
L’ultimo sabato di agosto
Che anno il 2019! Bello, vissuto intensamente. Chiuso alla grande con viaggi, nuove esperienze, nuove persone, nuove prospettive.
Il 2020 ci intrigava. Doppia cifra tonda. L’abbiamo iniziato con propositi e piani come non mai. Eravamo super carichi!
Poi il virus.
Ci ha sorpresi, spaventati, bloccati, cambiati.
Abbiamo imparato nuovi modi di essere; a volte abbiamo incontrato le nostre ombre. Abbiamo provato l’assenza e ci siamo addormentati con la dolce vicinanza di qualcuno lontano.
Le settimane trascorrevano a volte lente, a volte veloci; comunque strane. A volte, dei giorni sembravano finanche piacevoli, passati in casa a fare cose per le quali non avevamo mai avuto tempo.
Abbiamo provato il brivido di uscire di notte e infrangere il divieto.
Come quando bigiavi a scuola. Come quando dicevi a casa che ti incontravi con un’amica. E invece.
Ci stiamo ancora pensando, dobbiamo ancora metabolizzare, capire.
Per quel che ci riguarda, tutto era cominciato qualche mese prima.
Ci eravamo incontrati per caso ad una riunione, al Truth & Tonic. Un’avventura per trovarlo! Avevo chiesto informazioni alla metà dei negozi sul Grand Canal shopping center, quello con l’effetto The Truman Show. Avevo controllato la mappa in tre o quattro Infopoint, fintanto che un simpatico signore di mezza età della security si era offerto di accompagnarmi, avendomi visto passare su e giù più volte. L’ascensore di accesso era nascosto in fondo ad un corridoio anonimo in un angolo del quarto piano. Il posto più inadeguato e difficile da trovare in tutto il resort del Venetian. Se qualcuno non si fosse presentato, sarebbe stato di sicuro giustificato.
Eravamo tutte persone che non si erano mai viste prima e che avevano investito buona parte della mattinata per raggiungere quel “Wellness Café”.
Anche tu eri lì. Sei comparsa, inattesa. E mi sei entrata nell’anima subito, intensamente.
Una giornata fitta di attività, che abbiamo trascorso insieme muovendoci da un hotel all’altro, da una sessione all’altra della convention, camminando per chilometri attraverso delle walking hall lunghissime, negozi, casinò, scale, ristoranti, passaggi aerei sulla Strip, ma sempre insieme. Parlando in maniera così naturale e confidenziale, come fossimo vecchi amici. Noi, che alla mattina non sapevamo l’uno dell’altra, non ci siamo divisi nemmeno per un istante, fino a sera.
Ti avevo lasciato a Las Vegas quella notte stessa. Troppo presto. In piedi, elegante, sotto quella enorme scritta luminosa “Supernova”, mentre la mia macchina si allontanava e il party era già un ricordo lontano. L’agenda dei giorni successivi già programmata da tempo; impossibile cambiare appuntamenti, voli, alberghi. Ma la tentazione di chiamare la segretaria per riorganizzare il tutto era stata forte.
Tu eri venuta in ritardo perché dovevi dare un’intervista lì nel Palazzo, dopo la standing dinner al Lavo. Mentre la limousine ti portava verso il Festival Grounds mi scrivevi un messaggio dopo l’altro. Mi chiedevi come ci saremmo potuti incontrare in mezzo a tutta quella gente. E invece ti avevo trovato in un attimo. Ti avrei trovata subito anche tra milioni di persone.
I giorni erano poi passati sempre troppo lenti, fintanto che non ci siano sfiorati ancora una volta negli States: aeroporto di Newark. Tu in arrivo, io in partenza. Non c’era tempo sufficiente per un rendezvous. E così solo una breve telefonata per poi volare in direzioni opposte, verso continenti diversi. Io con il mio Burberry nel bagaglio a mano, pronto per il freddo all’arrivo; tu con i tuoi bikini preferiti nello zainetto, verso sole, mare, spiaggia.
Ma finalmente poi eravamo riusciti a vederci. Per poco, per un pelo, prima che tutto fosse bloccato. Solo qualche ora a Milano, per un’altra riunione. Subito dopo ero dovuto scappare via, in ritardo per il volo. Come al solito.
Mi avevi aiutato a trovare un taxi che ci aveva messo una vita ad arrivare. Mi scrivevi: “È tardissimo, ma sei sicuro che ce la fai?” e magari speravi che io lo perdessi quel volo. Ma io ero riuscito ad arrivare in tempo. Come al solito.
Priority lane, nessuna coda, security check veloce. Ero tanto in tempo che ti avevo inviato una foto sorridente con uno spritz in mano, nella lounge Lufthansa. “Visto che non hai voluto fare l’happy hour con me, mi bevo un drink qui in aeroporto”. Faccine arrabbiate come risposta.
Allora ci eravamo dati appuntamento, ci eravamo detti che ci saremmo visti presto, in America, in Italia, in Germania per quell’evento allo Schliersee che ti avevo raccontato e che ti piaceva molto. Avevamo programmato così tante riunioni che nemmeno quelli di Scientology. Poi il lockdown ci ha imprigionato e ha cancellato una dopo l’altra tutte quelle tappe che avevamo segnato sul calendario.
Certo, parlavamo, chattavamo, ci scambiavamo foto e ancora faccine; ma ci mancava quello stare insieme, condividere delle sensazioni tanto forti quanto indefinite a cui volevamo dare un senso.
Ora l’emergenza è passata e tutto è ripreso come prima, ma invero nulla è come prima.
Ci abbiamo messo un po’ a riorganizzare, le nostre vite, il lavoro, gli appuntamenti.
E a capire come gestire questa dimensione parallela che abbiamo creato, questo spazio speciale nel quale sentiamo il bisogno di rifugiarci, ma dal quale a volte scappiamo per il timore di rimanerci incastrati.
Eppure questa volta ci siamo davvero, tra qualche istante ti rivedo.
Le giornate sono calde, ma l’aria della notte comincia già ad essere frizzante, di quella che ogni tanto ti dà i brividi.
Ora che anche l’estate se ne sta andando c’è ancora più voglia di provare emozioni. Quelle che ti porterai dentro nei prossimi mesi, quando forse sarà tutto normale, tanto normale che avrai bisogno di ricordare qualcosa di speciale.
Sono fuori che ti aspetto. Cammino avanti e indietro un po’ nervoso, con il telefono all’orecchio. Tu arrivi leggera e accattivante. Mi raggiunge il tuo odore buono, un mix di doccia appena fatta e di un profumo che ti ho già sentito addosso prima, qualche notte, da qualche parte.
Ci guardiamo, uno sguardo carico di felicità. Ci precipitiamo ad abbracciarci, stretti, a lungo.
– Sei semplicemente splendida!
– Grazie, anche tu, ti trovo bene!
– Ci abbiamo messo un po’ a ritrovarci.
– Sì, vero; ma non pensavi mica che questo stupido virus ci avrebbe tenuti lontano ancora a lungo?
– No, non ne ho mai dubitato. E poi tu sei una tosta.
– Puoi dirlo forte! Pensa che combinazione: finalmente venire a New York e rivederti. Non mi avrebbe fermato nessuno.
– Ehi, non accendere la sigaretta proprio adesso. Ho chiamato il taxi ed è già qui!
Mi ignori, fai un tiro, lento, e la spegni. Sorridi come se io non avessi detto nulla e sali nella macchina con eleganza. Io ti tengo lo sportello e penso che tu abbia il sorriso più disarmante del mondo.
– Chelsea, Sedicesima 355 West, angolo Nona, grazie.
– Praticamente alle spalle del TAO di Downtown. – Gli dico ancora.
Il tassista mi lancia uno sguardo dal retrovisore. Capisco che non c’era bisogno di specificare e ho l’impressione che approvi la destinazione, con complicità.
Passa un minuto al massimo, poi…
– Ehi, guarda che sono qui! – Mi dici con tono offeso.
– Sì, scusami…
Avrò percorso centinaia di volte queste strade, ma ogni volta non posso non guardare fuori dal finestrino. Resto come ipnotizzato.
E adesso parliamo come se non lo facessimo da secoli, riprendendo spontaneamente le mille conversazioni avute online, mentre il taxi procede a zig-zag tra un labirinto di strade secondarie.
L’auto si ferma.
– Here we are, sir.
Finalmente ci siamo: il Dream Hotel!
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