M come Mario mare e medusa

Il gran giorno è arrivato; finalmente ce l’ho fatta. Dopo tanti anni di gavetta, trascorsi a scrivere trafiletti di quattro righe sul nostro quotidiano locale, da corrispondente per i fatti di cronaca ordinaria (sui topi d’appartamento e cose simili), di un piccolo paese, con poche migliaia di abitanti; è arrivato il momento del grande exploit.

Ma procediamo con ordine, per chiarire come tutto ciò sia potuto accadere. Il mio amico Gigi, noto giornalista e opinionista con lo pseudonimo di The Pen; per gli amici Gigi Lapin (pronuncia Lapèn alla francese), aveva avuto un grave incidente con la macchina ed era finito all’ospedale. Chi doveva sostituirlo aveva la fobia dell’aereo e si era sottratto con un pretesto banale, accusando un attacco improvviso di gastroenterite che lo avrebbe obbligato a non allontanarsi dal WC.

Il direttore era già a corto di collaboratori: uno era in viaggio di nozze, un altro era appena andato via per un’assunzione più vantaggiosa al Corriere Della Sera. E Mara, una collega brava e simpatica  che si occupava di spettacoli e cultura, stava per partorire due gemelli e non poteva né partire, né partorire nient’altro, aveva detto al Direttore che mal sopportava la presenza delle donne in redazione, per questa nostra assurda mania di voler fare anche i figli. Secondo lui il nostro più grande difetto è dovuto al fatto che non siamo capaci di compiere una scelta. Vorremmo tutto, dice lui: l’amore, il lavoro, i figli, i viaggi, il tempo libero per andare dal parrucchiere, dall’estetista, a fare shopping, corsi di Pilates, o yoga… Perché non ci decidiamo, una volta per tutte, a seguire il buon esempio delle nostre benemerite nonne? Aveva replicato il Direttore, sull’orlo di una crisi di nervi, a Mara, che poteva scegliere anche un momento meno sbagliato per “figliare”.

Comunque, in fin dei conti, la situazione era quella di una congiuntura ideale per qualcun altro. Così il capo mi chiamò in ufficio. “Lei se la sente di andare a Cannes?” In un primo momento ho pensato che stesse scherzando, poi mi è sorto il dubbio che volesse retrocedermi al ruolo di assistente di qualche giornalista più affermato. Il Direttore aveva concluso dicendo: “Mi deve portare un pezzo da 3000 battute sul film italiano in gara al festival del cinema, da includere nella pagina della cultura”.

Ed eccomi qua, in questo posto che mi ricorda il paese dei giganti nei viaggi di Gulliver, dove tutto sembra macro, a partire dal palazzo del festival e dei congressi, che mi appare subito enorme e spaventosamente affollato. Star sui trampoli  con capigliature alla Moira Orfei; giornalisti grandi firme, fotoreporter con macroscopiche videocamere; gente curiosa di ogni sorta, ghiotta di news, che si arrampica ovunque, per arrivare al dunque. La grande scalinata con il tappeto rosso, che porta al Grand Theatre, con le enormi sale di proiezione. 

La promenade de la croisette: Il lungo viale che costeggia il mare, dove sfilano personaggi noti e meno noti, in un defilé di costumi e abiti di alta moda, per la gioia degli stilisti e la prosperità economica delle grandi marche, o brand, come si usa dire, nel rispetto di un’altra moda imperante, quella degli inglesismi.

Sono previsti molti party e feste megagalattiche che culmineranno il 26 maggio (giorno del mio compleanno), ma dubito che verrò invitata o che potrò permettermi di offrire anche un solo caffè a qualcuno degli irraggiungibili ospiti.

La festa dell’AmfAR (fondazione per la ricerca sull’AIDS), il gran galà benefico a sostegno della ricerca sul’AIDS, non è aperto a tutti. Il biglietto base per l’evento si aggira sui 13000 euro. Che volete che sia, per una reporter di serie zeta, che ha dovuto chiedere un prestito a sua madre, prima di partire, per sostenere le spese. La prenotazione per dormire, in uno degli alberghi  poco distanti da qui, è stato impossibile farla. Ho trovato una sistemazione non a cinque stelle, ma sotto le stelle. Mi adatto a sonnecchiare un po’, durante le prime ore del giorno, in una sdraio sulla spiaggia. Posizione molto ambita anche questa, per assistere alle proiezioni gratuite sul lungo mare, per una platea più proletaria, sempre molto affollate.

Mi guardo intorno: non vedo nessuno degli interpreti di Nostalgia, il film di Mario Martone, che ha come protagonista principale Pierfrancesco Favino.

Intanto mi preparo le domande che avevo già abbozzato in aereo, dopo averle pensate e rielaborate molte volte, successivamente all’incarico ricevuto dal Direttore.

Dalle domande più banali del tipo: “Come sta?”, “Ha dormito bene? “, “Ha fatto buon viaggio?”; alla domanda più stupida di tutte: “Quale film in gara crede che vincerà?” A prescindere dalla risposta, l’idea scontata è: “Speriamo, incrociamo le dita e  tenacemente preghiamo che vinca il nostro”.

Ho anche acquistato il romanzo di Ermanno Rea da cui il film è tratto; ma, finora, ho letto solo l’incipit.

Il  mio sguardo si illumina d’immenso quando, in lontananza, mi pare di scorgere un volto familiare. Una sagoma maschile con un look elegantissimo, i capelli tutti bianchi e lo charme eccezionale di sempre, scende da una Limousine bianca ed è subito circondato  da una marea di ammiratori, ammiratrici, fotografi e lacchè. Sono convinta che sia lui, anche se non riesco più a vederlo: il mio idolo cinematografico sin da quando avevo sedici anni, dopo averlo visto nel ruolo di Julian in American gigolò.

Ora potrebbe essere il mio consigliere spirituale, per le sue scelte di vita, per il suo impegno civile e umanitario; in difesa soprattutto del popolo tibetano. La Gere Foundation, da lui costituita, ha compiuto trent’anni. Un settantenne ancora bello, un bravo attore, produttore cinematografico e filantropo.

L’icona sexy degli anni ottanta ha cambiato pelle, ma i suoi occhi, che sono lo specchio dell’anima, non sono cambiati e sono sempre irresistibili.

L’ho visto in TV, prima di partire, ed ero molto nervosa perché mia madre, mio fratello e mio nipote, che sono sempre attaccati al cellulare, avevano un sacco di cose da dirsi ad alta voce e non mi lasciavano sentire le risposte di Richard Gere all’intervista. Ad un certo punto, sulla questione della pace, mi pare abbia detto una frase tipo: “Un’ondata di gentilezza che dal nostro cuore deve espandersi dappertutto, intorno a noi”. Lui è un attivista, pacifista e buddista, perciò credo che non accetti neanche l’uccisione delle formichine, che per noi sarebbe normale far fuori a centinaia, con una sola  raffica di insetticida spray. 

Mi volto un attimo, distratta dalle urla per un’altra celebrità appena arrivata, di cui non ricordo il nome. Quando cerco di ritrovare la Limousine e il mio idolo, non c’è più nessuno. Anche i fan sono scomparsi, forse è stata un’allucinazione dovuta alla notte insonne o forse era qualcuno che gli somigliava e che si è subito sottratto all’assalto famelico dei suoi ammiratori.

Si è fatto tardi, tra un po’ comincerà ad albeggiare. Di Mario Martone e company neanche l’ombra. La proiezione del suo film è prevista per il 27 maggio; per oggi non verrà più nessuno; forse domani, chissà. Come diceva Rossella: “Domani è un altro giorno, si vedrà”. Intanto mi affretto a tornare in spiaggia, alla mia postazione riservata, dopo aver convinto Charlotte, la mia nuova amica clochard, a custodire e a cedermi il posto in spiaggia, in cambio del mio orologio cellulare da polso e qualche banconota. Se sarò costretta a trattenermi per molti giorni dovrò prelevare dal bancomat anche i miei risparmi. Non li ho mai usati perché vorrei comprarmi un vespino. D’altra parte, da domani, avrò il privilegio di vedere, tutte le sere, un vecchio film proiettato gratis, nel maxi schermo, a la plage. Pazienza se dovrò rinunciare al vespino: alla redazione del giornale continuerò ad andare a piedi o con l’1, l’autobus della CTM.

Posso stare tranquilla, per elaborare le mie domande a Pierfrancesco Favino, il nostro bravo Richard Gere della porta accanto, ho ancora tempo. Lo schema sarà sempre lo stesso, sia che debba parlare della sagra di santa Maria, della chiesetta campestre di Uta, sia che debba scrivere del film di Mario Martone, prodotto da Medusa Film. In tutti i casi l’articolo dovrà sempre rispondere alle cinque famose W: Who? What? When? Why? (Chi? Che cosa? Quando? Perchè?)

Non so se il Direttore sarà soddisfatto del mio articolo e non so chi vincerà il festival del cinema di Cannes. Io intanto ho già vinto: un’esperienza così insolita e divertente, non l’avrei mai immaginata, neanche nei miei sogni più ambiziosi.

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Discussioni

    1. Grazie Fabius. Ci ho provato a cimentarmi anche in questo ruolo. Sto sperimentando varie forme di narrazione. Imparo qualcosa con l’ esercizio della scrittura e con gli errori che mi vengono segnalati e… mi diverto pure.😉

    1. Io mi accontenterei del festival di del cinema di Venezia. Sono anni che ci penso, ma le priorita´ sono sempre altre.

  1. Mi è piaciuta l’idea di raccontare il festival (che onestamente mi interessa poco come tutti gli altri del genere) attraverso gli occhi di un giornalista. Hai reso bene lo stupore e la gioia, nonostante le privazioni, del protagonista. Il direttore sarà soddisfatto 😉

    1. Grazie Carlo; non so se la descrizione della “giornalista” sia credibile o se appaia un po´ piu´ come Alice nel paese delle meraviglie. Scrivendo mi sono immersa con la fantasia in quel luogo spettacolare in tutti i sensi, che mi attira e mi respinge allo stesso tempo. Amo il cinema, soprattutto un certo genere di film e adoravo andare a Marina Piccola o in altri luoghi dove proiettavano film al’ aperto in piena estate.