L’incontro 

Serie: Clara e Bianca


Clara, anche lei contemplativa nel suo specchio esistenziale di cetriolini, lo fa cascare a terra senza avere la minima destrezza di afferrarlo. Il vasetto naturalmente si rompe e alcuni cetriolini sgusciano, come viscidi e nudi vermicelli, sul pavimento bianco, altri si adagiano sulle scarpe di Clara e altri ancora lasciano solo un ricordo oleoso sulla sua gonna. Si ridesta un momento dai suoi pensieri, facendo scorrere lo sguardo dal basso verso l’alto, dai cetriolini ,soli e dispersi, agli occhi della ragazza. Questi occhi, con cui chiunque avrebbe imbarazzo a intrecciare il proprio sguardo, sono grandi come pietre e di un verde misteriosamente torbido come il mare aperto, incastonati in un diadema di lentiggini, che si apre ad arco su naso e zigomi.  Questi occhi vividi parlano un tempo indefinito a Clara, la quale inizia a biascicare parole di fastidio miste a torpore personale e stupore generale. La ragazza inizia a parlare con una naturalezza innata, così come generalmente farebbe Clara, chiedendo gentilmente scusa, ma con un tono energico e un reale dispiacere sul viso. Clara non può fare a meno di guardare quegli occhi e ogni tanto osserva sbadatamente quelle macchie d’olio e quei cetriolini, dimenticando quasi il perché fosse tutto lì. La ragazza, nel vedere il suo viso così stranito, continua a scusarsi, proponendo di offrirle da bere per rimediare all’accaduto. Clara, in stato ancora di parziale coscienza, blatera qualcosa, come avrebbe forse potuto fare uno di quei cetriolini, se si abbia un minimo di immaginazione nell’ascoltare la loro condizione fuori dal vasetto. Le due donne escono dal supermercato. Clara con le sue buste della spesa semivuote, la ragazza con solo un pacco di corn flakes sotto braccio. Poco più avanti la ragazza fa strada verso un baretto non troppo squallido, dove l’alcool è a buon prezzo e dove stuzzichini e patatine vengono serviti gratuitamente. La ragazza prende la bottiglia di vino più conveniente in rapporto denaro quantità d’alcool, lo serve in due bicchieri e lo porta al tavolino dove Clara è seduta. Dopo un sorso pieno che riempie la bocca e lo stomaco, la ragazza schiude un sorriso e accende la sua sigaretta. Come la bevitrice de “ l’ Assenzio”, che quel pittore colse così bene, Clara ha davanti a sé il suo bicchiere e il suo sguardo poco più avanti è a perdersi chissà dove. La sua mente dal viaggio che percorreva in macchina, ora si muove su una nuova strada incerta di confusione. La ragazza la osserva con attenzione per qualche momento, guarda ancora meglio i suoi occhi melanconici e castani, il bel rosso sulle sue labbra e la camicetta amaranto in raso, i quali insieme sono da contrasto perfetto alla sua pelle diafana. La ragazza rompe il ghiaccio, con tono di voce dolce e affermativo, dicendo: sono Bianca. In modo meno contenuto dei biascichi precedenti, Clara, dice il suo nome e manda giù anche lei una buona sorsata di vino. Si perde nuovamente nel verde mondo occhiuto della ragazza per un istante e le chiede scusa per il suo atteggiamento apparentemente scostante, dovuto alla stanchezza della mattinata e per nulla causa di alcun cetriolino. Le donne continuano a parlarsi in una lingua di sguardi, delicati e insistenti, le labbra continuano a tingersi del rosso del vino, gli umori si sciolgono in aperti sorrisi. Su Clara, meno abituata a bere e con lo stomaco vuoto, il vino accarezza le tempie e colora le gote, rende i suoi occhi due mezzelune un po’ languide. Bianca la segue con lo sguardo adesso senza fiatare, bevendo anche lei, e osserva a poco a poco cambiare la sua espressione. Clara respira affondo e ritrova la sua scioltezza, ringraziandola ora del vino e della compagnia silenziosamente premurosa. Bianca risponde semplicemente con l’eloquenza del suo sguardo. Clara inizia a ridere senza ragione, come quasi un’ ora addietro aveva fatto da sola, affermando come sia insolito essere a un tavolo, alle quattordici del pomeriggio, a bere insieme ad una piacevole sconosciuta. Bianca sorride pienamente nel vedere come basti poco a una bella donna, nell’aspetto un po’ seriosa, a ritrovare la sua luce. La ragazza inizia ad essere incuriosita. Sa bene che la quotidianità della donna è certamente banale, ma il suo mondo interiore molto più sorprendente di quanto non mostri. La ragazza inizia a raccontare qualcosa su di sé: parla del suo corso di letteratura inglese all’università, dei suoi coinquilini sporchi e stronzi e della sua gattina dal pelo leggermente maculato. Clara ascolta rapita le parole della ragazza, gode di quella naturalezza con cui le mastica e di quelle immagini che le offre, a lei familiari, ma accatastate in angoli remoti della memoria. Osserva i suoi seni sodi, liberi dal reggiseno, che aderiscono alla magliettina nera che indossa; pensa poi a quel color grano dei capelli, che col sole estivo, diventerà ancora più luminoso. Bianca continua i suoi racconti, al ritmo di una cavalla senza briglie, tra altre risate e dell’altro vino, per una ascoltatrice attenta e privilegiata. Clara ricorda del suo amore matto a teatro per Shakespeare e di come si divertisse a interpretare quella mente astuta di Titania, di quante volte avesse letto la commedia e di quante cadute imbarazzanti spesso si facciano sulla scena. Bianca ascolta il suo racconto, che fa con occhi sognanti da ragazzina, sul Portogallo, due mesi estivi su quel tratto di costa unico, che le diede un dei suoi amori più intensi senza accorgersi allora, che un incontro di terra e di persone così forse si sarebbe ripresentato difficilmente. Le parole scorrono rapide e incoscienti, senza che siano filtrate da formalità o da circostanza, tutto si muove in un preciso incastro di intuizione, un gioco senza regole a cui possono partecipare soltanto anime che siano capaci di vivere la casualità e trasformarla in occasione. È un dialogo antico che, due donne, si rivolgono; una ne riflette l’immagine passata, l’altra ne riflette quella futura. E questo non perché si somiglino in temperamento o volontà d’azione, ma semplicemente perché in entrambe un senso di femminile reciprocità coesiste, portandole a vedersi al di fuori di una forma o di un involucro che viene modellato dall’età, ad amarsi per quel senso vitale ed umano che è proprio di spiriti senza tempo. Le ore passano e sembrano diventare anni di conoscenza fra due persone a cui basta poco per intendersi, due sguardi fugaci o una parola pronunciata incompleta per esprime sentimento o pensiero che sia. Sono le sedici e tre quarti, fra poco i bambini torneranno a casa. Clara guarda l’orologio al polso con le sue lancette che scandiscono un tempo così diverso da quello in ufficio. Non è necessario dire che è tempo di separarsi da Bianca, lei lo vede nei suoi occhi, nella sua indecisione se alzarsi di scatto o indugiare un altro giro di orologio. La ragazza piega la testa, sgranchendo dolcemente il collo, ancora un sguardo lungo su Clara, sulla sua bocca e sui suoi capelli mossi dal vento. Le accarezza la mano, facendo scorrere le dita lungo il suo palmo, Clara la osserva a bocca semichiusa distrattamente e Bianca, appoggiando i gomiti sul tavolo, protende verso lei, le bacia la bocca gustando sulle sue labbra il buon sapore del rossetto che si sente ancora mischiato al vino. La donna non esita a trattenere quel bacio, a sentirlo appieno come dono unico e insostituibile del loro incontro. Bianca la sfiora un’ultima volta, prima la guancia, poi di nuovo le labbra, congedandosi da lei col saluto più semplice che le viene in quel momento. Clara resta al tavolo. Con la stessa confusione che aveva provato tutto il resto della giornata. Qualunque pensiero sarebbe superfluo e inoltre non c’è spazio adesso per nulla se non per Bianca. Si dirige verso la macchina, con le ginocchia morbide, giocherellando con le chiavi dell’auto fra le dita. Arrivata a casa, posa la borsa e scioglie i capelli, stendendosi di peso sul divano. Non pensa a nulla. Ricorda soltanto che si era ripromessa di chiamare Alessandro.

Serie: Clara e Bianca


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Discussioni

  1. Ciao Tiziano! Grazie per i tuoi commenti. Credo profondamente alla bellezza di conoscere qualcuno per poche ore, dimenticarsene e ritrovarlo nei propri pensieri di nuovo per caso in giorni lontani.

  2. Si, mi è piaciuto. Questa storia ha preso forma un po’ alla volta, come una danza lenta, con un invito, un vortice passionale e un distacco. Anche dai cetrioli sott’olio può nascere un fiore, chi l’avrebbe detto.