
Lo spazio del loro passato
Gocce d’acqua scendono su ogni dove, e le case e le macchine e i negozi diventano grandi impermeabili che la gente comincia ad indossare di fretta.
I bar si riempiono di gente bagnata e l’aria diviene soffocante, qualcuno beve un caffè in piedi, altri cercano un posto per sedersi, azioni giornaliere incastonate fra tavolini e tende di finto taffetà.
La sera è inoltrata di buio tenue e luci timidamente giallastre, le strade accolgono macchine lucide d’acqua e riflettono riverberi di una città che con la pioggia sembra essere ancora più animata del suo vecchio e solito movimento monotono.
Loro sono lì, nella macchina di Fabrizio che sa ancora di nuovo, a fissare l’acqua che cade uniforme e liscia,con un’inquietudine addosso che non è dovuta solo alla pioggia.
Ognuno di loro è contornato dai proprio pensieri e dai propri occhi, diretti oltre la visione umida di quella sera.
Visti così, abbandonati dentro quella macchina con i loro sguardi mesti, sembra che degli anni impropri si siano avvolti sulla loro pelle come ragnatele sottili e fluttuanti.
Con la camicia bianca e i capelli raccolti in una treccia veloce, occhi lucidi e inespressivi lei e lui, con i suoi capelli mori illuminati da una luce grigia, così argentata da poter sembrare un quarantenne con i primi capelli bianchi e gli occhi stanchi di cose viste più volte e non ancora evitate.
“Cosa vuoi fare?”
La voce di Isadora è fredda, come la sua pelle.
“Non lo so.”
Quella di Fabrizio è confusa.
Il silenzio diventa nuovamente protagonista di tanti pensieri, inutili e dolorosi, insistenti.
Il cielo viola ora torna ad essere di un blu più sereno e le nuvole lentamente vengono spazzate via da un leggero vento, nessuna ombra di scomparsa invece del loro turbamento.
La pioggia che adesso cade è uno scroscio tenue e delicato, la gente esce dai bar e dalle case svestendosi di quei grandi impermeabili, tornando ognuno nei progetti della propria serata, bocche sporcate di veloci caffè e nella testa ancora un sacco di personali perché.
“Questa pioggia mi fa ricordare mio nonno.”
Isadora torna ad essere animata da un leggero candore.
“Che tipo era?”
“Un uomo d’altri tempi, con la mentalità aperta sul futuro. Quando passavo l’estate da lui mi faceva assaggiare il limoncello, di nascosto da mio padre ovviamente.”
Fabrizio le sorride piano, quasi con la paura di rovinarle quel momento di ritrovata tenerezza.
I ricordi d’infanzia hanno la capacità di renderci terribilmente tristi o immensamente felici, loro viaggiavano sul confine sottile di quelle due emozioni diverse.
“Ti mancano entrambi, vero?”
“Sì. Di notte sento ancora il respiro di mio padre, mi sembra di sentirlo bussare alla porta come quando mi veniva a trovare. Ieri, al funerale, non sapevo neppure cosa dire. Ci si accorge troppo tardi di quello che vorremmo dire a qualcuno.”
Lui la guarda ancora un attimo, poi mette in moto la macchina, deciso su quale sarebbe stata la loro meta per quella sera. Avrebbe cercato di ridarle indietro almeno per poco l’idea di quell’atmosfera.
“Dove mi stai portando?”
Isadora si accorge che Fabrizio ha già fatto partire la macchina.
“A bere del limoncello.”
La macchina parte, scivolando adagio sull’asfalto caldo mentre i pensieri di entrambi tornano ad incollarsi nel loro silenzio, le loro mani si cercano e troppo timide non riescono a trovarsi tra il saldo cambio della marcia e il traballante volante del proprio cuore.
L’auto si fa spazio tra le strade di Bergamo, sale verso Città Alta e le mura antiche, idilliche di estate e divertimento, qualche pullman serale arriva al suo capolinea facendo scendere volti di gente stanca, le vecchie case e le colline piene di luci torride vegliano sulla città bassa come il guardiano di un vecchio faro.
“Città Alta?”
La voce di lei è leggermente incredula mentre pronuncia la sua domanda.
“Sì, proprio lì.”
La voce di lui invece rimane decisa.
L’auto continua il suo viaggio taciturno, scivolando sulla strada lentamente, senza fretta, superando la funivia e iniziando la lunga salita fatta di curve.
Isadora guarda fuori dal finestrino sapendo di non essere in grado di reggere gli occhi di Fabrizio in quegli istanti, comprendendo che è un viaggio fatto di silenzi intimi, una silenziosità che nasce tra due persone che si conosco a fondo, così tanto da non dover parlare per capire il proprio stato d’animo.
Fabrizio continua a guidare con gli occhi fissi sulla strada, guardando qualche volta, di sfuggita, Isadora.
Scrutarle gli occhi e vedere se per caso una lacrima scende.
Lo spaventa vedere nello sguardo di lei il proprio.
Le luci di Città Alta riportano entrambi alla realtà, Fabrizio parcheggia la macchina sperando di abbracciarla presto, desiderando che i ricordi malinconici stiano svanendo nella notte sopra di loro.
“A che cosa pensi?”
Ora lui è così tenero.
“Un anno fa, qui, ci siamo baciati. Eravamo vicino a quell’albero.”
Adesso lei è così ingenua in quella frase.
“Era tutto più semplice, allora.”
“Nessuno dei due avrebbe immaginato che sarebbe finita così.”
Scendono dall’auto, distanti, allontanati da quel ricordo, andando incontro all’afa della sera.
“Stasera vorrei tanto farti sentire di nuovo a casa.”
Isadora sorride, incerta, e i suoi dubbi si sciolgono in un abbraccio lungo le vie della città, le loro spalle come intrecciate inoltrandosi in borghi antichi e vecchie carceri.
“Nonostante tutto, tu sei l‘unico amico che considero tale nella mia vita.”
La voce di lei è davvero dolce.
“Lo so Isadora, lo so.”
La voce di lui invece è profonda.
“Mi dispiace. Sarei dovuta essere più paziente, capirti di più.”
“Anche io avrei dovuto fare diversamente. Mi è mancato tanto poter dire noi.”
Le loro guance si allineano sulla soglia di una vecchia casa adiacente ad una via molto angusta, sembra essere sorretta solo dalle mura delle altre case vicine.
Un grande terrazzo ricoperto di edera addobba quello schizzo di ringhiera e campanule gialle sembrano coppe piene di vino bianco.
“Siamo arrivati.”
Isadora alza gli occhi sulla casa, si chiede cosa mai ci possa essere lì dentro che Fabrizio ritiene così importante.
A fatica legge il nome sul campanello tutto arrugginito.
“Questa era casa di mio nonno, è mia ora.”
“Lui è..?”
“Sì.
“Quando?”
“Tre mesi fa. Non sapevo nemmeno avesse questo stabile, penso che prima lo affittasse.”
“Perché non me l’hai detto?”
Le stelle e il cielo sono ancora sopra di loro intanto che il cuore sembra essersi rintanato dentro la pancia, in sottofondo a loro c’è la paura di aver risvegliato qualcosa di non ancora assopito.
“Mi mancavi, non potevo cercarti.”
“Assurdo.”
“Come molte cose a questo mondo.”
Fabrizio la lascia sulla soglia della porta e scende in cantina, nell’aria si sentono le vibrazioni dei fuochi d’artificio e la casa sa di muffa e di chiuso, l’odore del passato lasciato a macerare.
“Ti va?”
Fabrizio le è di nuovo accanto con un bottiglia affusolata di limoncello.
“Potrei piangere.”
“Potrei farlo anche io.”
Un divano accoglie le loro gambe e un tavolino i loro bicchieri freddi, fuori quei botti luminosi coprono il rumore delle loro lacrime e quel noi che ad entrambi sembravano essere tanto mancato, si sta di nuovo ravvicinando fra lo spazio del loro passato.
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