L’Uomo della Mezzanotte

I tre entrarono nella mensa, il soffitto era basso e sul muro troneggiava una gigantesca scritta gialla riferita al piano in cui erano “-20”, l’aria era satura del rumore dell’impianto di aspirazione e poche persone occupavano i tavoli.Scelsero un posto appartato e non appena seduti quello dei tre con più capelli pose una bottiglia di vodka sul tavolo, gli altri due la guardarono con meraviglia.

«Jurij, come fai ad averla? Questa dovrebbe essere riservata ai colonnelli, se ci beccano come minimo ci metteranno dentro!»

«Non temete, non l’ho rubata e ora vi racconterò tutto.»

«La porta si richiuse alle mie spalle senza rumore alcuno. la stanza era ben arredata con preziosissimi mobili in legno, un tappeto finemente decorato al centro e dietro all’ampia scrivania le due statue d’ordinanza: Lenin e Stalin. Seduto alla scrivania vi era Stanislav, piccolo russo con banali baffetti, ma non con banale grado, egli era un colonnello e che colonnello! Insignito della medaglia per servizio impeccabile di quarta classe, primo e solo uomo al mondo, medaglia del veterano, medaglia per la vittoria sugli USA e a detta di tutti il vero vincitore sul capitalismo; oltre ad un’altra fila di onorificenze minori che i nostri leader usano di tanto in tanto inventarsi.

“Buon giorno compagno” la sua voce mi colpì molto, non era dura e decisa come mi sarei aspettato da un eroe come lui, ma calma e in qualche modo soffice.

Soprassiederò ai vari convenevoli.

“Quindi sarai tu il mio macchinista?” mi chiese guardandomi dritto negli occhi.

“Sì”

“Mi dica, lei crede che io sia un eroe?” dicendo questo si alzò con evidente difficoltà, io lo avrei anche aiutato ma appena feci un passo verso di lui mi fermò con un gesto deciso della mano.

“Ho il mio bastone, faccio da solo”

Notai solo allora che nella mano sinistra stringeva il pomolo di un nero bastone da passeggio sul quale appoggiava buona parte del suo peso . Si diresse verso me zoppicando fermandosi ad un solo passo di distanza.

“Lei ha una faccia intelligente ragazzo, come si chiama?” mi chiese

“Jurij”

“Una volta era un bel nome, ma ora la storia ha fatto sì che lo portino in troppi ed è diventato banale” detto ciò si fermò un secondo, come se stesse cercando di agguantare con la mente un pensiero caduto vicino al mio piede sinistro.

“Tutto bene signore?”

“Sì, pensavo solo a quanto quella sciagurata passi su di noi recandoci in dono fardelli mai chiesti”

“Chi?”

“La storia compagno Jurij”»

«Poco dopo fummo sulla carrozza lanciata a gran velocità, io ai posti di comando e lui nella poltrona dietro; entrambi diretti a Washington, primo posto dove caddero le bombe. Ora per darvi un’idea, visto che è concesso a pochi di viaggiare e sopratutto sulle capsule sottomarine, esse sono delle specie di monovagoni arredate in maniera spartana ma con un comodo divano rivestito in pelle riservato agli illustri passeggeri, al fianco del quale capeggiano i ritratti dei nostri padri Stalin e Lenin; ovviamente a me tocca una scomoda seduta in plastica. La rotaia che delinea quella tratta passa prima sotto la madre Russia, poi sotto l’oceano pacifico e infine si insinua nelle terre d’America. Il viaggio come sempre era noioso, una volta partito non ho molto da fare sino al momento di tirare il freno, così decisi di soddisfare la curiosità che l’ultima frase detta prima di partire aveva fatto germogliare in me “Compagno Stanislav, mi dica, cosa intendeva con ‘i fardelli mai chiesti’? È dalla partenza che ci penso ma non riesco ad afferrare cosa voleva dirmi” il vecchio eroe staccò gli occhi dal volto di Lenin per portarli sullo specchio che avevo attaccato a mo di retrovisore (non sarebbe consentito, ma mi ero stufato di parlare senza vedere il volto del mio interlocutore; così un giorno chiesi il permesso ad un alto dignitario e la sua risposta fu ‘Fa pure, a chi vuoi che interessi’), si pettinò i baffi e prese la posa tipica di chi sta per esporre la sua verità, infatti subito iniziò “La storia a volte ci mette sulle spalle cose non richieste, caro compagno. Nel tuo caso sei stato chiamato con il nome che fu di Gagarin, sorte toccata ormai a tanti nel mondo; nel mio caso ella mi diede il nome di Eroe” il suo sguardo si porto dove su qualsiasi altro mezzo ci sarebbe stato un finestrino, ma anche se lì non vi era altro che la carlinga, vi posso giurare, lui guardava fuori, in un tempo lontano “Era la notte del 26 settembre 1983. A quel tempo ero un tenente colonnello quarantaquattrenne, in servizio presso un centro di difesa precoce vicino Mosca. Quel giorno non avrei nemmeno dovuto esserci, ma chi avrebbe dovuto stava male e chissà che nei veri disegni del destino non fosse previsto che lui diventasse l’eroe. Comunque quando le sirene iniziarono a suonare e la scritta rossa a lampeggiare, ero io lì” sollevò lo sguardo come a guardare nuovamente il nulla, o forse ormai non era più lì; forse era tornato a quel giorno e, là in alto, lampeggiava quella scritta “Allarme” sussurrò, poi tacque per un attimo.

“Jurij, ti è mai capitato di sentirti fluttuare anche se i tuoi piedi sono ancora ben ancorati a terra? Oppure essere nel più assoluto silenzio quando attorno a te regna il caos? A me sì. Io fluttuai in quella stanza, sino a che un tecnico o un soldato, non ricordo bene, prendendomi per le spalle mi chiese’Signore cosa facciamo?’” Stanislav prese fiato e tornò nella capsula con me, continuò “Quelle parole mi fecero rinsavire, sentii le sirene, le grida e il peso di tutti gli occhi addosso. Venti minuti, questo era il tempo previsto perché il missile raggiungesse Mosca. ‘Uno solo?’ pensai, se avessero voluto distruggerci ne sarebbero serviti molti più, ma poteva anche trattarsi di un trucco degli yankee per non farci reagire prontamente e dopo il primo schianto far partire l’attacco vero, mentre noi ancora tentavamo di rialzarci dal primo” chiuse gli occhi “Così pensai all’addestramento ‘distruzione mutua assicurata’ questa era la guerra e la deterrenza. Se tu mi attacchi: mi distruggi, bene; ma io al contempo distruggo te. Non eravamo noi che dovevamo vincere, erano loro che dovevano perdere. Mancavano cinque minuti quando diedi l’ordine. Ventidue minuti dopo buona parte del mondo non esisteva più e la restante sarebbe stata inabitabile per secoli. Fui io a donare il destino delle talpe rintanate nel sottosuolo all’umanità” si fermò come una statua di sale a guardare nuovamente Lenin.

Aspettai, ma non riprese a parlare e, non so perché, mi sentii in dovere di consolarlo “Colonnello, voi avete liberato il mondo dai capitalisti, gli avete donato un avvenire più prospero, forse non per i nostri figli, ma prima o poi torneremo in superficie e tutta la terra sarà tinta del rosso del comunismo. Voi siete il nostro messia” pensai di aver parlato bene, ma lui rispose “Temo di essere più che altro uno dei cavalieri dell’apocalisse”.

Non parlammo più per tutto il viaggio.»

Jurij finì di il bicchiere di vodka.

«Quando arrivammo ci salutammo come si deve tra superiore e sottoposto. Poi lo bardarono per salire in superficie a vedere il posizionamento del monumento in suo onore; dovrebbe essere posto esattamente dove esplose il primo missile, come facciano a sapere il punto esatto lo ignoro. Così rimasi solo per svariate ore ed ebbi il piacere di parlare con il figlio di uno dei pochi capitalisti sopravvissuti; ovviamente lui è rinsavito e segue la giusta via, la nostra. Così scoprii il soprannome che gli venne attribuito da alcuni bontemponi oltreoceano e sapete come lo chiamavano i poveracci? “Uomo della mezzanotte” questo perché nella loro bislacca società si erano inventati un orologio che segnava quanto mancasse alla fine del mondo, non era un orologio vero, ma di cartone e dei loro scienziati si divertivano a spostare le lancette più o meno vicino alla mezzanotte a seconda di quanto fosse stata critica, secondo loro, la situazione del loro mondo. Allo scoccare della mezzanotte tutto sarebbe finito. Secondo questo loro almeniccolo analogico, quindi, il grande Stanislav sarebbe stato colui che, proteggendo la sua nazione, avrebbe fatto scattare la mezzanotte e distrutto il mondo.

Secondo loro.

La realtà è ben diversa. Infatti lui ha solo distrutto il loro mondo , per ampliare il nostro, grazie a lui e a qualche missile nucleare la rivoluzione si è conclusa, abbiamo vinto: il mondo è comunista.

Stupidi che erano non trovate? Non si sono resi conto che lo scoccare della mezzanotte non sarebbe stato altro che un altro giorno: il nostro giorno.»

Sul tavolo calò il silenzio, poi uno dei compagni seduti con Jurij chiese «Poi glielo hai detto come lo chiamavano?»

Il Petto di Jurijsi gonfiò «Certo! Gli ho anche spiegato il mio ragionamento al riguardo e sapete cosa mi ha detto “Questo nome, accompagnato dalle tue parole, è molto più corretto che eroe” e mi ringraziò per la scoperta con quest’ottima vodka» dicendo questo riempì tutti i bicchieri.

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Commenti

  1. Marta Borroni

    Complimenti per la narrazione ricca i questa storia, i miei complimenti anche per i dialoghi che riescono ad essere strutturati anche quando la storia si snoda in lunghezza maggiore. Molto bravo!