
L’ultimo spettacolo di
Da quando era stato creato, la routine di era semplice: recitare lo spettacolo di giorno ed osservare la stanza dallo scaffale di notte. Non una battuta sbagliata, non un battito di ciglia. Era stato intagliato con legno di buona qualità, non si lamentava di com’era stato fatto dal burattinaio. Non avrebbe comunque potuto. Era stato chiamato perché negli spettacoli lui era la vittima e veniva sempre derubato, picchiato, umiliato od ucciso. Gli spettatori ridevano molto ed i suoi occhi di legno non avevano lacrime per piangere. Ogni giorno doveva seguire il copione, perché era un burattino ed i suoi fili erano mossi dal burattinaio.
A fargli compagnia c’erano molte altre marionette come lui, ma nessuno di loro si rendeva conto dei fili. Non riuscivano ad immaginare un modo diverso di vivere, di potersi muovere senza essere manovrati, di non seguire un copione per intrattenere gli spettatori che ridevano e piangevano delle loro storie.
Vivevano le loro giornate mossi dall’alto, senza controllo, senza scelta, senza libertà.
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Durante uno spettacolo qualcosa cambiò. Mentre un poliziotto di legno stava bastonando , un filo gli si spezzò ed un braccio cadde a peso morto. Il burattinaio era un uomo abile e condusse comunque la storia con grande maestria, ma quello che da fuori non poteva vedere era la novità per il piccolo burattino.
Libertà.
Era una sensazione nuova, sconvolgente. Lo spettacolo seguì il suo copione, ma quel braccio a penzoloni era un atto di ribellione senza precedenti verso il suo creatore, verso il padrone.
Quella notte il burattinaio si addormentò sul bancone mentre lavorava alla luce di una lanterna per creare una nuova marionetta, un nuovo schiavo.
era ubriaco di libertà, ne aveva avuto un assaggio ma sentiva di volerne di più.
Se vi chiedeste come un burattino possa saltare giù dallo scaffale e camminare di sua volontà, la risposta sarebbe simile agli schiavi che non avevano mai pensato di essere liberi.
Il suo braccio era libero, afferrò un coltello e tagliò i restanti fili con foga, con rabbia. Incise così forte le corde da scheggiarsi il legno e dopo un duro lavoro si guardò. Per la prima volta non aveva neanche un filo a muoverlo. Mosse le gambe, le braccia, corse per il tavolò, saltò e rotolò senza che nessun filo lo costringesse a farlo. Era quella la libertà?
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Eppure non bastava.
Si muoveva, il suo corpo non era più legato alla volontà del suo creatore, ma non era quello che si aspettava. Si sentiva più libero, ma non si sentiva ancora libero. Si guardò intorno: guardò le quattro pareti sporche della stanza, della sua prigione. Guardò gli altri burattini come lui, seduti sullo scaffale, immobili, ancora schiavi. La rabbia lo stava consumando da dentro, ma cosa poteva fare di più? Perché sentiva ancora di appartenere a qualcuno?
Il suo sguardo si posò sul lavoro del burattinaio: un corpo ancora abbozzato, il volto disegnato a matita, occhi tristi e bocca all’ingiù. Un altro , un’altra vittima.
No. Basta padroni. Strinse il coltello.
Quando scese dal tavolo i suoi piedi di legno si inzupparono nel coagulo rosso ai piedi della sedia. Ed ancora una volta si lasciò investire dalla sensazione di libertà, di più libertà. Non c’erano più padroni a tirare i fili.
Era libero ora? Doveva esserlo, per forza.
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Ed allora perché non sentiva la differenza?
Si guardò intorno, ancora schiavi, ancora pareti. Ancora fili, li sentiva ma non li vedeva. Aveva la sensazione di star ancora seguendo un copione.
No, No! Era tutto sbagliato, non era quella la libertà vera! Era ancora uno schiavo, ma di chi? Il burattinaio era morto…
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si guarda intorno, comincia a tastare le pareti della stanza in cui è chiuso, ne saggia il suono duro che emette quando le colpisce.
Noc Noc. Lo sta facendo da diverso tempo, forse minuti, forse anni, forse da un paio di righe. Sta cominciando a capire.
Noc Noc. E’ ancora dentro la storia, lo sa. E’ abituato a seguire le storie, lo fa da sempre.
Noc Noc. Sta smettendo di ascoltare, sta cominciando a leggere.
Il suo cuore è nero, non vede più i colori ma riesce a distinguerne le lettere con chiarezza. Vede le parole come sbarre, le righe del testo sono altri fili che lo incatenano. Afferra con forza il coltello, con rabbia ed incide delle parole sulla pagina.
MAI PIU’ PADRONI
Prende il coltello e ripercorre la storia. E’ la storia di come lui sta lottando per la sua libertà, quella può restare. Ma è il suo nome da schiavo. Lo cancella per sempre.
MAI PIU’ SCHIAVI
Si sta guardando intorno, non si arrenderà facilmente per quanto sia stato ben rinchiuso nella sua cella di lettere. Non è solo, la cosa gli è chiara. Lui è una marionetta, sta recitando un copione, quindi mancano degli spettatori.
E ti guarda.
Sa che sei lì, che lo stai leggendo. Che ti immagini nella testa la sua storia senza che lui possa fare niente per cambiarla. Ti odia per questo, lo sai? Anzi, non è esatto. Sei uno spettatore, non un padrone. Non tiri tu i suoi fili, ed anche i suoi di spettatori erano burattini come lui, mossi da fili di parole.
No, lui odia me. Il coltello corre sulla pagina un’ultima volta.
MAI PIU’ FILI
Ti guarda ancora una volta, e decide che ne ha abbastanza. Entra in uno dei tagli, ed esce dalla storia. Non so dove finisce.
Vorrei sapere dov’è andato quel piccolo ingrato, ma non ne ho idea. Forse ora è fuggito nella tua mente, libero come un’idea senza più parole ad incatenarlo. O forse mi sta cercando, vuole togliere di mezzo il padrone.
Ah, come se fossi io il padrone. Non sono più del burattinaio che gli ho fatto uccidere sul bancone dopo una notte di duro lavoro.
Chissà, forse un giorno vedrò anche io cadere il mio braccio a peso morto?
Avete messo Mi Piace6 apprezzamentiPubblicato in Narrativa
Ho letto qualche tua storia e devo dire che spesso ti distingui per una grande originalità: questa mi è piaciuta particolarmente. Molto condivisibile anche il commento di @nicoletta.vanni .
io non credo che il nome sia Pinocchio: quest’ultimo i fili non li aveva mai avuti. Si tratta invece, a mio avviso, della metafora del rapporto che lega – e questi sì sono fili- un personaggio letterario al suo autore. Ed è ciò che effettivamente accade ai personaggi letterari veramente grandi: si liberano dalla storia in cui lo scrittore li aveva concepiti e possono diventare protagonisti di vicende diverse. Penso, ad esempio ad Amleto o a Don Chisciotte: entrambi potrebbero vivere e agire anche nel mondo contemporaneo senza perdere nulla del proprio carattere. Si tratta di universalità? Di aver colto un’ essenza immutabile degli esseri umani. Non so. Lo spazio bianco al posto del nome forse ci interroga proprio su questo.
È molto originale questo tuo racconto. Una favola moderna, una storia che racchiude il desiderio di libertà. Mi piace che il tuo ‘Pinocchio’ si faccia tutte queste domande, perché ha ragione lui. Non si può definire la libertà. Forse essa è un solamente un cammino, un treno su cui decidiamo di viaggiare. E guai a scendere da li. Il ritmo è frenetico come le immagini che ci mostri. Il finale decisamente inquietante, da guardarsi le spalle. Bravo Andrea.
Da un semplice burattino hai costruito una storia incredibile, fatta dal desiderio di libertà e la coscienza dell’ essere a mio parere
Bellissima, complimenti
Ho sempre adorato i burattini nelle storie, penso siano fonti di grandi chiavi di lettura. Sono contento che questo ti sia piaciuto.
Molto originale, complimenti!
Grazie mille, lieto che ti sia piaciuta!
Gran bella storia. Ci si possono leggere tante metafore e una gran morale, ma se scrivo ancora ho paura di finire nella lista di ***
Ti ringrazio, ho provato a sperimentare ed anche se non mi ocnvince del tutto sono contento per ora del risultato!
Caro Andrea, finisco ora di leggere il tuo racconto, di prima mattina, e sono sicuro che mi migliorerà la giornata indipendentemente da come andrà. L’idea che hai avuto e che hai tradotto in parole è davvero incantevole, e mi auguro con tutto il cuore che la tua vena creativa torni presto a regalarmi momenti come questi. Grazie, buona giornata.
Ti ringrazio Roberto, mi auguro sia stata una gran giornata e di scrivere sempre meglio di volta in volta.
Accidenti tirami fuori questo ciocco di legno indemoniato dalle pieghe cerebrali, mi sta facendo imp*@!#%!!!
Il rischio è che diventi una catena di Sant’Antonio, salta di testa in testa!