L’uomo che seminava domande
Da qualche tempo Cè coltivava un orticello, uno di quelli che i comuni assegnano ai pensionati, forse nell’intento di tenerli lontani dai cantieri o forse per offrire loro un passatempo che alleggerisse le famiglie dalla presenza continua dei congiunti, in quella stagione della vita che alcuni considerano l’anticamera dell’Ade.
Lì gli anziani attingevano l’acqua per irrigare il proprio fazzoletto di terra, Immergendo il secchio nel Lete che, inesorabile, sottraeva loro ogni giorno un po’ di memoria, i ricordi scivolavano allora verso il mare come barchette di carta, proprio come quando erano bambini.
Talvolta, capitava che dovessero attingere l’acqua dall’Eunoe; allora le loro storie sembravano riprendere colore e vigore. Così, appoggiando il mento al manico della pala, qualcuno si fermava a raccontarle al vicino, che lo ascoltava appena, aspettando soltanto che tacesse per poter parlare delle proprie mille vite.
Cè frequentava l’orto per ritrovare le erbe alimurgiche che aveva visto raccogliere da sua madre, per osservare se stesso negli altri nella sua passeggiata lenta verso altre dimensioni e soprattutto, per seminare domande nella speranza di raccogliere risposte.
Ogni giorno arrivava, si sedeva all’ombra e osservava l’andirivieni operoso di api, vespe e altri insetti che passavano instancabili di fiore in fiore, trasportando il loro carico di polline. Per un attimo pensò a quale iattura sarebbe stata, per una di quelle creature, essere allergica al polline.
Anche quell’operosità riempiva le tasche di Cè di nuovi semi da cui far germogliare altre domande, persino le lucertole che sembravano seguirlo, incuriosite e inconsapevoli, gli regalavano nuovi interrogativi.
A quel tempo Cè era considerato ancora un uomo giovane, anche se quell’”ancora” aveva qualcosa di sospetto, come una sottolineatura che tradiva il tono surreale di chi la pronunciava e finiva per mettere in evidenza l’inconsistenza stessa dell’affermazione.
Giovane rispetto a chi?
Questa era una delle domande che aveva piantato accanto agli ortaggi, sperando che, prima o poi, ne germogliassero risposte illuminanti.
Passavano i giorni, le settimane, poi i mesi, Cè si accorse che le risposte alle domande maturavano molto più lentamente dell’insalata.
Osservava i pensionati dei lotti vicini discutere di pomodori, di pioggia, di insetti e di come il clima non fosse più quello di un tempo, così come le loro schiene ormai doloranti.
Li sentiva parlare del passato con la sicurezza di chi considera la memoria una fotografia, a lui, invece, sembrava più simile a un orto invaso dalle erbacce: qualcosa cresceva, qualcosa spariva, qualcosa cambiava nome.
Un giorno notò che una lucertola si fermava sempre sullo stesso sasso. Prese ad osservarla per giorni, per settimane. Nulla sembrava distinguere quel sasso dagli altri, eppure lei ritornava lì ogni mattina, puntuale come un vizio, un giorno Cè seminò accanto a quel sasso una domanda:
“E se anche gli esseri umani trascorressero la vita tornando sempre sugli stessi pensieri, chiamandoli destino per non dover ammettere che si trattava soltanto di abitudini?”
La lucertola vide il seme di quella domanda vicino al suo sasso e, come spesso accade ai maestri più saggi, non rispose, forse conosceva una risposta, quella giusta per lei, Cé la osservò, rimasero entrambi immobile al sole, la lucertola con l’aria di chi aveva già detto tutto senza aprire bocca.
Cè sorrise e annotò mentalmente un’altra domanda da seminare il giorno seguente.
“Esiste una risposta a una domanda oppure, per ogni domanda, esistono risposte personalizzate? Quelle che fanno comodo a ognuno di noi in un determinato momento e che cambiano non appena smettono di esserci utili?”
Forse il destino di Cè non era quello di coltivare domande per ottenere risposte, ma quello di custodire la curiosità e nutrire il dubbio, per non smettere mai di crescere, lui d’altronde veniva da un paesino dove a volte le domande terminavano con l’intercalare “ e si! No?
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Gli anziani non si pongono domande… non più. Il futuro fa loro paura, tutto quello che è “novità” fa loro paura; si nutrono di ricordi e di certezze, di “status quo” consolidati. E se il “nuovo” spaventa, perchè è incerto, meglio rifugiarsi in ciò che si conosce, che si sa essere innocuo.
Gli anziani non cercano risposte, perchè quelle le hanno già. E sono esattamente come dici tu… personalizzate.