Malice

Serie: Colui che non è morto


NELLA PUNTATA PRECEDENTE: NELLA PUNTATA PRECEDENTE: Questo è il profilo vetrina del gruppo Rue Morgue, dove più autori condividono i loro librick. Gli episodi di questa serie sono parte di una storia unica, ma scritta da diversi autori. Terzo episodio di @LaMascheraRossa

«Come sarebbe a dire? Ti avevo detto di mettere a tacere quel ficcanaso!
Non voglio che se ne parli proprio adesso! Mancano solamente tre mesi alle elezioni. Dobbiamo vincere, non accompagnare Clinford alla vittoria!»

«Gli ho dato diecimila dollari, non potevamo immaginare che ne avrebbe
chiesti ancora.»

«È un maledetto! Un avido approfittatore! Dagli quello che vuole, basta
che tenga il becco chiuso!»

Sbattei il telefono sul sedile con una tale foga che per poco non lo ruppi, ma non mi importava: potevo comprare tutti quelli che volevo. Il denaro per me non era mai stato un problema. La politica, al contrario, sì. Desideravo che la mia campagna elettorale fosse un successo e invece rischiavo di perdere, e tutto per uno sciocco scandalo. Parcheggiai la mia Chevrolet Spark decappottabile in garage e mi affrettai a entrare nel palazzo dove abitavo: adesso desideravo solamente una doccia calda e un tè verde. Avevo lasciato i bambini dal mio ex marito per tutto il fine settimana e oltre; li avrei ripresi il martedì pomeriggio. Avevo bisogno di calmarmi e concentrarmi sul discorso che avrei tenuto lunedì mattina, e avere quei due ragazzini iperattivi intorno, di certo, non mi sarebbe stato d’aiuto.

Chiusi bene la porta: in quei giorni si erano verificate diverse aggressioni nella zona dove abitavo, e mi tolsi i vestiti. Misi sopra il tè e andai in bagno. L’acqua calda che mi avvolgeva con il suo tiepido calore fece il resto. Emisi un bel respiro e iniziai a sentire ogni muscolo del mio corpo sciogliersi e rilassarsi. La schiuma non aveva il tempo di aderire alla pelle che l’acqua la scacciava via con impeto. Avvolsi i capelli con un asciugamano e indossai un pareo di spugna. La teiera fischiò e mi affrettai a spegnere il fuoco. Adesso potevo assaporare il mio piccolo paradiso in terra. Mi accovacciai sul divano e presi il telefono in mano. Questa volta quel video non mi procurò rabbia: mi sentivo distaccata, come se non fossi io quella donna dalle forme sinuose sorpresa in atteggiamenti intimi con l’ex-sindaco Willford nel suo ufficio. La prima volta che lo vidi sul suo telefono per poco non gli distrussi casa: qualcuno aveva girato un video con una telecamera nascosta. La sua carriera politica finì lì: si dimise per l’ansia che quelle immagini potessero fare il giro dei notiziari locali. La mia carriera politica, invece, doveva ancora iniziare e rischiavo che quel video saltasse fuori all’improvviso. Il suono del campanello mi destò da quei pensieri. Il mio paradiso in fondo non era migliore dell’inferno che vivevo tutti i giorni. Andai alla porta.

«Chi è?»

Ma nessuno rispose.

Osservai dallo spioncino del mio appartamento. Ma non vidi nessuno e tornai a sedermi. Ma tempo di bere un altro sorso di tè, e il campanello suonò di nuovo.

Iniziavo a infastidirmi.

«Se è uno scherzo…» dissi tra me e me con tono minaccioso.

Ma ancora una volta dall’altro alto della porta non trovai nessuno.

La sera stessa dormii di un sonno pesante, finché un rumore, simile a un oggetto di vetro andato in frantumi, non mi svegliò. Mi alzai di scatto dal letto. Ero sola in casa. Pensai a un ladro, ma non ne ero davvero convinta. Cosa potevo fare? Ancora stordita dal sonno aprii di poco la porta della camera da letto e sbirciai fuori. Non c’era nessuno. La luce era spenta e così la lasciai, approfittando del leggero chiarore proveniente dalle finestre. Attraversai il corridoio fino a raggiungere il soggiorno e lì trovai un vaso rotto. Accesi la luce e non vidi nessuno. Controllai ogni singola stanza. Poi mi accorsi di aver lasciato una delle finestre aperte e diedi la colpa al vento. Mi bastò. Tornai a letto più rilassata e provai a dormire. Fu allora che iniziai a sognare. Nell’oscurità del mio sogno vidi i piedi di un uomo sospesi nel vuoto, aprii gli occhi e rimasi a fissare il buio di fronte a me. Mi venne sete. Feci per aprire la luce, ma non si accese.

«Malice…»

Sgranai gli occhi. Sentire quella voce sottile pronunciare il mio nome mi
tolse il respiro.

«Malice…»

«Chi c’è?» urlai mentre scendevo dal letto e recuperavo la vestaglia.

Provai ad accendere l’interruttore sulla parete ma nulla. Il lampadario rimase spento. Pensai che un ladro avesse staccato la corrente. Ma come faceva a conoscere il mio nome? Arrivai all’armadio e recuperai l’attaccapanni di ferro. Lo consideravo un’ottima arma anche se le mie mani, mentre lo tenevo stretto, tremavano. Ero così forte di giorno, in mezzo alla gente, e così fragile di notte, quando mi trovavo da sola. Maledissi me stessa per quel poco coraggio. Dovevo essere forte. Aprii piano la porta, ma era troppo buio. Dalle finestre non filtrava più alcuna luce. Che fosse un blackout? Quella voce, allora? L’avevo sognata?

Avanzai lungo il corridoio tastando bene il pavimento con i piedi e arrivai in soggiorno.

«Maledizione!»

Lanciai un urlo mentre sentivo i frammenti di vetro rotto conficcarsi sotto la pianta del piede sinistro.

«Maledizione, ma tutte a me devono capitare?»

Mi allontanai da quella zona del pavimento per evitare di calpestare
altre schegge di vetro, ma il dolore era così forte che persi l’equilibrio pur di non appoggiare il piede a terra. Mi avvicinai alla finestra e mi sollevai facendo leva con l’attaccapanni sul pavimento: volevo aprirla e cercare un po’ di luce, ma non la trovai. Al tatto percepivo solo la parete. Ero confusa e quel dolore al piede era insopportabile.

«Malice, vieni da me!»

Il cuore iniziò a battermi forte. Allora c’era davvero qualcuno in casa!

«Malice, amore mio.»

Mentre avanzavo tastando la parete mi scontrai con qualcuno. Urlai come una disperata, ma lui mi afferrò e strinse. Io provai a divincolarmi, ma quelle braccia mi strinsero ancora di più. Sentii due labbra appoggiarsi sul lobo del mio orecchio destro.

«Ti ricordi, quel giorno? Io e te… e i nostri amici.»

La mia mente fu squarciata da un ricordo improvviso, avevo quasi del tutto rimosso. Provai un brivido e il mio respiro si fece affannoso. Il cuore mi batteva, e le gambe cedettero. Ma lui mi sostenne.

«Tu?»

Quel tu mi rimase in gola, non riuscii a pronunciarlo.

«Hai stretto fin troppo quella corda attorno ai miei polsi mentre io ti supplicavo di allentarla… di lasciarmi andare. 

Mio dolce amore, perché mi hai fatto questo?»

Chi poteva mai sapere? Non era possibile. No!

«Lasciami!» urlai.

«Non posso, non posso fare a meno di te.»

«Tu sei morto! Non puoi essere vero… Non puoi essere qui! Lasciami!»

«Malice, ti porterò con me e potremo stare di nuovo insieme. Un amore come il nostro è destinato a durare per sempre…»

Sentii le sue mani accarezzare delicatamente il mio collo, le sue dita accarezzarmi sotto il mento e poi iniziare a stringere con sempre maggiore forza. Sentii un brivido, sentii il mio respiro rallentare e il mio cuore accelerare. Sentii il suo calore, il suo sapore e poi… un soffio di tenebra tra le labbra.

Serie: Colui che non è morto


Avete messo Mi Piace3 apprezzamentiPubblicato in Horror

Discussioni

    1. Grazie davvero per il tuo commento. Diciamo che questo primo lavoro collettivo è più un esperimento e gioca molto sull’improvvisazione narrativa. Spero che il risultato complessivo sia di incoraggiamento anche per altri autori in vista di lavori futuri. Alla fine possiamo giocare con la narrazione un po’ come vogliamo. Grazie ancora.

    1. L’importante è che ci divertiamo. Sono sicuro che in futuro daremo vita a lavori molto interessanti. Questo è solo un primo tentativo. Ci servirà come metro di paragone per ciò che verrà.