L’omino di Escher

Serie: Menti straordinarie


Maurits Cornelis Escher ( 17 giugno 1898 – 27 marzo 1972) è stato un’artista olandese le cui opere presentano costruzioni impossibili, tassellature del piano ed indagini dell’infinito e per questo sono molto apprezzate dagli scienziati. In realtà Escher ha confessato di non capire nulla di matematica e di non trovarsi a suo agio in mondi astratti. Il suo amico Ernst lo ha descritto come un carpentiere che da un’idea astratta costruisce qualcosa di concreto.

Metto un piede dopo l’altro e un piede dopo l’altro. Queste scale mi sembrano infinite. Da quanto tempo le percorro? Giorni? Mesi? Anni? Non lo so. La schiena inizia a farmi male e le gambe si irrigidiscono. Ogni gradino pare generarsi non appena il piede tocca quello precedente, come se il cemento prenda forma modellandosi attorno alla suola della scarpa, costruendo un’infinita spirale di scale. Nella mia discesa, a volte mi capita di incrociare qualche avventuriero senza volto come me, che sale queste dannate scale buie. Alcuni sbucano da delle piccole porte tutte uguali, sparse regolarmente per tutta la discesa, altri da alcuni stretti corridoietti, anneriti dalla penna del nostro disegnatore. Tutti quelli che si trovano sulle scale sanno di essere in un disegno. Possiamo persino guardare vero l’alto e vedere l’enorme mano del nostro creatore mentre ci tratteggia. Non preoccuparti, anche noi siamo essere tridimensionali, per questo riusciamo a vedere sopra di noi. Il leggerissimo ed esperto tratto di inchiostro che la penna lascia sul foglio ci dona uno spessore di qualche millesimo di millimetro, ma sempre uno spessore. Continuo nella mia discesa, affondando uno dopo l’altro i piedi nei gradini, guardando sempre verso il basso. Lo ammetto, sono un po’ fifone e l’altezza mi spaventa, per questo non oso affacciarmi al di là del corrimano per vedere quanto manca, e quindi continuo a davanti a me, ad osservare la scala e i piccoli pianerottoli che a volte mi capita di incontrare, tutti uguali, tutti bui, tutti con la stessa maledettissima porta di legno. È passato così tanto tempo da quando ero sbucato da un piccolo corridoietto stretto dove era casa mia, che non ricordo neanche più perché sto scendendo queste scale, so solo che ormai non dovrebbe mancare molto. A volte mi capita di guardare fuori dal foglio e di sbirciare lo studio del mio creatore, una volta mi sono ipnotizzato su un disegno di una scia di formiche che percorrevano quella che sembrava la forma di un otto. Mi sono divertito ad immaginare che si muovessero e si stessero rincorrendo. Mi è successo anche di perdere lo sguardo tra le colorate tassellature che impreziosivano la parete bianca e che si rimpicciolivano man mano che il disegno raggiungeva il bordo, fino a diventare così piccole che dovetti strizzare gli occhi per cercare di apprezzarne il più possibile. Per non parlare delle sinuose spirali di pesci che si perdevano nel microscopico, al centro della mia vista. Guarda tu stesso quei pesci, non ti fanno ridere? A me sì. Sono bloccati in quel gorgo infinito senza possibilità di liberarsi, ma loro non lo sanno nemmeno. Magari pensano che quella sofferenza possa avere una fine, e invece no. Tocca essere risucchiati in quel vortice per l’eternità e trasformati in qualcosa di più piccolo di un punto. Chissà cosa pensano di me e di questo disegno quei pescetti. Io certamente non li invidio. Ma questa discesa non vuole proprio finire, eh? Basta stare attenti a non scapicollare giù, non saprai mai per quanto potrai cadere e rischi l’osso del collo. Guarda in su, verso lo studio del mio disegnatore. Che bella giornata che entra dalla finestra, la stanza è tutta illuminata. Oh, dei fogli sono volati via, ci deve essere un po’ di vento. Toh, guarda. Sta entrando, ha raccolto i fogli da terra e ora chiude la finestra. C’è così una bella luce che riesco persino a vedere l’immagine del mio disegno nella finestra. Eccomi, mi sono riconosciuto nel riflesso, sono l’unico con il braccio all’insù. Magari potrei capire quanto manca…Oh Dio. Le mie gambe non si fermano da così tanto tempo che ho quasi dimenticato come si fa a stare in piedi fermo. E da quel riflesso sbiadito è difficile avere una visione d’insieme. Magari se aguzzo per bene la vista…Oh, ma quel corridoio non l’ho sorpassato qualche secondo fa? No. Che strano. Se fisso lo sguardo su di me e studio, gradino per gradino, la strada che ancora mi tocca percorrere, questo si posa irrimediabilmente su quel maledetto corridoio che ho già superato. Come è possibile? Ne sono sicuro, ho già controllato una decina di volte. Poi quelle porte mi sembra di averle già viste, anche se le porte che ho visto in tutta la vita erano tutte uguali. Certo che il vento è proprio forte oggi. Guarda, ha spalancato la finestra e ora tutti i fogli stanno volando. Eccolo che ritorna, è corso verso la finestra e l’ha sbattuta e…oh Dio. No, non ci posso credere. Quello è il mio disegno? Orrore, orrore! Che razza di architetto ubriaco lo ha disegnato? Ora che lo vedo per bene, ora che i miei occhi lo vedono per intero…in che incubo mi sono cacciato? Intere rampe di scale sottosopra si intrecciano nei tratteggi dell’inchiostro che ombreggia muri su cui ho camminato sopra come fossero pavimento, persone senza volto come me vagano nel triangolo impossibile di scale ignorando la destinazione mosse semplicemente dal portare i loro corpi anonimi verso una meta che non esiste perché qui non esiste lo spazio, quegli ambienti che apparivano così normali dai miei occhi erano in realtà delle chimere architettoniche se viste da fuori, un vortice di scalini pronto ad inghiottire qualsiasi figura avrebbe osato percorrerli. I miei occhi vagano spaventati su quel riflesso, studiando ogni dettaglio di quella spaventosa immagine. I corridoi, che mi è sembrato di aver incontrato a migliaia, non sono più di due in numero, e le porte, che tante volte ho visto occupare le mura dei pianerottoli, sono sempre le stesse che si ripetono a mano a mano che scendo quelle scale, anzi, a mano a mano che le percorro. Ero convinto di star scendendo quelle scale da tanto tempo, mentre invece mi muovevo e basta, senza che una qualsiasi idea di spazio vigente nel mio mondo mi portasse a destinazione. Sono paralizzato, immobile mentre persone senza volto, troppo impegnate nella loro scalata, ignorano il loro tremendo destino. Ma presto il terrore diventa rabbia. Rabbia di essere imprigionato in quell’oscura prigione senza fine. Sento gli occhietti lucidi dei pesci che mi fissano, mi giudicano come io ho giudicato loro, a quanto pare siamo sulla stessa barca. Loro costretti nella loro spirale infinita ad esplorare l’infinitesimo e io nella mia gabbia di tratteggi che mutava la sua forma ogni volta che spostavo gli occhi da un dettaglio ad un altro. Devo fargliela pagare a quel maledetto architetto che ha progettato quel disegno. Devo tornare nel mio corridoio, nella mia casa e non uscirci mai più. Non mi importa quanto tempo ci vorrà, ma devo farcela. Allora mi giro e, con gli occhi fissi sugli scalini in salita, metto un piede dopo l’altro e un piede dopo l’altro.

In molte delle sue opere, Escher prende spunto da un concetto matematico o fisico e lo trasforma in qualcosa di concreto e osservabile. Ne è un esempio Relatività, una litografia dove un cambiamento di prospettiva da parte dell’osservatore comporta un ribaltamento totale del senso dell’opera e dove ogni dettaglio pare avere senso solo se considerato localmente, mentre lo perde se in rapporto al resto. Il gusto geometrico di Escher si nota nelle sue numerose tassellature e nelle sue opere raffiguranti spirali e nastri di Moebius (Costruzioni topologiche, replicabili anche con delle striscioline di carta, in cui tracciando una linea partendo da un punto sul nastro e continuando dritto su di esso si arriva a disegnare su entrambe le superfici della strisciolina senza staccare la penna).

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