
L’ultima spiaggia
“Ti amo.”
“Questo, mi dispiace, so non essere vero.”
Mi raggelai, incredula. Come si era permesso? Strinsi le labbra per evitare di parlare, ma mentre mi rassegnavo alla rabbia che sempre più mi saliva dentro lo vidi. Mi guardava con quel suo maledetto sguardo tra il rassicurante e l’ammiccante ma al contempo perennemente triste, il suo biglietto da visita. Sotto gli occhi infossati e le borse, però, sorrideva. Allungò una mano verso la mia, la strinse fissandola per qualche istante e poi parlò:
“Tu non mi hai mai amato veramente, puoi negarlo a me ma non a te stessa. Eppure mi hai sposato, mi hai dato due figli, sei rimasta nonostante tutti i dubbi e le incertezze. So perché l’hai fatto: hai sempre avuto paura di restare sola, dopo che lui ti lasciò.”
In quell’istante avrei voluto schiaffeggiarlo; perché rivangare una storia vecchia di decenni, perché proprio in quel frangente poi? Chiamai l’infermiera a gran voce, sicura che ormai il momento fosse giunto e che stesse delirando. Lui rise dolcemente, mi strinse la mano che teneva nella sua per attirare la mia attenzione, e continuò a parlare:
“Non c’è bisogno di disturbare l’infermiera cara, sono perfettamente conscio di ciò che dico.”
“Quindi chiamo lo psichiatra?”
“Io per te sono stato la classica ruota di scorta.”
“Ok, basta, ne ho abbastanza.”
Feci per andarmene ma non mi lasciò la mano. Sembrava stringerla con tutte le esigue forze che gli rimanevano, come se fosse l’unica cosa che ancora lo teneva aggrappato a questo mondo.
“Ascoltami, ti prego.”
Non risposi, ma mi sedetti nuovamente, senza voltarmi a guardarlo.
“Ricordi come stavi, dopo quella vicenda? Domanda stupida, certo che lo ricordi. Beh, – continuò, cominciando ad accarezzarmi il dorso della mano col pollice – quando mi chiamasti per dirmi cosa era successo mi ritrovai a provare sensazioni contrastanti. Me ne vergogno ancora oggi, a dirti la verità. Sollievo, gioia quasi, ma soprattutto dispiacere nel vedere come ti aveva ridotta. Non so perché chiamasti me, ma è nel sentire la tua voce spezzata dal pianto che feci una promessa a me stesso. Ti amavo già, all’epoca, ma promisi di farlo per entrambi.”
“Che cosa stupida.”
“Stupida, si, ma era ciò che mi sentivo di fare. Promisi a me stesso che mai più avrei permesso che soffrissi a quel modo. Ricordo i nostri primi appuntamenti, quei baci quasi privi di sentimento, da parte tua almeno. Eppure continuai ad amarti, nonostante sapessi che tu non provavi le stesse cose. Qualcun altro avrebbe protestato, al posto mio, non avrebbe accettato di esser considerato come l’ultima spiaggia. Ma eri così fragile, così triste, così lontana dalla ragazza solare che avevo conosciuto e di cui mi ero innamorato. Ti chiesi di sposarmi, in modo da assicurarmi che più nessuno ti facesse del male. Qualcuno lo definirebbe egoismo, ma davvero potevo lasciare che tornassi da lui, quando ti chiamò implorando il tuo perdono? Fosti abbastanza forte da negarglielo, al tempo, ma per quanto ancora potevi essere forte?”
“C’è qualche problema?”
L’infermiera, facendo capolino dalla porta, guardava entrambi con sguardo stanco.
“Nessun problema, io e mio marito parlavamo ad alta voce.”
“D’accordo. Per qualunque cosa può premere il tasto affianco al letto.”
“La ringrazio.”
Lui, nel frattempo, non aveva smesso un attimo di fissarmi il volto. Teneva ancora la mia mano nella sua, continuava ad accarezzarla come aveva sempre fatto ogni sera, dopo cena, mentre si faceva raccontare la mia giornata. Sapevo che aveva ragione; mi misi con lui per paura, e non ebbi mai il coraggio di lasciarlo pur sapendo di non provare nulla se non un enorme affetto. Non ero mai stata una ragazza facile, e quell’ultima delusione mi si stampò nel cuore come un marchio a fuoco. Mi rassegnai:
“Nessuno sopporterebbe anni di finto amore per una semplice promessa. Chi ti dava la certezza che sarei rimasta?”
“Nessuno. Ma finché mi avessi dato la possibilità di proteggerti, finché potevo dimostrarti che su di me potevi sempre contare, io ci sarei stato. Dopotutto, se questo non è amore allora cosa lo è?”
“L’amore deve essere corrisposto.”
“Eppure eccoci qui, con quarant’anni di matrimonio alle spalle. Eccoti qui, accanto al letto d’ospedale dove morirò, presto o tardi che sia. Hai preferito la sicurezza a un amore travolgente, e da parte mia ho sempre e comunque cercato di darti entrambe le cose. Ma cosa fai?”
Mi accorsi solo in quel momento di piangere. Fissavo un punto imprecisato a poca distanza da dove, poco prima, c’era l’infermiera. Mi tolsi gli occhiali per asciugarmi le guance, ma lui fu più veloce. Liberò la mano dalla stretta e l’allungò verso di me, raccogliendo col dorso le lacrime che mi rigavano il viso; quante volte l’aveva fatto, in quarant’anni? Quanto, in realtà, avevo fatto caso alla dolcezza con cui mi guardava ogni volta che mi consolava, quante volte avevo fatto caso al tono rassicurante che prendeva la sua voce quando la vita ci remava contro?
“Volevo farti un’ultima confessione e tu rovini tutto mettendoti a piangere? Sei proprio un caso disperato. Promettimi che non piangerai quando i medici ti daranno la notizia.”
“Smettila di parlare come se dovessi morire oggi.”
“Oggi, domani, che differenza fa? Non voglio che mi ricordi così, debilitato e stanco; preferisco morire in questo momento, con te affianco, invece che tra settimane, quando sarò ormai troppo rimbambito anche solo per parlare.”
Abbozzai un sorriso, sicura di mostrare più che altro una smorfia, ma non risposi. Sapevo che cercava di essere forte per entrambi, come aveva sempre fatto. Chissà se aveva paura, chissà se non stesse davvero delirando, in quel momento. Si portò la mano con cui mi aveva asciugato le guance alla bocca, e lo vidi chiudere gli occhi mentre, con le labbra, assaggiava ciò che rimaneva delle mie lacrime. Poi li riaprì, e parlò nuovamente:
“Non ho rimpianti. Ho vissuto la bellezza di quarant’anni affianco all’unica donna che abbia mai amato veramente. Abbiamo avuto momenti felici e momenti meno felici, ma se ogni volta trovavo la forza per andare avanti è solo per merito tuo. Era per vederti tornare a sorridere, per starti ad ascoltare quando canticchiavi pulendo casa, mentre fingevo di lavorare al computer. Pazienza se non hai mai provato quello che provavo io: questo volevo dirti, alla fine. Grazie per avermi permesso di amarti.”
Se ne andò la notte stessa; una complicazione, dissero i medici. Non mi misi a piangere, questa volta toccava a me mantenere una promessa.
Avete messo Mi Piace3 apprezzamentiPubblicato in Amore, Narrativa
Bellissimo racconto, anch’io ho avuto la possibilità di leggerlo solo ora. Ha toccato un nervo scoperto
Racconto molto intenso, a tratti provante. I dialoghi sono diretti e reali e sembra di stare in quella camera con i protagonisti.
Ho trovato molto bella la frase “Ti amavo già, all’epoca, ma promisi di farlo per entrambi”… toccante.
Alla prossima lettura…
Ti ringrazio delle belle parole, non mancherò di proporvi altri scritti.