L’oracolo

Serie: L'Ombra


NELLA PUNTATA PRECEDENTE: Finalmente, avviene l’incontro tra l’Ombra e l’oracolo.

Il vegliardo non le sembrò sorpreso del suo arrivo.

«Ho visto e sentito i rumori delle tempeste, il silenzio delle paure, il sorriso della felicità e gli attimi in cui la morte raccoglie l’ultimo respiro, ma mai ho incontrato un’ombra che cammina! Di ciò non mi stupisco, poiché so che esiste anche quello che non si conosce ancora» esordì con cadenza così calma e lenta che ogni parola sembrava pesata con la bilancia della saggezza.

«Se parlo, tu senti la mia voce?» l’Ombra osò chiedere, per essere sicura di poter fare domande che non fossero mute.

«Sì.»

«Sei il primo umano che ha orecchie per la mia bocca!»

«Tu mi vedi umano, perché io mi mostro tale, ma potrei essere una farfalla, una pianta, e anche una goccia d’acqua che non cola da nessuna fontana» disse, volgendo il viso verso di lei: gli occhi erano due piccolissime pupille senza contorni né sopracciglia. «Tu sei qui per avere il mio dire al tuo domandare» proseguì «ma, prima di ogni altro parlare, occorre non dimenticare che il futuro è il germoglio di ciò che si è seminato, per cui qualsiasi cambiamento, se si vuole sia certo, deve avere innanzitutto la forza di sradicare gli effetti del passato» aggiunse.

«Chi pensa il contrario, sarebbe da zittire prima che iniziasse a parlare» rispose l’Ombra.

«Dell’umana gente –ingegnere e costruttore dell’inferno altrui, pur di divenire signore di ciò che vuole!– tu vai sperando un’alba nuova; ma credi veramente che ne sia capace?» argomentò, spostando un piede per far passare una fila di formiche.

«Se l’uomo è artefice di tanto orrore, forse lo è anche di un agire senza dolore.» controbatté l’Ombra, con tono rispettoso.

L’oracolo volse il capo verso la caverna e le pareti presero a vibrare come pelli di tamburi percosse da robuste mazze.

«Ciò che rimbomba, là dentro, sono scarpe dalle suole di chiodi che calpestano il suolo del mondo, quando dovrebbero essere morbide calzature che passeggiano come fossero su un ponte di cartapesta» spiegò, brandendo il bastone.

Ora, il silenzio era sì pieno da sentirsi l’aria ferma.

«Ma accadrà che le mani diventino strumenti utili solo per fabbricare carezze, così da salvare l’uomo da sé stesso?» spezzò l’Ombra quel silenzio, senza capire da dove avesse preso il coraggio per farlo.

Ad una ad una le sue parole si fiondarono sulla rugosa roccia con veemenza tale da bucarla, mentre il sentiero, da cui era giunta, si sgretolò, inghiottito da ciò che gli si apriva sotto.

«Questo è il pensiero che ti tormenta?» chiese, quando il terreno smise di darsi scosse.

«Sì» rispose l’Ombra, mestamente.

L’oracolo lanciò in alto il bastone che non ricadde, ma rimase dove la forza del braccio lo aveva spinto.

«Il futuro dell’uomo dipende da lui stesso, e non da un destino scritto a priori. Ma tu vuoi sapere con certezza se nel suo domani sbocceranno i fiori oppure appassiranno anche le primavere» disse, con il viso che pareva levigato marmo. «Qui, il tempo non permette di stargli davanti, ma solo a fianco del suo passo» proferì, mentre il bastone lasciava la sua stasi per cadere in basso.

«Vi è un altro luogo dove potresti predire il futuro?» lo pregò l’Ombra, speranzosa.

L’oracolo indicò la caverna, mentre il bastone scese a conficcarsi nel terreno.

Le pareti erano vene della montagna in cui scorreva l’usura delle stagioni, tra ragnatele tessute da ore senza compagnia e senza solitudine.

L’Ombra vi entrò, seguita dal tic tac del tempo fino ad uno spazio dall’odore di stantia muffa, dove l’orologio tacque.

«Al tuo chiedere, ora che il tempo è in pausa, posso rispondere» disse l’oracolo. E rispose. Ma l’Ombra non riuscì a sentire quello che lui diceva, perché il silenzio avvolse la materia per renderla refrattaria ai suoni, sì che le parole arrivarono come onde vuote. Finito che ebbe il suo dire, l’oracolo si dissolse come una bolla di sapone che qualcosa tocca; nello stesso istante, la terra prese ad aprirsi in voragini sempre più grandi, costringendo l’Ombra ad indietreggiare per non esserne fagocitata.

L’Ombra uscì dalla caverna inseguita dai fossi colmi di vuoti profondi. Correva, guardandosi intorno per trovare la bussola della sua fuga. Era sperduta, quando le apparve il falco pellegrino per indicarle la direzione giusta. 

Continuò a correre fino a quando non fu sull’orizzonte, tra cielo e mare.

La parte nascosta della luna si voltò, in quel momento, a guardarle il volto: aveva gli occhi belli da far innamorare anche chi amore non sapeva cosa fosse. 

Intanto, il mondo continuava a girare su sé stesso e intorno al sole, con le sue luci e le sue ombre.

Continua...

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