
L’ombra di un miracolo
Serie: LA VERGINE SBAGLIATA
- Episodio 1: Incipit
- Episodio 2: L’ombra di un miracolo
STAGIONE 1
Anni dopo, quando la Vergine dalle acque apparve davvero, fu soltanto fastidio.
Come un ospite inatteso mentre aspetti qualcun altro, un buffo scherzo del destino che non s’aveva da fare.
Come la voce stanca del commissario, dentro il telefono, la sera prima.
«Abbiate fede, voi che lo fate per mestiere. Non c’è motivo per disperare, temere che. Davvero. Non ci sono i presupposti per.»
Usava giri di parole, frasi tronche, nella speranza che me la andassi a capire da solo la morte di cui dovevo morire.
«…E insomma, mi avete capito. Tutto fa pensare, ma. Le sapete anche voi, le priorità.»
«Insomma.»
«In che senso?»
«Me lo dica e basta.»
Pausa.
Sentivo il fiato corto, lo squillare sotto di un altro telefono a vuoto.
«Abbiamo smesso di cercarle.»
Ho riagganciato.
La cornetta grigia, rovinata ai bordi, il filo arrotolato fin dentro la presa sembravano già appartenere ad un’ altra era passata, finita e lontana. Mi sono chiesto quali, quante delle cose come le conoscevamo, con il nuovo millennio sarebbero finite, scomparse.
Alla parola scomparse, la mia carne ha di nuovo tremato.
***
Poi, questa mattina, dalla cava, hanno mandato Biagio. L’ho trovato sulla porta, trafelato, ma nel silenzio dei ladri. Le mani grosse tormentate, il casco giallo premuto sopra la fronte sudata: «Dovete venire». E subito dopo, come a ricordarsi le buone maniere: «Se non è disturbo, don Emì, scusate. Scusate davvero. È urgente».
M’è scappata una smorfia di dolore.
«Tranquillo.»
Mi ha preso sottobraccio, non so bene se per questione di buona creanza, rispetto o semplicemente per non perdere altro tempo.
«Ci stanno aspettando.»
Abbiamo percorso insieme la strada curva, siamo saliti fin sopra il ponte, scesi sotto, evitando le buche, i vetri, i resti delle bottiglie vuote che i ragazzi lasciano sempre.
Abbiamo imboccato la stradina che fa il giro largo, da dietro – meglio se non ci vedono, ma chi? – quella con i sassi piccoli, discorrendo di cose come il tempo, l’aumento del tabacco, la nazionale.
Abbiamo attraversato la striscia verde dei campi come una coppia di vecchi amici, a passeggio in un paese dimenticato, e antico, dove non succede mai niente.
La sagoma scura della cava ci veniva incontro come la schiena curva di un vecchio gigante ancora addormentato. Benedetta, o maledetta che fosse, non ci mettevo piede da quella notte. Le gambe si sono fatte molli, la testa ha girato.
Era da poco spuntata l’alba ma il sole picchiava cocciuto, cuoceva l’aria e la pelle come a mezzogiorno inoltrato. Proseguivo a fatica – i sandali nuovi stringevano – sentivo la polvere entrare nelle fessure tra le dita, appiccicarsi sotto i talloni. La mano di Biagio, salda al mio braccio, a tratti si faceva molle, sudata, ma neppure per un attimo ha lasciato la presa.
***
Marvin ci aspettava di fronte al cancello grande. I capelli al sedere, la maglia leggera, i piedi nudi. Nessun casco, nessuna protezione – solo quel modo scellerato e disarmato di stare al mondo, in ogni luogo, sempre, e comunque, come un cristo indolente al riparo da qualsiasi malasorte.
Lo abbiamo salutato da lontano, poi Biagio si è bloccato, rapito da un pensiero.
«Mi ha detto di aspettare, a dirvelo.» Ha fatto leva sul mio braccio e per raggiungermi l’orecchio s’è dovuto sollevare. «Ma.» L’alito gli sapeva di caffè e denti lavati male. «L’abbiamo trovata.»
Alla parola trovata la mia carne ha di nuovo tremato. D’istinto, mi sono scansato.
«Lo so, lo so.» Ma non sapeva niente. «È L’emozione».
***
«Venite.»
Marvin ci si è fatto incontro. Mi ha baciato la guancia, m’ha condotto per mano com’è solito fare.
Abbiamo superato i laboratori, gli uffici, le montagne immense di sabbia strana, le pompe, le gru metalliche, le scavatrici ferme, dal lago grande fino a quello piccolo, in fondo, sulla strada di mezzo e con l’acqua buona per i pesci.
«Eccola.»
Biagio ha indicato un punto vicino alla riva. Il suo sguardo brillava.
«Un miracolo.»
Ma io l’immenso che avrei dovuto provare Signore, perdonami – quante volte l’ho chiesto, che te lo ripeto ancora? – non la provavo. Il fiato dentro il petto era come morto – invece di uscire, tornava – e mi sentivo mancare, scendere giù come chi annega.
Ho dovuto serrare i pugni e mordermi fino al sangue le guance, per trovare la forza di farmi avanti. Guardare.
***
L’avevano adagiata come si fa con i corpi – vivi, morti, o sacri che siano – sopra un lenzuolo bianco, protetta da un fascio di erba più alta. Alcuni operai le si erano stretti attorno, a capannello, le schiene grosse rivolte al ponte per proteggerla da occhi indiscreti, i caschi al petto in segno di devozione. Quando ci hanno visti, si sono aperti per farci passare.
«Te la senti?»
Marvin mi ha carezzato la spalla. Di tutti, era rimasto soltanto lui a darmi del tu.
«Sì.»
E chissà se l’ho soltanto pensato, o dalle labbra m’è uscito davvero.
«È proprio lei?» ha chiesto qualcuno. «È quella della leggenda?»
La testa di nuovo ha girato, di nuovo m’hanno dovuto tenere.
«Naturale.» Biagio m’ha rincuorato. «È l’emozione».
Gliel’ho lasciato credere.
«Quale leggenda?» ha chiesto una voce giovane, forse uno dei nuovi.
«È la Vergine Sacra? È quella che dicono?»
E ancora: «Sta accadendo un miracolo, don Emì?»
«Fatelo respirare.»
«Ma che miracolo!» qualcuno ha riso. «Che ne sappiamo, se è lei davvero, o ce l’hanno messa?»
«Voi che dite?»
Guardavo la scena come da sotto una campana di vetro, senza riuscire a parlare. Il sangue dentro le vene fermo, il cuore nel petto a non battere più.
«Lasciategli il tempo. Fatelo respirare.»
«Le faccio portare un poco d’acqua, Padre?»
Ho fatto cenno di no.
«Se sta lì da sempre, com’è che la troviamo soltanto ora?»
«Signori…»
«Capo…C’è da chiamare ancora la polizia?»
Quell’ ancora m’ha fatto tremare.
«La polizia?!»
Qualcuno ha provato a nominare l’incidente. Lo hanno fatto tacere.
«La polizia no, eh, però. Che qui ci fermano tutto di nuovo. E io devo lavorare.»
«Ma insomma!»
«Quale leggenda?» hanno chiesto di nuovo.
«Ma quindi, quell’altra…»
«Non la nominate.»
Lo hanno detto sottovoce, ma ho sentito uguale.
«Magari è un segno…»
«Questa, poi!»
«Forse, vuol dire che.»
«Basta così.»
«Quale segno?» la voce giovane, sempre lei.
«La zingara torna.»
«Basta.» La voce di Marvin era decisa, ma gentile. «Potete andare.»
Chi verso le scavatrici, chi dentro i laboratori, chi per un caffè, chi per pisciare, con un cenno li ha fatti disperdere come si fa con le oche.
Soltanto Biagio è rimasto, un poco in disparte.
«Che miracolo.»
Di nuovo, si è segnato la croce. Poi, all’indietro come i gamberi, senza levarle gli occhi adoranti di dosso, si è dileguato anche lui.
Io e Marvin siamo rimasti soli. La Vergine Sacra ci stava davanti. Erano passati cent’anni.
“La pelle color del mogano, pietre grigie al posto degli occhi. Lungo le spalle una chioma d’argento e tra le mani un dono, qualcosa di simile ad una preghiera.”
Stesa immobile di fronte ai nostri occhi. Emersa intatta, come promesso, dalle acque. Il tempo e le onde non l’ avevano scalfita. Le alghe non l’avevano intaccata. I pesci non l’avevano neppure sfiorata. Ma i pesci toccano i corpi di carne e sangue, e non le statue di legno e smeraldo, per quanto sacre, benedette, o mandate dal Signore siano.
«Dove?»
L’ho chiesto col filo di voce che mi restava.
Marvin ha indicato un punto scuro, nel mezzo delle acque più fonde, che sapevo già. Ho ricordato Nora, quel giorno, e mi si è gelato il cuore.
Come a leggermi dentro il pensiero, Marvin mi ha sfiorato la spalla. «Lo so. Non è lei che aspettavi.»
***
Di ritorno verso il paese, con le dita ho contato gli anni e non sono bastate le mani. II sole di agosto picchiava come fosse l’inferno e i sandali parevano, se possibile, ancora più stretti, impolverati e stanchi.
Dai balconi le stoffe colorate pendevano, stese, ad asciugare. Stinte dai lavaggi, i disegni quasi illeggibili, ma le donne le usavano ancora per coprire i divani, fare ombra nelle verande, farci ancora, all’occorrenza, i vestiti.
Lungo la strada curva, la nicchia vuota della Vergine Sacra era piena dei nostri fiori. Mi sono segnato la croce, ho sorriso di fronte al niente che per troppo tempo ci eravamo abituati a pregare. Ho pensato, domani, finalmente, l’avremo riempita. Ma quel pensiero per nulla m’ ha consolato.
***
Fuori dalla chiesa, all’ombra dei castani, ho trovato Nora. Le vesti scure, la crocchia stretta sopra la nuca scarna. Fissava ebete il vuoto, sorrideva distante al suo nulla. Delle tre, era l’unica rimasta.
«L’hanno trovata?»
Lo chiedeva a scatti, come da un brusco risveglio, per poi tornare al suo sonno fatto di niente. La malattia se la stava mangiando da dentro, come i bachi con le mele buone. Di questo mondo e della sua vita non ne sapeva più. La zingara era l’unica cosa che ricordava.
«Non l’hanno trovata.» Mi sono seduto al suo fianco. «Ma avevi ragione.» Le ho carezzato il viso. «Hanno trovato quell’altra.» Poi, con le labbra alla guancia, l’ho detto come si dicono le cose d’amore: «È come dicevi tu, Nora, le somiglia. Le somiglia davvero.»
Serie: LA VERGINE SBAGLIATA
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uno stile attraente, mai noioso, e un soggetto (ho letto anche il prologo) originalissimo, almeno per me. Un sapore arcaico nel bel mezzo della modernità completamente secolarizzata.
Benvenuta Francesca, grazie per essere passata di qui. Le tue parole mi fanno davvero piacere 😊
Cara Dea, sono convinta che il tuo particolare stile sarebbe riconoscibile anche tra cento scritti! 😻
Ciò che ogni volta mi lascia senza parole sono i personaggi: di loro non si conosce l’aspetto (fatta eccezione per qualche accenno), ma si visualizzano come se avessero “un’aura” che li rende vivi.
Adoro i dialoghi che si susseguono uno dietro l’altro e anche questo contribuisce a trasportare il lettore nella tua realtà. Una realtà fatta prevalentemente di intuizioni, immaginazione, profondità e sensibilità.
Ciò che scrivi non va letto, ma percepito con occhi che sanno guardare oltre il raccontato. 🖋️
Carissima Mary, grazie infinite!
Come già sai, sono sempre un poco insicura riguardo al mio stile e al fatto di riuscire a “essere capita”, ma ancora una volta tu riesci a rassicurarmi! ❤️❤️❤️
È scritto con una potente dose di tensione emotiva e di conseguenza porta ad una riflessione. Mi piace come hai miscelato timore e speranza. Trovo tutto molto avvolgente.
Grazie di cuore Giuseppe!
Ricollegandomi all’osservazione di Giancarlo, ciò che mi ha colpito maggiormente è il modo con cui fai “emergere” i personaggi senza introdurli in alcun modo. È come se fossero degli attori, già presenti in una scenografia teatrale, che, di volta in volta, intervengono nella storia auto-presentandosi.
Una strategia assolutamente affascinante.
Grazie mille Giuseppe!
In realtà, per aiutarmi a costruire la storia, effettivamente i miei personaggi, prima di scriverli, li “vedo” muoversi, proprio come attori, e questo credo mi aiuti molto nell’effettuare finale 😊
Del tuo stile narratorio abbiamo detto tanto, e complimentarci con te è quasi un plebiscito, ad ogni scritto che ci regali. Ma qui l’aspetto che più mi colpisce è che i personaggi non vengono mai presentati, ma emergono da soli, dai dialoghi, dal contesto, come se uscissero lentamente dalla nebbia. Non sono descritti, con quel tono didascalico che spesso abbiamo (noi come me), ma si stagliano dal fondo e ne capiamo ciò che tu vuoi che capiamo a poco a poco. Cerco di imparare, con fatica. L’effetto è unico.
Ti ringrazio tantissimo Giancarlo. Non è per niente facile iniziare una nuova serie, e fornire particolari e dettagli poco alla volta, stando attenti a svelare troppo, o troppo poco. Ma credo che la maggior parte del lavoro la faccia anche chi legge, perché capire quello che sto cercando di dire, intuire il sottinteso, non è roba da poco.
Ciao Dea, è un capitolo che cattura, proprio come la tua scrittura. In particolare, ho trovato splendidi i dialoghi, perché estremamente credibili, con quelle frasi lasciate a metà e le parole che non si ha il coraggio di dire. Tanti, tantissimi complimenti!
Ti ringrazio di cuore Melania!
I dialoghi sono il mio punto debole, a partire dalla punteggiatura (ho il promemoria sul PC, e riesco a sbagliarla lo stesso 😅) fino alla costruzione. Faccio davvero fatica, mi inceppo sempre, temo di fare disastri…quindi, quello che mi scrivi mi riempie doppiamemente di gioia!
La cosa che non finisce mai di stupirmi nel leggerti è l’impronta unica che riesci ad imprimere sullo schermo e (presto, davvero te lo meriti, presto) sulla carta. All’inizio mi fai sentire come il tizio preso a schiaffi da Terence Hill nella scena delle sberle e della pistola, quella che finisce con: “Non ci hai capito niente, vero?”. Poi ti rendi conto che per un certo tipo di scrittura ci vogliono delle menti di un certo livello per saperla leggere, e allora con pazienza ti siedi al tavolo, mi mostri le linee, le curve, le sinuosità della figura, mi spieghi con dedizione materna e poi prendi il figlio, ti alzi e me lo mostri da lontano. E allora capisco, intuisco, e ti ammiro per l’architettura che è racchiusa in quella testa riccia.
Ci sono sempre delle parole che uno spera di sentirsi dire, perché arrivano dritte là dove devono arrivare. E queste parole per me sono le tue. Grazie Roberto.
Quando comincio a leggerti in un attimo finisco come intrappolata da una rete dalla quale non esco facilmente e dalla quale non voglio uscire, soprattutto quando alla fine me ne resto a bocca asciutta e la fantasia si scatena. Dirti che scrivi benissimo, oramai non lo dico più. Dirò piuttosto che scrivi in maniera affascinante, forse come nessuno di noi sa fare. La storia cattura. Tutto ho pensato fuorché fosse un prete, tutto ho pensato fuorché fosse una statua. Ho capito che non aspettano Lei, ma un’altra lei. Ho capito poco o forse moltissimo, ma non importa. Con te ci vuole la giusta pazienza. Bravissima Dea
Cara Cristiana, credimi, il tuo intuito ha già colto molto più di quello che ho detto. Ho poca pazienza io per prima, purtroppo, e vorrei darvi subito l’intera storia, ma toccherà andare con calma. Grazie di cuore, come sempre, per le tue parole. Mi dai sempre una carica in più 🥰
Una giallo-mistico, tra sacro e profano. Una narrazione che cattura, parola per parola. Dialoghi più che credibili, da sembrare autentici. Il doppio mistero della leggenda e della scomparsa di un’altra vergine che suscita curiosità. Una verginità che può avere significati molto vari. Gli autori lettori, sempre dotati di fantasia, non mancheranno di immaginare qualcosa, giusta o sbagliata che sia, in attesa di leggere i prossimi episodi.
Grazie mille Maria Luisa per queste osservazioni attente. In effetti, tutto è ancora da svelare, e la fantasia, come dici tu, viaggia. Io scrivo con un idea chiara in testa, ma mi rendo conto che da fuori ci si immagina di tutto. E magari è proprio qiesto il bello…Spero soltanto di essere all’altezza delle aspettative…un abbraccio!
Complimenti come sempre Dea!
Grazie mille Alfredo!
Molto interessante!
Grazie Kenji!
Mi sembra scritto molto bene, ma di “vergini” ormai, a meno che non abbiano meno di dieci anni è sempre più difficile trovarne. Potresti cambiare con qualcosa di diverso, tipo magari, “vergine” con “pura” o qualcosa di diverso. Anche perché questa storia delle “vergini” è fin troppo abusata. Ma è solo quello che farei io se scrivessi qualcosa di simile :))
Ciao Andrea, non hai tutti i torti…anzi. infatti la serie si intitola “sbagliata” e quella ritrovata è una statua…prevedo di giocare con i sensi e con le parole, ma come dici tu, di vergini in questa serie ce ne saranno un gran poche. Addirittura forse nessuna.
Grazie per il tuo commento.