L’incubo e la strana musica – parte 2

Serie: Antologia Horror


NELLA PUNTATA PRECEDENTE: Dopo una inquietante esperiezia, mi ero licenziato ma la mia vita non era più la stessa. Allora ficcai il naso dove non dovevo.

Dopo tre mesi dal mio licenziamento non avevo ancora trovato un impiego. Vagavo di notte, insonne tra le strade della città, sconclusionato e impaurito. Non sorridevo da tempo. L’autoradio gracchiava frasi senza senso. Mi fermai a bordo strada. Di fronte a me un palazzo a quattro piani, sapevo che in uno di quelli appartamenti abitava il mio ex capo.

Pensavo spesso ai suoi occhi tondi e grandi a formare uno sguardo fisso, assente, che spesso mi metteva a disagio. Il ciuffo alla “Little Tony”, il suo abbigliamento vecchio, fuori moda, e secondo me, male abbinato. Il suo modo di fare instabile: alternava euforia, a rabbia e scortesia. Lo avevo sempre reputato un tipo strano.

Dopo il licenziamento non lo avevo più visto, nonostante che, ogni maledetta notte, rimanevo ore a fissare il suo palazzo. Quella volta però, successe qualcosa di molto strano.

Erano le 02.00 in punto quando all’ultimo piano si accesero le luci e poco dopo lui uscì dal portone. Partì a bordo di un vecchio scooter e vagò senza meta per la città. Si fermò sul retro di una macelleria, era chiusa ma lui aveva le chiavi ed entrò lo stesso. Rimase dentro un paio di ore poi uscì e guidò per altri chilometri. Non aveva senso, forse.

Lo mollai in prossimità di una strada dissestata e per non correre il rischio di essere scoperto, ritornai al palazzo. Il portone principale era accostato allora decisi di entrare. All’ultimo piano c’era solo una porta. Era senza dubbio la sua, toccai appena il pomello e si aprì.

La prima cosa di cui mi accorsi, il bagliore bluastro di una televisione che spezzava di netto il buio, e quel maledetto odore di bruciato era tornato ad assillarmi, lo stesso che avevo già sentito qualche mese prima.

Accesi la luce impaurito, stanco e stordito. Un corridoio stretto e vuoto, la carta da parati in parte staccata e ammuffita dall’umidità. Il salotto vuoto se non fosse stato per una vecchia poltrona in alcantara e la televisione appoggiata per terra. Verso la finestra, un piccolo spazio adibito a cucina. Sopra il mobilio vecchio, un fornellino da campeggio e una caffettiera sporca. Man mano che mi avvicinavo alla porta di fronte a me, quel maledetto odore era sempre più forte, era accostata come per invogliarmi ad entrare. La toccai, il cigolio assordante tagliò di netto il folle silenzio.

Il pavimento sporco e appiccicaticcio, di fronte a me, un letto matrimoniale dalle lenzuola rosa macchiate di qualche sostanza. L’anta dell’armadio era socchiusa, un leggero colpetto per aprirla, e quello che trovai dentro, non me lo dimenticherò mai per tutta la vita.

Una persona accovacciata, del nastro adesivo copriva parte del volto, le braccia e le caviglie erano legate strette con una corda. Poi c’era sangue, sul corpo, sui vestiti, ovunque.

Avevo una fottuta paura. Mi mancava il fiato, cominciai a piangere. Volevo solo fuggire da quella situazione ma purtroppo, ero cosciente che non sarei potuto tornare indietro. Corsi sul pianerottolo, le gambe tremavano troppo forte ma con fatica, scesi le scale. Bussai alla porta del terzo piano, nessuno aprì allora provai a quella del secondo, uguale. Stordito dalla paura, arrivai nell’androne con l’intenzione di scappare e chiedere aiuto in strada, mi bloccai all’improvviso perchè lui, il mio ex capo, mi stava guardando oltre la porta a vetri. Mosse la bocca in un sorriso imbambolato, con un cenno della mano, mi invitò ad avvicinarmi. Rimasi fermo, così lui indicò la maniglia, io negai scuotendo il capo. Scattò in una furia, con sguardo assente e la bocca spalancata, colpiva forte il vetro con i palmi delle mani, mentre il suo sguardo assente mi fissava. Era molto probabile che si era dimenticato le chiavi, oppure, non le aveva mai avute.

Di corsa raggiunsi la porta dell’appartamento del primo piano. I miei battiti erano tanto forti da farmi credere di svenire. Bussavo con forza, nella remota speranza che qualcuno mi potesse dare aiuto. Sentivo colpi, forti e ripetuti dal piano terra, che rimbombavano nella notte di un palazzo dormiente e disinteressato.

Mi aprì una ragazza dai capelli neri e spettinati, dallo sguardo assonnato e diffidente.

«Aiuto!» Non dissi altro, i colpi e le urla che venivano dal piano terra erano sempre più feroci.

Raccontai tutto, seduto per terra di fronte alla porta, e promisi a me stesso, che se fossi sopravvissuto, avrei solo cercato di far del bene al prossimo per tutta la vita. Non capì nemmeno una parola di quello che disse la ragazza, perché nella mia testa sentivo solo il ronzio della paura.

Mi fece entrare, un buon profumo di gelsomino, attorno a me c’erano scaffali pieni di libri. La sentì parlare al telefono con la polizia che arrivò dopo pochi minuti.

Nell’androne lo vidi di nuovo, forse l’ultima volta. Era in manette dentro la pattuglia mentre mi guardava dal finestrino con lo stesso sguardo, profondo e fisso, inquietante e vuoto, che aveva sempre avuto. Come se nulla fosse successo, almeno per lui.

Un investigatore mi fece qualche domanda, risposi a tutte anche se desideravo solo dimenticare quella maledetta storia. Impossibile, ma non ero ancora consapevole. Stava per congedarmi con un sorriso di circostanza, però mi fermò nel momento in cui, due barellieri spingevano la lettiga con il cadavere chiuso in un sacco.

«La prego, l’ultima cosa, conosce questa donna?»

Aprì il sacco e scoprì il viso della vittima. Non credevo ai miei occhi.

«Si.» Non dissi altro. Scoppiai di nuovo a piangere.

La conoscevo molto bene. Era Claudia, una ragazza con cui avevo lavorato alcuni anni prima, che all’improvviso, si era misteriosamente licenziata.

Sono passati ventidue anni da quell’orribile faccenda. Piano piano i ricordi sono diventati sempre più frammentari, offuscati, remoti anche se non mancano le notti insonni. Ogni tanto sorrido. Quella ragazza che mi aiutò si chiama Nadia, adesso si è laureata e lavora come architetto. Nel frattempo ho preso un titolo di studio, e lavoro come infermiere sulle ambulanze. Anche se ne vedo tante ogni giorno, mai dimenticherò lo sguardo del mio ex capo.

Continua...

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