“L’inganno”

’Ci vediamo alle sei.’

’In cima al Corso.’

’D’accordo.’

’Sono contenta di conoscerti di persona.’

’Anch’io.’

Roberto chiude la conversazione, esce dalla chat, spegne il Pc. Felice. Finalmente è riuscito a ottenere un appuntamento con lei. Con lei che non ha nemmeno venticinque anni. Che dice di chiamarsi Viola. Molto carina, almeno a giudicare dalle foto che ha postato in chat e su Facebook. Vive nella sua stessa cittadina, lavora nel bar dei genitori, è appassionata di musica rap. Fra un’ora esatta. E lui ci arriverà a piedi perché abita proprio in Centro. Però sbrigarsi, riflette Roberto, sbrigarsi perché non sa cosa mettersi. Prima una doccia veloce. Via tutto. Freddo. Sente subito freddo, colpa del tempo da lupi che c’è fuori. Acqua calda sul corpo, bagnoschiuma e shampoo anticaduta. E lui canta. Canta una vecchia canzone degli U2. Uscito dalla doccia si asciuga, si guarda allo specchio. Vistosa stempiatura, diversi chili di troppo, sciame di rughe sulla fronte… meglio non pensarci adesso, si convince Roberto, Viola capirà. Deve solo incontrarla e parlarle. È una ragazza in gamba, sensibile, sembra molto matura per la sua età. Capirà. Sì, non ci sono dubbi. Bell’uomo. Nonostante tutto lui conserva ancora il suo fascino, si rassicura gonfiando il petto e tirando indietro la pancia, sua madre glielo ripete sempre. Rapida asciugata ai capelli anche se c’è poco da asciugare, dentifricio e collutorio in bocca e una spruzzata di ’Pour Homme’ che fa uomo virile sui pettorali, sul collo e sotto le ascelle. Slip bianchi, maglia di cotone grigia, calzini gialli. Fatto. E ora viene il difficile. Calzoni rossi o neri? Camicia viola, bianca o a scacchi? Perché non quella rosa? E il maglione? Quello verde non è male però non lo convince. Quello nero è perfetto, lo rende più magro, ma ha una macchia grande come un uovo proprio all’altezza del cuore. Maledetti gnocchi al ragù… il maglione blu, quello firmato, dove cavolo sta? Eccolo, però è tutto spiegazzato e non c’è tempo per stirarlo. Roberto non sa decidersi, si muove frenetico, tira fuori i vestiti dall’armadio, li guarda, immagina improbabili combinazioni poi li getta sul letto sfatto. A un certo punto dà un’occhiata all’orologio a muro dell’Ikea. Le cinque e mezzo passate. Tardi. Rischia di arrivare tardi al suo primo appuntamento con Viola. Non può proprio permetterselo. Una scelta subito: jeans e maglione bianco a collo alto. Senza camicia. Punto. E scarponcini Timberland marroni. Punto. Cinque e trequarti, i jeans stretti gli tormentano il girovita ma ormai ha deciso. Piumino Moncler grigio e sciarpa che non trova. Niente sciarpa ma almeno il cappello di lana con il pon pon se lo deve mettere, perché fuori c’è abbastanza vento. Davanti allo specchio del bagno elimina il cappello. Lui non è più chi dice di essere, inutile girarci intorno. Cioè… lui è sempre lui… sì, in un certo senso è vero e le foto inserite nel suo profilo in chat e su Facebook sono sicuramente sue. Roberto Alderisi in costume al mare a Taormina, abbronzato, muscoloso e con una cesta di capelli neri in testa. Aria da macho, tenebrosa. Estate 1993, venticinque anni e il futuro in faccia. Venticinque anni mentre adesso ne ha quasi il doppio. Quasi il doppio… Sottomento e pancia, quasi il triplo. Muscoli e capelli, quasi zero. Ma lei non farà storie, sicuro. Lei deve comprendere che senza quel piccolo inganno non si sarebbero mai conosciuti. Non avrebbero mai chattato, non si sarebbero mai avvicinati. Lei lo perdonerà perché non è come le altre. Non è come Martina che gli ha esibito il dito medio alla stazione – ormai è un anno – ¬ ed è scappata via. O come Rebecca, che due mesi prima davanti allo stadio lo ha guardato in cagnesco per poi mandarlo diritto dritto a quel paese. O come Sabrina che al mare a giugno gli ha dato dell’imbroglione rifilandogli un ceffone. O come Francesca. O come Carla. O come Rita. O come… Basta, inutile rinvangare il passato. Lei capirà, si ribadisce Roberto. Lei è quella giusta. Lei è molto giovane – come tutte le altre del resto – ma questa volta andrà bene. Perciò ottimismo e una rapida sistemata al ciuffo spelacchiato che ha in testa. Un’occhiata alle mani. Pulite e belle. Lui ha sempre avuto delle belle mani. Dita lunghe e affusolate, da pianista. Delicate. Però le unghie avrebbero bisogno di una sistemata. Apre l’armadietto che gli è davanti, taglia unghie rotto, si è dimenticato di ricomprarlo alla Coop. Pazienza, terrà le mani in tasca. Fuori è già buio, Viola non si accorgerà di niente. Veloce verso l’uscita. Allarme inserito. Chiavi di casa sul tavolo della cucina, ci sono. Bacio all’astuccio a forma di coccodrillo. Gesto scaramantico, può servire. Un piccolo ragno corre sul pavimento. Lui odia i ragni fin dalle elementari, gli fanno venire la pelle d’oca. Schiacciarlo, ma il maledetto è un razzo, sgambetta alla velocità della luce. Si rintana sotto la libreria, gli sfugge proprio mentre il telefono in camera squilla. Roberto alza la cornetta, ascolta una voce di donna che gli propone l’acquisto di qualcosa. Una voce mielosa, suadente che spara parole come una mitragliatrice, finché lui non decide di averne abbastanza. La fretta gli punge il corpo, il cervello come uno spillo; chiude la telefonata, uccide la mitragliatrice. Luci spente. Finalmente. Con l’aracnide farà i conti più tardi. Portone chiuso e via in strada. Poche persone in Centro, si è dimenticato il cellulare. Ma ormai sono quasi le sei. Perciò cammina svelto, svolta a sinistra ed è già a metà Corso. Un barbone – faccia spigolosa e occhi da insetto – gli chiede un euro ma lui lo scansa. Pochi metri e la vedrà. Pochi istanti e la conoscerà.

Non è come le altre… quella giusta… empatia… al primo sguardo… è solo questione di empatia…

Eccola lì. Di spalle, fuma una sigaretta davanti a una vetrina di scarpe. Bionda, abbastanza alta, può essere lei. Non gli aveva detto però che fumava, pensa Roberto, rallentando il passo. Le sigarette le detesta almeno quanto i ragni. Le ha sempre detestate ma per lei magari farà un’eccezione. Per lei che adesso si volta, getta il mozzicone a terra, sta per andarsene. Roberto le fa un cenno, la saluta, la chiama ma la ragazza non gli presta attenzione, sparisce in una via laterale. Non era Viola, non c’è altra spiegazione, riflette Roberto, sfregandosi le mani intirizzite e dandosi dello scemo per non aver pensato ai guanti. Fermo in cima al Corso scruta i passanti come un agente segreto o come un maniaco, visto che fissa ogni giovane donna che gli passa accanto. Ma dopo un quarto d’ora di Viola non c’è traccia. No, non è possibile, non può avergli dato buca… preso in giro, Roberto fissa lo Swatch e si sente quasi preso in giro, mentre il vento gelido gli punge il viso, il naso e le orecchie diventano schegge di ghiaccio. Magari avrà avuto un contrattempo al bar, magari è successo qualcosa, le è morto quel suo persiano malato o si è rotta di nuovo la macchina oppure si è addormentata. Aspetterà ancora. In fondo qualche minuto in più o in meno all’addiaccio non fa molta differenza. Roberto sbuffa, batte i piedi sui sampietrini e resiste. Guarda le luci malinconiche dei lampioni, i giardini pubblici deserti, due bambini in bicicletta, un piccione che zampetta su un cornicione e resiste. Resiste finché non incomincia a piovere. A malincuore decide di arrendersi. Non può certo ammalarsi visti gli impegni di lavoro che lo attendono. Sta per rinunciare, quando all’improvviso nota una donna a pochi metri da lui, vicino a un vecchio che passa con un bassotto magro come un chiodo. Di spalle anche lei, bionda, abbastanza alta, si guarda intorno, apre l’ombrello poi si rivolge alla stessa vetrina della ragazza di prima. Come un predatore scansa il vecchio e il cane, le si accosta sornione.

«Viola?»

La donna si gira, lo guarda fisso negli occhi, scoppia a ridere.

«Scusi, ho sbagliato persona» le risponde Roberto, piccato.

Evidentemente questa è una giornata storta. Capita. Lascia la donna alle sue risate, perché la pioggia sta aumentando. Fatti pochi passi, però, si sente chiamare.

«Roberto? Sei tu?»

L’uomo si volta e se la ritrova davanti.

«Mi chiamo Roberto, ma lei chi…»

«Viola.»

«Viola?»

«Proprio io, scusa il ritardo.»

«Ma nelle foto…»

«Quella è mia figlia Nicole.»

Roberto le si avvicina, questa volta è lui a guardarla dritto negli occhi mentre la pioggia cessa di colpo. Viola. La sua Viola. Eccola qui. Che si sforza di non ridere ancora. Elegante cappotto nero sotto un vistoso ombrello arancione. Di fronte a lui. La sua Viola con cui ha chattato per diversi mesi, con cui ha parlato di tutto perfino del suo odio verso i ragni, che non ha neppure venticinque anni ma quasi la sua stessa età. Viso rotondo, un filo di rossetto sulle labbra carnose, ciglia folte e aria sveglia. Gli occhi però sono azzurri come quelli della figlia. Occhi belli, due pezzi di cielo. Roberto le tende la mano.

«Piacere, Roberto Alderisi.»

«Piacere, Viola Martinelli.»

Poi scoppiano a ridere entrambi.

Avete messo Mi Piace3 apprezzamentiPubblicato in Narrativa

Discussioni

  1. Il racconto è disarmante in tutta la sua “verità”, la malinconia ed il desiderio di accettazione. Sono felice che tu abbia voluto dare a questa storia un finale lieto

  2. Il fenomeno degli incontri online prima e dal vivo dopo ha generato una valanga di equivoci e di false aspettative. Storie simili a quella da te raccontata spesso accadono davvero, ma non tutti riescono a intingerle con ironia, un ritmo incalzante e un finale dolce.