino un esame di riparazione a settembre, e quindi riuscivo a seguire i concetti che il professore, un uomo già anziano, con occhiali spessi, dalla disordinata zazzera grigia, esponeva.

Verso la fine della lezione il professore fece una domanda all’aula: “Abbiamo definito il limite come il valore a cui si avvicina una funzione f(x) mentre x tende a un determinato punto a: c’è qualcosa che secondo voi manca in questa definizione?”

Conoscevo perfettamente la risposta e così presi la parola con sicurezza. “Sì, professore, credo che manchi la precisazione che il limite deve essere unico. Non basta dire che f(x) si avvicina a L mentre x tende ad a; dobbiamo anche assicurare che per ogni piccolo intervallo attorno a L, esiste un intervallo attorno ad a dove tutti i valori di f(x) sono vicini a L.. Senza questa condizione, non possiamo garantire che il limite esista in modo univoco.”

Carlo mi guardò con un’espressione sbalordita, incredulo che, oltre ad avere effettivamente seguito la lezione, avessi addirittura preso la parola, quando ormai pensava che il mio comportamento fosse solo una posa.

Il professore però mi rispose, soddisfatto che qualcuno avesse seguito il ragionamento: “Ottima osservazione. La tua spiegazione è corretta e sottolinea un aspetto fondamentale della definizione di limite. Senza la condizione di unicità, non possiamo garantire che il limite esista in modo deterministico. Vedremo comunque in dettaglio questi concetti la prossima volta”.

La lezione terminò poco dopo e, mentre ci preparavamo per uscire dalla grande aula, Carlo mi chiese: “Ma come mai non prendi appunti, poi come fai a studiare?”

“Se provo a scrivere perdo il filo, preferisco ascoltare, poi ripasserò sul libro”, risposi io con sicurezza.

“Però, la conosci bene questa materia, che scuola hai fatto?”

“Ho fatto il Liceo Scientifico, ma in matematica ho fatto fatica i primi anni, poi invece quando è cominciata la parte delle funzioni mi sono completamente appassionato”.

“Io invece ho fatto il Classico e non mi sento molto sicuro in matematica”.

Il suo tono incerto mi colpì perché contrastava con l’ostentazione di grande sicurezza che avevano tutti gli altri e provai simpatia per lui.

“Dai magari la prossima volta ci sediamo vicini così ci possiamo dare una mano”, gli dissi.

Lui mi sorrise contento e disse: “Si, certo, mi farebbe piacere”.

Quel breve dialogo, aprì una breccia nella bolla che avevo fatto intorno a me, e dopo due o tre volte che ci sedevamo vicino, mi accorsi di avere in lui un interlocutore diverso rispetto agli altri e questo mi invogliava a continuare le nostre conversazioni. 

Serie: Planavamo a stento


Avete messo Mi Piace2 apprezzamentiPubblicato in Narrativa

Discussioni

  1. Un inizio di grande equilibrio e linearità. La narrazione scorre limpida, generosa, ma non superficiale. Entra per gradi nei mondi che sta appena inquadrando, svelandoli e rivelandoli in relazione al loro contesto, ma senza mai forzare o accelerare. Ottima partenza.

    1. Grazie per il tuo commento, come ho scritto sotto questa è la versione revisionata del primo capitolo e quello che dici mi fa pensare che sia riuscito a migliorare rispetto alle versioni precedenti

    1. Ti ringrazio e sono contento se proseguirai la lettura: questa serie costituisce la prima parte del romanzo, poi c’è un’altra serie per la seconda parte. Le altre parti devo ancora scriverle, ma ne immagino almeno altre due.
      Hai ragione sulla semplificazione, ora sto lavorando con un’agenzia di coaching proprio su questo aspetto, oltre ad altri strutturali.
      Anzi forse potrei sostituire il capitolo revisionato, ma farlo per tutti sarebbe un po’ lungo, anche perché nella revisione ci sono anche delle parti aggiunte e sarebbe difficile farle rientrare nei limiti dei librick.

    2. Ecco, ho inserito la versione revisionata del primo capitolo: in questo caso credo che ci fossero molti punti da migliorare e visto che è il primo capitolo, ho voluto inserirla. Non riesco a farlo per tutti gli altri capitoli di questa e dell’altra serie che costituisce la seconda parte, anche perché ci sono molte parti aggiunte e sarebbe difficile far rientrare tutto nei capitoli già inseriti.

  2. Ciao ❣️
    Non ho potuto fare a meno di immedesimarsi nella storia. L’ambientazione e le sensazioni descritte dal protagonista le ho provate anche io e quindi è stato facile immedesimarsi con lui, continuerò sicuramente questa serie

  3. “In quel periodo, anche se per motivi diversi, eravamo entrambi spaesati e senza punti di riferimento e il brutto palazzo in cui ci trovavamo non aiutava a sviluppare un senso di appartenenza a un gruppo o a una istituzione. “
    Mi ritrovo perfettamente in questo

  4. Mi sono immedesimato molto nel protagonista, essendo da poco uscito proprio dalla stessa facoltà. Ricordo lo spaesamento, ricordo quelle aule orribili dove eravamo stipati in centinaia durante le prime ore lezioni di analisi e la “selezione naturale” del primo semestre. Ricordo che il primo periodo si parlava solo di ingegneria o questioni inerenti l’ingegneria. Il grigiore ai miei tempi era nell’ambiente e nella mentalità più che nel vestire, ma ugualmente ho provato un forte desiderio di evasione e di fuga da quell’ambiente molto opprimente e che non sa minimamente accogliere menti non omologate e non squadrate dalle regole matematiche, e meno male che la definizione di ingegnere è colui che si ingegna per trovare nuove soluzioni oltre gli schemi…in ogni caso un bell’inizio di serie che voglio proseguire

    1. Ti ringrazio per il commento e per l’apprezzamento. Ovviamente l’ambientazione e la descrizione dell’ambiente dell’università serve per far emergere i caratteri dei protagonisti e quindi non è il tema principale del racconto, ma è sicuramente una parte importante. Sono quindi contento che ti sei ritrovato perché vuol dire che sono riuscito a descriverlo bene e renderlo realistico.

    1. Ti ringrazio per il commento.
      Ho sempre letto moltissimo, ma da quando ho deciso di scrivere questa storia lo sto facendo ancora di più e sto cercando di leggere qualsiasi romanzo sull’amicizia e ovviamente Due di due di Andrea De Carlo, ma anche Di noi tre, sono dei modelli imprescindibili per un romanzo sull’amicizia ambientato in Italia alla fine del 900.
      Però poi ho cercato di distanziarmi da altri modelli, mischiando e mettendoci del mio e credo che questo sia un processo che chiunque scriva qualcosa deve fare: riferirsi a quanto c’è e poi aggiungere del suo.
      Per quanto riguarda L’Aquila invece non ho riferimenti, dato che non conosco quell’ambiente, ma immagino che tutte le università di provincia in quegli anni fossero simili.

    2. Sul tema dell’amicizia ti consiglio Bastogne di Brizzi e Trainspotting di Welsh: in entrambi i personaggi sono dei gran bastardi e molti di loro meriterebbero di crepare male a ogni pagina eppure le dinamiche delle loro amicizie sono così intense e coinvolgenti che comunque empatizzi con loro.

    3. Ti ringrazio per i consigli, Trainspotting mi sembra lontano dal racconto di un’amicizia normale come questa.
      Però quello di Brizzi lo prenderò perché ne ho letti diversi di questo autore e penso potrebbe piacermi

  5. Mi hai fatto venire in mente quando ho frequentato l’università, un’esperienza che non ripeterei perché anch’io ero nella bolla ma non ho avuto molti Carli intorno. E’ stata una lettura interessante