L’ultima thule del Buce

“Tutto fu ambìto
e tutto fu tentato.
Quel che non fu fatto
io lo sognai;
e tanto era l’ardore
che il sogno eguagliò l’atto.”

Laus Vitae. G.d. Annunzio

Il Buce si gira e  rigira nel suo letto come cicoria ripassata in padella, sia egli preda di tormentati incubi fin troppo reali o di sogni passionali sì tanto lontani, il diavolo solo lo sa.

Claretta gli asciuga la fronte, ricurva e mesta si imperla a sua volta il volto di lacrime e sudore. Le membra del suo amato paron scosse e consunte da una febbre emotiva.

Gli occhi spalancati ed assenti in un horror vacui che si affaccia sulla sconfitta totale.

Il Kaiser l’ha confinato a Salò quasi ad evitare che faccia altri danni all’Asse.

È un uomo stanco, scavato in volto quello che con una voce incerta, anni luce remota da quella tronfia e baritona dei comizi a braccia conserte su stese di mano verso il Balcone.

La voce tipica del Buce, detta in codesta maniera perché pareva tuonasse quando saliva direttamente dal bucio del culo, è ora lieve, a volte impercettibile, stirata in un lamento.

Ha i giorni contati: Egli e la sua Repubblica Sociale di marzapane.

Irriducibili bande di fedelissimi picchiatori che a petto infuori hanno risposto “Presente!” pur di restare perigliosamente incollati alla parte sbagliata della Storia.

La nebbia sale lacustre e grave a nasconde Villa Feltrinelli. La cela persino a chi ne è di guardia a sua difesa: Una guarnigione di carabinieri ed un manipolo di paracadutisti scelti della Wermacht che si alternano alla postazione antiaerea piazzato sul tetto.

Claretta va a cambiare le lenzuola sudario, intrise di orina ed essudato con una devozione da Maria Maddalena ai piedi della croce, svastica della sacra reliquia.

Sindone che sarà bruciata dai partigiani da li a pochi mesi.

Le candele che circondano il Buce  irradiano il suo elmo di una lucentezza unta di pallore.

L’amata lenisce lo strazio onirico  immergendosi sotto le lenzuola per praticargli una fellatio consolatoria e triste; mentre i gendarmi sulla porta escono di scena per non oltraggiare questa intimità terminale e corrompere coi loro sguardi.

La pendola segna due tocchi: Le due di notte. La nebbia comincia a smerigliare l’aria scoprendo il nudo confine tra cielo e lago. Una figura in lontananza si impaluda mentre cerca di salire a riva. Le vedette lo incrociano ogni notte alla stessa ora. Chi dice sia  fantasma del Vate(r) che viene a reclamare il cadavere del Buce,.

Come un Caronte incazzato nero ed in anticipo sul trasporto anime mentre canta di pioggia al fosforo sulle rovine del Terzo Reich e sul Pineto che pare un Cipresso.

Egli finalmente riposa, e adesso che Claretta si asciuga la bocca ancora sguanciata di repubblichino sperma, i gendarmi come se nulla fosse rientrano in scena a vegliare l’ultima thule del Buce.

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Discussioni

  1. Una sequenza di fotogrammi formidabile, inchioda un momento storico alla parete come con un coltello lanciato con forza. Ho visto e letto tante rappresentazioni, più o meno deterioranti e deteriorate, delle ultime ore del “Buce”. Questa, nella mia scarsa competenza, le supera per me tutte. Dura, durissima, Dannunziana nell’atmosfera, come già preannunciato dai versi introduttori. Solo che qui l’aggressività si rivolge all’interno invece che all’esterno, e invece che glorificare la grandezza di quel mondo, la sbugiarda e ne evidenzia lo squallore. Con una vaga eco di faccetta nera, dissolvenza verso il nero sull’ultimo fotogramma.
    Fine. Istituto Buce.

    1. Giancarlo, con “Istituto Buce” hai vinto. Il Gadda lo soprannomino Kuce nella famosa invettiva. Ma mi interessava mettere in risalto, come hai chirurgicamente notato, il grottesco della solennità e dell’intimità quasi squallida del momento esistenziale e storico. Con lo spettro del wate che come è noto dopo un primo momento prese le distanze dal Bucetto et viceversa. Grazie 🙏 davvero.

  2. Magnifico, qui ti sei superato, non saprei davvero cosa evidenziare (forse Vate(r) 😀 ). Hai pensato pure ad adattare il linguaggio al tempo che descrivi. Non credevo di poter trovare un’ultima thule cosi’ bella dopo quella di Guccini.

  3. è un mondo malato, infetto e morente: mi è tornato in mente il “Salò” di Pasolini. Tutto si muove in un aria irrespirabile come la poesia dannunziana. Bravo.

    1. Francesca, hai colto l’essenza del racconto. È proprio quell’atmosfera irrespirabile e satura di visioni morbose e decadenza quella che mi ha contagiato e per fortuna contagia lettori ricettivi come te. Grazie!!!

  4. Posso considerare questo tuo scritto quasi come una dovuta (nei miei confronti) prosecuzione del discorso semi-serio e semi-colto che abbiamo incominciato qualche giorno fa e poi interrotto bruscamente quasi sfiniti dalle nostre opposte posizioni da cui non se ne veniva a capo? Quanto è irriverente quello che hai scritto, senza peli sulla lingua, immagini forti che prima ti fanno sorridere, ma poi ti bloccano li. Immagini che si concretizzano davanti agli occhi. L’ultima, sopra tutte. Lei, così femmina in quel gesto dell’asciugarsi la bocca. Non ti chiedo come ti sia venuto in mente, ma lo considero geniale. Bravissimo.

    1. Cristiana, immagino che succeda anche a te che delle idee, che poi si esplicano in qualsivoglia forma espressiva covino dentro/fuori di noi e poi delle sincronicita le fanno detonare. Lo scambio di cui parli è servito sicuramente da detonatore e brainstorming. Grazie anche per questo di ❤

  5. “Claretta va a cambiare le lenzuola sudario, intrise di orina ed essudato con una devozione da Maria Maddalena ai piedi della croce, svastica della sacra reliquia.”
    Potrei evidenziare espressioni all’infinito

  6. “La voce tipica del Buce, detta in codesta maniera perché pareva tuonasse quando saliva direttamente dal bucio del culo, è ora lieve, a volte impercettibile, stirata in un lamento”
    😃 che dire?!