L’orologiaio

Serie: L'Urlo Muto delle Ombre


NELLA PUNTATA PRECEDENTE: Sesto racconto dell'antologia "L'urlo muto delle ombre"

“Prova a tornare domani” disse il commesso rigirandosi nelle mani l’orologio che Luca gli aveva affidato.

“Oggi non potete fare proprio nulla, vero?”

“Il fatto è che l’ingranaggio della data funziona a metà” commentò il commesso per la quarta o quinta volta. Estrasse la corona e prese a girarla in senso antiorario, facendo arretrare i giorni. Mostrò a Luca il quadrante. Nel riquadro del giorno della settimana scorrevano al contrario, ciclicamente, i nomi in inglese dei giorni. Domenica, sabato, venerdì, giovedì…

“Dovrebbe vederlo il mio superiore.”

“Capisco” mormorò Luca. Nel silenzio della bottega deserta, risaltava il fruscio del meccanismo di ricarica.

Il commesso gli restituì il suo orologio e si salutarono; Luca si trovò in strada. Gli sembrava di essere rimasto nel negozio per ore, ma il suo Seiko gli confermò che non erano passati neanche venti minuti.

Eppure, lì fuori tutto sembrava… diverso. Poco prima di entrare nella bottega, la via era deserta e silenziosa. Ora un vecchio camion dell’immondizia si era fermato sul ciglio della strada. I due netturbini scesero dalle loro pedane per mettersi all’opera.

Strano pensò Luca. Ricordava che il servizio di ritiro dell’immondizia fosse stato eliminato anni prima.
Il
mondo cambia così in fretta rifletté. Richiede molta più attenzione di quanta non gliene possa dare.

Si incamminò lungo corso Vittorio Emanuele, incrociando tante persone che prima non c’erano. Una signora camminava mano nella mano con il suo compagno. Lei indossava una pelliccia e un cappello, lui un cappotto doppiopetto. Anche lui portava il cappello. Sul lato opposto della strada un giovane si trascinava svogliatamente verso il suo ufficio. In testa portava un copricapo simile a una coppola.

Erano tutti ben vestiti, cosicché a Luca parve di star passeggiando per le strade della città di domenica. Ma era giovedì.

Notò che non c’era traffico, altro fatto insolito per un giovedì. Del resto, le cose cambiavano alla svelta in quella piccola città, dove il sindaco e i suoi colleghi sembravano darsi da fare senza sosta per trovare la viabilità urbana perfetta. Luca se li immaginò come pittori davanti a un quadro. Una pennellata e aggiungevano un divieto di sosta. Una sfumatura ed ecco sparire una ZTL. Uno spruzzo di rosso e Via Oldofredi diventava a senso unico.

Quando la sontuosa facciata del teatro sociale iniziava a intravedersi, passò la prima automobile. Luca si fermò e si voltò, seguendo con lo sguardo una FIAT 500 che non poteva avere meno di sessant’anni. Poco più indietro una Bentley decappottabile passò rombando. Il suo conducente indossava un paio di occhialini aderenti e una sciarpa, i cui lembi svolazzavano al di fuori dell’abitacolo a ogni accelerata.

Bizzarri questi cultori delle auto d’epoca pensò Luca riprendendo il passo. Arrivò alla rotonda su cui si affacciavano il teatro e il quartiere finanziario. Sul lato opposto, sotto i portici, un gran brusio creato da una ventina di persone sull’orlo del litigio per decidere a chi spettassero gli ultimi tortelli rimasti. Luca ricordava che in quel punto esatto ci fosse una banca, non un negozio di alimentari.

Il mondo cambia decisamente in fretta, esclamò nella sua mente.

Attraversò la strada quasi senza guardare se arrivasse qualcuno – era ormai evidente che il comune avesse decretato la nascita di una nuova ZTL – e arrivò alla fermata del bus. Una signora vestita con un cappotto di cui Luca non riuscì a capire la provenienza aspettava la corsa, tutta ritta, perfettamente al centro della mattonella del marciapiede. D’un tratto si sentì osservato. E giudicato. Pensò che poteva essere per come era vestito.

Si voltò in cerca della bacheca arancione, e si stupì nel vederne una verde. Era l’ennesima cosa fuori posto, quel giorno. Iniziava a provare un senso di fastidio. Quando tra gli orari delle corse non trovò quella che prendeva tutte le mattine, la sua indisposizione si tramutò in irritazione.

Estrasse dalla tasca lo smartphone e cerco in rete il sito dell’APAM. Sbuffò quando sul display apparve l’icona tanto odiosa ad avvisarlo che non c’era connessione. Spense e riaccese i dati mobili, ma nella regione in alto a destra dello schermo compariva sempre una x. Non era disponibile nemmeno la linea telefonica. Ripose il telefono in tasca. Ora ho un orologio e un telefono rotti pensò.

Ancora si sentì osservato. Si voltò appena in tempo per notare la testa della signora  che tornava bruscamente a guardare in direzione della strada. All’improvviso un pensiero gli balenò nella mente, e il sangue gli si gelò nelle vene.

Non tornerò più a casa.

Si impose di smetterla di essere sciocco, quindi si rassegnò ad aspettare il bus. Avrebbe chiesto informazioni all’autista. Il traffico era sempre lo stesso, ovvero quasi inesistente. Un ragazzo sfrecciò davanti a Luca e alla signora in attesa a bordo di una Renault che Luca non aveva mai visto. Era simile alla FIAT 500 di poco prima, ma con il muso un po’ più lungo.

La porta del teatro di spalancò, e dalla soglia sbucò un ragazzo. Portava anche lui il cappello, e tra le mani reggeva un pacco pieno di foglietti di carta. Si guardò attorno, e accortosi della presenza di Luca, si avviò verso di lui.

“Buongiorno!” esclamò. “Vuoi dei biglietti per lo spettacolo di venerdì prossimo?”

“Grazie,” rispose Luca “ma li ho già.” Ed era vero; li aveva acquistati online per lui e la sua ragazza.

Il ragazzo dei biglietti cacciò la testa all’indietro, scoppiando in una risata. La signora scosse lentamente la testa a destra e a sinistra.

“Impossibile! La vendita parte adesso” disse il ragazzo.

“Beh, io i biglietti li ho” rispose seccato Luca, e si voltò di nuovo verso la strada.

Il ragazzo rise ancora. La signora si voltò verso di lui sorridendo maliziosamente e i due si scambiarono uno sguardo di intesa.

L’è mat” disse il ragazzo, e se ne andò canticchiando una vecchia canzone.

Luca si guardò attorno con apprensione. In tasca, strinse il mazzo delle chiavi di casa fino al punto da provare dolore. Controllò l’ora dall’orologio da polso e notò l’ennesima cosa fuori posto. Aveva indossato l’orologio al contrario.

La lancetta dei secondi scorreva il quadrante in senso antiorario.

Serie: L'Urlo Muto delle Ombre


Avete messo Mi Piace8 apprezzamentiPubblicato in Horror

Discussioni

  1. Ben pensato e scritto, come tutti i tuoi racconti. Mi è piaciuto molto l’uso del corsivo in certi passaggi, da il ritmo e la tensione giusti. “Il mondo cambia in fretta…” questa frase, simile a luogo comune, ripetuta più volte, ha quasi un tocco ironico, che si mescola all’atmosfera di tensione, culminando in quel “forse non tonerò più a casa”. Ero indecisa se sorridere divertita o farmi prendere dal terrore, come in bilico tra realtà e finzione…

    1. Ciao Dea, grazie come sempre per le tue parole.
      A dire il vero uso spesso il corsivo, piace molto anche a me. Forse è un elemento che ho appreso involontariamente dai libri di King, uno scrittore al quale sono particolarmente affezionato 😉