L’incursione del porto di Tangeri

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Le galee entrarono nel porto, Simón era a bordo della sua, stringeva spada e scudo, sotto la borgognotta sudava, ma aveva di fronte a sé Tangeri con le sue case e le moschee.

«Sembra Malta» si disse fra sé e sé.

Ma ora non aveva più un minuto da perdere: i mori accolsero gli spagnoli con delle cannonate, le palle sibilarono nell’aria e ridussero in frantumi le galee.

Alle orecchie di Simón arrivò il suono del legno che si spezzava assieme alle urla dei prigionieri ai remi che, costretti dalle catene, affondavano in mare.

Simón fece finta di nulla: era una guerra, era normale morire, l’importante era che lui vincesse l’incursione.

Aveva un obiettivo.

La sua galea si avvicinò al molo, Simón lanciò un urlo e con i commilitoni scese a terra. La loro fu più un’orda, ma Simón era sicuro che ci fosse di peggio. I mori, ad esempio.

Il gruppo di spagnoli si unì agli altri appena scesi e, più forti di prima, raggiunsero gli alloggi dei pescatori. Appiccarono le fiamme ovunque.

A Simón fece piacere, immaginò l’intero porto andare a fuoco, solo allora avrebbe avuto la sua soddisfazione… Ma mentiva, in realtà quel che gli interessava era abbandonare quella trappola per topi fino alla moschea della zona.

Di fronte a sé si parò un gruppo di mori, Simón li respinse con un fendente, poi straziò il viso a uno di loro. Con il sangue che schizzava e il bulbo oculare che pendeva in maniera orribile, il moro contribuiva a che ci fosse ancora più caos.

Simón era deciso a spazzare via quelle resistenze, anche da solo se necessario, ma i commilitoni gli diedero una mano. Bene, no?

Ora che il rimasuglio di mori era stato ridotto a un tappeto di carne morta, Simón avanzò e quasi si sentì emozionare a vedere che davanti a sé c’era la moschea. Ottimo, ancora meglio.

Il fuoco non era arrivato fin lì, lui entrò approfittando che non c’era sorveglianza e lasciandosi alle spalle i compagni d’arme. Iniziò a frugare ovunque mandando in pezzi gli oggetti che dovevano servire nella quotidianità di un tempio della falsa-fede.

Lo trovò. «Evviva». Stringendo con lo stesso pugno che prima maneggiava la spada la bibbia in spagnolo, uscì dalla moschea.

Questa bibbia ha una storia, ricordò. Gliel’avevano rubata i mori durante un arrembaggio nel cuore del Mediterraneo, e non era un libro comune: le lettere erano in oro.

Aveva vinto.

Stava correndo per raggiungere le navi, era da solo, ma alcuni mori lo bloccarono: le giacchette scarlatte, le scimitarre, i turbanti, i ghigni da bestie fameliche… Simón mise la Bibbia nella saccoccia, li affrontò.

Si scambiarono dei colpi, Simón stava per vincere dopo aver straziato la guancia a uno, ma con orrore vide che il libro sacro gli era sfuggito dalla saccoccia ed era caduto nel fuoco che divampava poco distante.

Tutto era stato vano.

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Discussioni

  1. Carissimo no, assolutamente, la qualità è sempre super: ci sono solo piccoli perfezionamenti da apportare in alcune frasi, cosa che sei ampiamente capace di fare da solo.

    Nessuno di noi è immune da miglioramenti, soprattutto se c’è troppa fretta di pubblicare.

    Purtroppo un certo tipo di approccio non è mai molto gradito, parlo di me. Me ne rendo conto da tante cose, quindi mi perdonerai se ti ho dato solo un segnale e nulla più. L’ho fatto per il grande apprezzamento che ho nei confronti dei tuoi “blitz”.

    Resto un tuo affezionato lettore.

  2. Ciao, Kenji. Come sai, ti seguo costantemente: le tue scene belliche sono imperdibili. Mi raccomando, non farti condizionare, questo è il tuo genere e ti si addice a pennello.

    Ora, ci hai abituato a un livello alto. Il commento di @ianni67 merita un’attenzione particolare, senza esagerare nel troppo né nel troppo poco. L’equilibrio è un problema per noi tutti, quando scriviamo.

    In aggiunta, qui secondo me una qualche rilettura in più avrebbe permesso di far “volare” la storia: la forma, come sai, è per noi strumento, non gabbia. Un esempio per tutti, la parola “commilitoni” l’avrei sostituita con “soldati”. Qualche frase andrebbe, secondo me, riordinata.

    Se mi permetto questi piccoli appunti è proprio per l’apprezzamento che ho nei tuoi confronti: per quanto mi riguarda, quel fatidico giorno porterò i tuoi racconti sulla mitica astronave. E ci sarà un posto anche per te, ti pare?

    La storia è bella, lo spunto come al solito intrigante… ci hai abituato al massimo: ora a te l’onere di mantenerlo.

  3. Bel racconto, ma mi è rimasta la curiosità di saperne di più su quella bibbia. Forse aveva delle proprietà insolite? Strano che giusto giusto sia caduta nel fuoco. Non avrà preso fuoco da sola?
    Non riesco a scacciare l’idea che – un po’ come certe storie di oggetti arcani – quel libro possa aver “scelto” di non tornare in possesso di Simon (scusa la mia tastiera manca dell’accento giusto),
    anche se il racconto è con evidenza di impostazione storica e non favolistica. Non me ne volere.