L’istinto di tornare

Quando sento quel che la gente pensa di me, sorrido. Con la mia bocca sghemba, atta a fagocitare tutto. Sospinta dalla corrente del golfo, mi scopro a scrutare con occhio vitreo la superficie dell’acqua che d’un tratto s’increspa. È questa la beffa: aver fatto credere d’essere cieca. Invece, è la membrana nittitante che s’avviluppa e giunge lesta a lambire la pupilla. Ci vedo benissimo, io. Semplicemente mi proteggo. Ma chi non lo farebbe, se fosse stato dotato di un simile privilegio?

E così nuoto beata, attirata dal sangue e dalle onde sonore, che riesco a recepire attraverso le mie ampolle del Lorenzini. Col ventre bianco, che quando m’immergo par che abbagli il fondale. Sono possente e su questa virtù s’erge il mio gioco. Tutti mi temono, sono la signora dei mari.

Adoro cibi succulenti, ricchi di grasso, quelli che emanano un classico olezzo di morte rafferma, che a chiunque farebbero ribrezzo. Otarie, leoni marini, carcasse di balena. Azzannare l’uomo, credetemi, è un errore. Uso sorprendere la preda dal basso e mordere, per dare un primo assaggio. E poi mi allontano guardinga, così non rischio niente. Attendo con pazienza che il malcapitato si dissangui e s’indebolisca, per poi sferrare l’attacco successivo. Quello con cui nuoto in cerchio e serro le distanze. La mia pinna caudale così vicina che ormai mi si potrebbe toccare. Perché senza la bocca non sono niente: inerme come un agnellino.

Carcharodon Carcharias, questo il mio nome. Nello specifico, sono una femmina di squalo bianco. Non sono spietata né conosco vendetta, seguo soltanto la mia natura.

Noi squali percorriamo grandi distanze per esplorare, per capire se una vita migliore sia possibile altrove. Poi, però, la paura dell’ignoto e la fatica del mare aperto ci inducono a desistere. È bello sapere di poter tornare da ciò da cui ci siamo allontanati, e poterlo guardare sotto un’altra prospettiva. Un luogo “sicuro”, tale perché ci siamo già stati. Di cui conosciamo la forza delle correnti e la temperatura dell’acqua: le sue potenzialità. E da lì, col nuovo bagaglio di conoscenze, fare ogni tanto base, mettere al mondo i piccoli, affinché se ne vadano ovunque, partendo da un luogo propizio. Appena nati, eppure già indipendenti e letali!

Così adesso, adagio, mi sto dirigendo in quel triangolo fra Malta, la Tunisia e la Sicilia, considerato una “nursery” per la nostra specie. Che se vi fa paura, posso dire che è più verso il continente africano. Per dare vita a questi corpi, non so bene quanti, che languono dentro di me. Sono ormai impazienti di vedere la superficie.

Varcherò lo stretto e inizierò a sentire il tepore dell’acqua, quella sensazione che è stata di chi è venuto prima e che verrà trasmessa alla mia progenie. E quando tutto si sarà compiuto, mi allontanerò in sordina, diretta verso altri mari. Così potrete stare tranquilli. L’estate prossima non mi vedrete nemmeno. Come tutti quegli altri esemplari che affollano le acque, ma rimangono troppo in profondità per essere notati. Eppure sono lì, perché la natura non la fermi. O semplicemente, perché ogni creatura ha il diritto di vivere.

La “morte bianca” respira e palpita. Come una promessa attende negli abissi, salvo poi comprendere che di qualunque atto ha le sue ragioni.

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Commenti

  1. Raffaele Sesti

    A differenza di Tiziano, a me gli squali bianchi terrorizzano… Ma non è che mi terrorizzano se ne vedo uno dal vivo, mi terrorizzano e basta! Quindi dopo averti letto, sono terrorizzato… L immagine dei cerchi sempre più stretti intorno alla vittima mi ha fatto guardare intorno (sia mai quegli aggeggi abbiano imparato a nuotare anche Nell aria) e ora affronterò la giornata pensando che il mio corpo la prossima estate non avrà così bisogno del mare. Quindi se l intenzione del tuo racconto era terrorizzarmi, ci sei riuscita perfettamente!! Apparte gli scherzi il racconto è fluido e l idea delle riflessioni introspettivo di uno squalo bianco è molto carina. Brava! Alla prossima lettura

  2. Tiziano Pitisci

    Ciao Cristina, devi sapere che vado matto per gli squali bianchi, davvero. Se n’è accorto perfino youtube, che ogni tanto si sente in dovere di suggerirmi filmati a base di pinne e denti aguzzi. Tolte le nozioni espresse per dar corpo al racconto, e restando al tema dell’allontanamento (e del ritorno), la metafora dello squalo calza a pennello. Vorrei aggiungere una considerazione personale, forse lievemente fuori tema: il vero allontanamento, quello che porta a cambiare profondamente, a cambiare prospettiva e modificare il proprio mondo, è un gesto forte, spesso senza ritorno; un salto nel buio, un percorso tutt’altro che comodo e non si sa se si avrà la possibilità di tornare indietro (penso a chi lascia il proprio lavoro, emigra, esce da una relazione, ecc.). Tutto sommato allo squalo va di lusso fare un giretto nei nostri mari per partorire e poi ritornare a casa. Ciao e a presto rileggerti.

    1. Cristina Biolcati Post author

      Ciao Tiziano. Lieta che ci piacciano gli stessi argomenti. Sono sempre stata affascinata dallo squalo bianco. Fin da bambina. Forse perché siamo attratti da quello che ci fa paura. Il tuo commento mi fa sorridere: mi sa che hai ragione.
      A questo squalo non è poi andata male! Grazie per il tuo intervento.
      Alla prossima.

    1. Cristina Biolcati Post author

      Grazie Dario, per il tuo commento. Questo era un racconto più lungo (molto di più) che avevo scritto per un concorso. La tematica era una cosa tipo: si va via per ritornare. Purtroppo non ha vinto. Mi hanno detto che l’idea di far parlare uno squalo femmina era originale. Ma il racconto, a lungo andare, assumeva i toni del saggio. Allora io ho tolto tutti i pezzi “enciclopedici” e ho salvato quelli meno noiosi. Almeno, spero. Un saluto 🙂