Lo scontro e il nitrito

Lì vicino c’era un mezzo corazzato.

A Wilhelm sembrava un ranocchio, no, uno scarabeo, no, un coniglio… Comunque un animale che stesse per lanciarsi in un balzo e poi atterrare rovinando tutto, distruggendo anche.

Lui invece, nulla di tutto questo.

Picchiò gli speroni, il cavallo prese a muoversi più veloce.

La colonna di cavalleria si dirigeva verso Minsk.

A Wilhelm venne da ridere.

«Cosa fai, camerata, ridi?» gli si rivolse un graduato di truppa.

«Sì, rido, perché immagino che fra decenni tutti crederanno che noi tedeschi fossimo i maestri della Blitzkrieg, che ci muovevamo soltanto su corazzati e mezzi semicingolati o comunque con i cingoli, e invece…».

«Fa’ poco dello spirito, noi dobbiamo badare a fare grande la Germania».

«Hai ragione, ma…».

Un attimo dopo un colpo di carabina colpì il camerata.

Il camerata si rovesciò giù di sella.

Il comandante dello squadrone aveva assistito alla scena. «Pronti all’attacco».

L’intero squadrone si mise in formazione, da dietro alcune isbe arrivarono i cavalieri con la stella rossa.

I tedeschi li accolsero con colpi di carabina e poi con le sciabole.

Le sciabole fecero come una danza di fiori agitati dal vento, le armi da fuoco spararono a bruciapelo.

Come una furia Wilhelm si gettò sui russi. Con la sciabola spiccò una testa, dopo tagliò un braccio, con il cavallo calpestò a morte un ferito.

«Idiota, no, che fai!» udì.

Si girò a guardare. «Cosa c’è? Non ho tempo…».

«Evita di uccidere i nostri».

Era vero: Wilhelm aveva stritolato sotto gli zoccoli della sua cavalcatura un tedesco che doveva essere stato disarcionato. «Mi spiace, ma…».

Quel tedesco non lo ascoltò neppure: era partito via, a tuffarsi nel cuore dello scontro.

Wilhelm decise di fare allo stesso modo: disinvolto, avrebbe continuato a combattere.

Dopo poche ore, il campo era tutto lì, disseminato di corpi, i feriti erano stati portati via, le porte di Minsk erano aperte ma Wilhelm era insoddisfatto.

«Cosa succede?». Un commilitone si era accorto di quanto fosse irrequieto.

«Ho fame».

Prima che il commilitone gli potesse rispondere, Wilhelm raccolse un pezzo di carne. Lo assaggiò.

«Che schifo».

«Perché è carne cruda?».

«No, perché è la gamba di un uomo».

«No, di un russo».

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Discussioni

  1. Ciao Kenji, io questo racconto l’ avrei incluso in un genere piu` “strong”, della narrativa generica. L’ autore, pero` sei tu. Tua e` la scelta. Io posso solo leggere e commentare. E da lettrice un po’ mi dispiace che il Russo non venga considerato un essere umano. Poteva essere un giovane soldato, vittima, forse, anche lui, di un dittatore criminale.