L’ultima videoteca

L’insegna tremolava leggermente nel vento. Le lettere avevano perso pezzi negli anni, ma si leggeva ancora chiaramente: “VIDEO KILLED THE RADIO STAR”. Non era mai stato un Blockbuster, il proprietario aveva deciso di restare indipendente. 

«Qui siamo in provincia, mica a New York», ripeteva sempre.

Quell’ultimo giorno di apertura, Yuri arrivò in negozio alle otto. Era un pezzo d’uomo di cinquant’anni, i capelli ancora neri come i suoi vestiti dark, e un modo di muoversi lento ma preciso, di chi è padrone del proprio regno. Aprì la serranda con lo stesso gesto che faceva da venticinque anni, quando aprì una videoteca nel nulla, credendo di cambiare il mondo coi film e la musica. Il rumore metallico rimbombò nella via deserta.

Dentro, l’odore era sempre lo stesso: plastica delle custodie e carta stampata. Accese le luci al neon e per un attimo si fermò a guardare le pareti. Le locandine ingiallite di “Fargo” e “Black Rain – Pioggia sporca” erano ancora appese leggermente storte. Più in alto, sopra lo scaffale c’era il cartonato di “Lady Vendetta” con un angolo strappato.

Con l’umore sotto i piedi, Yuri scrutò il bancone. Quel bancone aveva visto passare generazioni di clienti: bambini che ora erano padri, adolescenti diventati adulti con mutui e figli. Il paese non superava i diecimila abitanti, e la videoteca era stata per anni un punto di ritrovo. Il venerdì sera, nella saletta dietro, si teneva il cineforum, dove Yuri parlava con foga e competenza di cinema indipendente, suggerendo agli ottusi compaesani perle di cinema sudcoreano.

Da tempo la gente aveva smesso di frequentare il “VIDEO KILLED”, pigramente sprofondata sui divani di casa, completamente lobotomizzata come gli zombie di cui Yuri amava parlare con gli avventori fino a notte fonda. Le piattaforme, i telecomandi al posto delle mani. «Zio, è il progresso», gli aveva detto suo nipote. Yuri non ce l’aveva col progresso, ce l’aveva con l’ignoranza e la mancanza di gusto, oramai virali.

Alle nove entrò la prima cliente. La signora Nella, settant’anni, cappotto e borsa. 

«Yuri… è vero, allora?» chiese senza preamboli.

«Già…» rispose lui, rollandosi una sigaretta. «Da domani si fa festa.»

Nella si guardò intorno. «Ricordo quando venivo qui con mio marito a scegliere le cassette. Lui voleva sempre i western.»

Yuri annuì accendendosi la sigaretta. Prese dallo scaffale un DVD di “Il Grande silenzio” di Corbucci e glielo porse. «Questo l’ha noleggiato almeno dieci volte».

Lei fece per prendere il portafogli ma Yuri la fermò. «Omaggio della casa. Così, guardandolo, ti sembrerà di averlo ancora vicino». Nella lo abbracciò e lo salutò.

Dopo di lei arrivarono altre persone. Marco che restituì un BLU-RAY in ritardo di due anni e insistette per pagare la penale. Ma Yuri lo mandò bonariamente a fare in culo. Due ragazzi delle superiori entrarono per fare un selfie con lui: «Per noi sei un mito. I nostri genitori sono cresciuti con i tuoi cineforum». 

«Pensate quanto sono vecchio!» rispose Yuri salutando.

All’una, Yuri abbassò a metà la serranda per la pausa. Si sedette sullo sgabello dietro il bancone e tirò fuori un panino avvolto nella carta stagnola. Si ricordò di quando aveva aperto. Era il 1999, l’anno di Matrix. La sera dell’inaugurazione aveva offerto popcorn gratis e messo un gruppo post-punk a palla. Aveva trent’anni, e una passione sconfinata per il cinema.

Il pomeriggio passò lento. Alcuni amici vennero a parlare di cinema come se fosse un giorno qualunque. Qualcuno propose di organizzare una petizione, ma lo dissero con un mezzo sorriso, sapendo che non avrebbe cambiato nulla. Non era una questione di affetto. Era una questione di un mondo cambiato in modo irreparabile. 

Insomma, un bel casino.

Verso le sei entrò Luca. Aveva circa venticinque anni e viveva a Milano da tempo. «Sono tornato per questo,» disse indicando il negozio. «Ho visto il post sui social. Mi dispiace, Yuri…»

Yuri lo riconobbe subito. «Da bambino ti nascondevi dietro il bancone!»

«Ahah. Mi faceva paura la copertina di Ammazzavampiri,» rise «e pensare che adesso sono horror dipendente.»

Rimasero a parlare a lungo. «Qui era diverso. Dovevi scegliere davvero. E se sbagliavi, poi potevi parlarne, discutere, arrabbiarti anche. Condividere le tue impressioni. Adesso siamo tutti sardine nelle scatolette,» concluse Luca.

Yuri annuì. «Era bello condividere.»

Quando Luca uscì, portava con sé l’ultima tessera cliente ancora attiva, come souvenir. 

Non c’era più nulla da noleggiare. Molti DVD erano stati venduti a offerta libera. 

Gli scaffali erano pieni di spazi vuoti.

Alle otto di sera, Yuri guardò l’orologio. Non entrava più nessuno. Prese una scatola di cartone e iniziò a riporre le cose personali: una foto dell’inaugurazione, la prima tessera stampata…

Si fermò davanti allo scaffale delle “Novità”. Rimaneva una sola copia, mai noleggiata, di un film uscito anni prima. Lo prese tra le mani, poi lo rimise a posto. Non avrebbe portato via altro. Quel posto doveva restare intatto, almeno nella sua mente.

Abbassò la serranda. Il rumore metallico fu più forte del solito, o forse era solo il silenzio della via a farlo sembrare così. Si voltò un’ultima volta verso la porta chiusa, dove l’insegna blu rifletteva la luce dei lampioni.

Yuri non era certo tipo da lacrime facili. Si infilò le mani nelle tasche e si incamminò verso casa.

Mentre camminava, ripensò a tutte le storie passate tra quelle mura. Amicizie nate davanti agli scaffali dei film. Bambini che sceglievano i cartoni con la stessa serietà di un adulto che firma un contratto. Sorrise anche, ripensando a quei due coglioni che per un parcheggio erano finiti a menarsi nel suo negozio. Roba degna di Pulp Fiction.

La videoteca non era solo un negozio. Era stata una pausa. Un luogo dove il tempo si fermava tra uno scaffale e l’altro, e dove le persone parlavano, chiedevano consigli, discutevano di finali.

E, soprattutto, uscivano di casa.

Arrivato all’angolo, Yuri si voltò ancora una volta. La via era quasi buia. L’insegna non era più accesa.

Per la prima volta dopo anni, il paese non aveva più un luogo condiviso dove scegliere le storie.

Ma le storie, pensò Yuri, non finiscono mai davvero. Cambiano luogo, magari, ma restano nelle persone.

E lui, per un po’, di quelle storie ne era stato il custode.

Avete messo Mi Piace5 apprezzamentiPubblicato in Narrativa

Discussioni

  1. Mi è presa la malinconia leggendo il tuo racconto. Oggi di sprofondati sul divano di casa ne è pieno il paese, ridotti allo zapping compulsivo, stanchi come facchini 5.0 perché scaricatori di App. La tecnologia ha preso un abbrivio incontrollabile. Quando l’offerta di prodotti è infinita, vale per la musica e il cinema, non si apprezza più niente, tutto viene giudicato in un attimo e i giudizi non possono che essere superficiali. Nel digitale manca un rapporto sensoriale, manca il piacere nel collezionare pile di cassette VHS, dischi vinilici, DVD e CD, il tatto non viene appagato, l’olfatto è assopito. Con l’IA un futuro distopico non sarà fantascienza, sarà realtà. Fermate il mondo, lasciatemi scendere, oserei dire, purtroppo o per fortuna così va il mondo. Bellissimo racconto, scritto con maestria. Complimenti.

    1. Capisco bene la malinconia di cui parli. C’era qualcosa di profondamente umano nel gesto di infilare una VHS nel videoregistratore, di far scorrere un vinile sul piatto, di allineare con cura CD e DVD su uno scaffale. Non era solo consumo: era attesa, scelta, rito. Oggi invece siamo sommersi, e nello zapping continuo rischiamo di perdere il tempo necessario per affezionarci alle cose. Il digitale ci ha tolto peso e ingombro, ma insieme anche una parte di fisicità, di odori, di consistenze. Quel rapporto sensoriale che trasformava un oggetto in esperienza.

      Allo stesso tempo, però, mi chiedo se il problema sia la tecnologia in sé o il modo in cui la attraversiamo. Ogni epoca ha avuto la sua “paura del futuro”. Anche la televisione, anche il walkman, anche Internet agli inizi sembravano l’anticamera di un impoverimento irreversibile. Forse il rischio non è l’innovazione, ma la passività.
      Ti ringrazio ancora per l’apprezzamento: sapere che il racconto ha suscitato una riflessione così intensa è il complimento più bello.

      1. L’innovazione non va demonizzata, il problema è dettera delle regole condivise, altrimenti il mondo digitale con l’IA diverrà un Far West, dove il più forte, il più ricco, chi è privo di etica, chi non si fa scrupoli e tutti i malvagi detteranno legge.

  2. “Ma le storie, pensò Yuri, non finiscono mai davvero. Cambiano luogo, magari, ma restano nelle persone”
    Forse vado un pò controcorrente verso questa vena nostalgica che condivido appieno, ma. Questa frase è bellissima, una delle poche davvero rappresentative quando le ere finiscono e altre iniziano. Però, a pensarci bene, qualcuno avrebbe potuto pronunciarla anche allora. Qualcuno che è stato giovane molto prima dei dvd, e che nei dvd ha visto un progresso che non capiva. Qualcuno che rimpiangeva, che so, i cinematografi, le diapositive, i fratelli lumière, gli ellepì. E i giovani dei dvd e delle vhs proprio non li capiva. Come chi, a sua volta, non capiva i giovani dei cinematografi, perchè è stato giovane, con i suoi affetti, molto prima. Non dico che il mondo non cambi, a volte in meglio, a volte in meglio, e a volte purtroppo progresso e cattivo gusto coincidono, e c’è poco da fare, se non, appunto, tenerci strette le storie e cara la nostalgia. Hai descritto una delle sensazioni più profonde, in modo molto semplice e vero. Mi è sembrato però che questa nostalgia, dei ragazzi del 1999, non sia soltanto loro, ma universale. Credo appartenga all’intera storia dell’uomo, in un certo senso. Se ci pensi, alla fine è la stessa che hanno provato tutti i giovani diventati adulti in un mondo che inesorabilmente, sempre, cambia. Però magari ho solo detto un fracco di baggianate. Bisognerebbe attendere, chiedere ai quindicenni di oggi, fra cinquantanni, di descriverci la loro nostalgia verso l’Iphone, le serie di Netflix, o quanto e se mancano loro le chiaccherate a vuoto con chat gpt.

    1. Hai ragione: la nostalgia non appartiene a una generazione, ma al passaggio del tempo. Ogni epoca ha avuto i suoi “si stava meglio prima”, e ogni giovane diventato adulto ha guardato il mondo nuovo con un misto di stupore e smarrimento. I dvd, i cinematografi, gli ellepì: per qualcuno erano rivoluzioni incomprensibili, per altri casa. Forse la nostalgia non parla tanto degli oggetti ma di noi, di chi eravamo quando li abbiamo amati. È una forma di fedeltà a quella versione di noi stessi.
      E sì, sarebbe bellissimo chiedere ai quindicenni di oggi, tra cinquant’anni, cosa rimpiangeranno. Magari proprio le chiacchierate infinite con ChatGPT.
      Grazie Irene, come vedi nessuna baggianata.

  3. “Era una questione di un mondo cambiato in modo irreparabile. “
    Era un mondo diverso in cui i luoghi di incontro per scambiare quattro chiacchiere, discutere o ridere guardandosi in faccia, erano tanti. E gli amici virtuali ancora pochi o inesistenti.

    1. È vero, era un mondo in cui ci si cercava fisicamente, quasi per necessità. Le piazze, i bar, i muretti, le case: erano spazi vivi, fatti di sguardi, pause, silenzi condivisi. L’amicizia aveva un corpo, una voce, una presenza. Oggi i luoghi non sono spariti, ma si sono moltiplicati altrove, dentro schermi e connessioni. Grazie M. Luisa!

    1. È proprio quella la malinconia che sentivo mentre scrivevo: non uno strappo violento, ma un velo sottile sugli occhi. Un nodo lieve, che non fa male davvero, ma ricorda che qualcosa è passato — e proprio per questo è stato prezioso. Grazie Tiziana del passaggio.

  4. Mi ha lasciato addosso una nostalgia concreta: non per i DVD, ma per il posto dove ci si incontrava e si parlava di storie. Yuri è vivo e il finale, sobrio, fa male nel modo giusto.

  5. Sensazioni provate quando, in cantina, trovo lo scatolone con le vhs, le mie e quelle delle mie bambine. Giusto che il tempo passi, ma Cristo! un po’ di pietà. Grazie Simone, hai trovato parole giuste per raccontare una “fine dei tempi”. Fargo in cassetta mi strazia l’anima!

    1. Ciao Giuseppe, esatto, la sensazione è proprio quella. Come esatta anche l’esclamazione: Cristo, un po’ di pietà. Ci stanno straziando l’anima, e li ringraziamo pure. Paradossale. Grazie del tuo tempo, e del tuo riscontro.

  6. Ciao Simone, complimenti per la capacità che il tuo brano ha di condensare un’epoca in un giorno. La nostalgia è salita piano piano, con l’arrivo dei clienti è divenuta commozione, ma il finale ha trasformato il nodo in gola in un bel sorriso. Una bella sensazione. Grazie.

    1. Ciao Luigi, grazie del tuo riscontro. Per chi ha vissuto quella splendida realtà, la nostalgia è un must.
      Molto contento che ti sia piaciuto, e che ti sia arrivato il messaggio. Un caro saluto.

  7. Caro Amico mio,
    mi hai aperto un solco nel cuore.
    Meravigliosamente nostalgico, racchiude una crudele realtà epocale, ovvero che le persone hanno smesso di condividere e di scegliere, delegando ad uno spersonalizzante e prezzolato mordi e fuggi.
    Le generazioni nascono e muoiono e con esse i relativi punti di riferimento.
    Difficile ipotizzare le magnifiche sorti e progressive di cui neppure sappiamo se è per quanto ne saremo parte