
Mamma, papà, vado al mare!
Serie: Vado al mare
- Episodio 1: Mamma, papà, vado al mare!
- Episodio 2: Il mostro
- Episodio 3: Il male non può essere distrutto
STAGIONE 1
Erano le sei del mattino, quando Erika rincasò dopo una serata passata a spassarsela in discoteca. Appena entrata nella strada sulla quale si affacciava la sua casa, spense la moto e proseguì a piedi, spingendola. Non voleva svegliare quel grassone fanatico di suo padre: sarebbero arrivati in pochi minuti, e insieme sarebbero andati al mare, per trascorrere la domenica sotto il sole cocente. Quale miglior modo per riprendersi da sei ore di ballo scatenato e una manciata di Coca-Havana?
Arrivata al cancello, lo trovò aperto, proprio come lo aveva lasciato alle undici di sera, quando era partita. Si fermò, fece un respiro profondo, e poi iniziò a spingere la moto sul vialetto di ghiaia, cercando di non fare rumore, ma a quell’ora l’unico suono era il canto pigro delle tortore. Il rumore sgranato dei sassolini schiacciati pareva una valanga. Nel frattempo osservava le finestre; nessuna luce si accese; nessuna tenda si spostò. Perfetto, dormono ancora, pensò.
Arrivata in fondo al vialetto, parcheggiò la moto sotto la tettoia ed entrò in casa. In punta di piedi, salì le scale ed entrò nella sua camera, tirò fuori dall’armadio la borsa da spiaggia e vi ripose telo da mare, crema solare e infradito, che non indossò subito, prevedendo di dover correre, di lì a cinque minuti.
Pronta per il mare, infilò gli occhiali da sole tra i capelli e si diresse verso la camera da letto dei suoi. Si fermò sulla soglia della porta di camera sua. La casa era immersa nel silenzio e nel buio; l’atmosfera spettrale veniva percossa dal ticchettio dell’orologio a pendolo. La porta della camera dei suoi era lì, di fronte a lei, chiusa. Si avvicinò e appoggiò delicatamente la mano sulla maniglia fredda. Un respiro profondo. Abbassò lentamente la maniglia, e gli ingranaggi della serratura iniziarono scattare uno dopo l’altro. Quei piccoli rumori risuonarono come martellate su un’incudine, nel silenzio lugubre del corridoio. Finalmente la maniglia arrivò in fondo, quindi Erika aprì la porta quanto bastava per affacciarsi all’interno. La camera era buia, illuminata solo dalla debole luce dell’alba che filtrava dalle tende. Mamma e papà dormivano sotto il lenzuolo. Arturo, il siamese di casa, stava acciambellato alla base del letto.
“Mamma!” Sussurrò Erika. Nessuna risposta. Arturo si svegliò e attaccò con le fusa, si stirò la schiena e saltò giù dal letto, andando a strusciarsi sulle sue gambe. Lo scacciò via con gentilezza e lui, contrariato, zampettò pigramente in camera sua.
Riprovò: “Mammaaa!” E finalmente quella si svegliò.
“Cosa vuoi… che ore sono?” domandò. Sembrava si fosse svegliata da un sonno secolare, pensò Erika.
“Vado al mare!”
“Ma cosa stai dicendo…” chiese sua madre incredula, evidentemente ancora nelle fasi finali di quel coma.
“Ho detto che vado…”
La frase venne troncata da suo padre, che scattò a sedere nel letto, come una molla, urlando: “DOVE CAZZO PENSI DI ANDARE?”
“AL MARE, COGLIONE!”
Suo padre, gli occhi iniettati di sangue e fuori dalle orbite per la rabbia, ruggì insulti mentre saltava giù dal letto. Erika prese a correre, fece le scale a due a due, e fu subito fuori di casa, quando le caddero gli occhiali dalla testa.
Tornò indietro per raccoglierli, e quando si rialzò si trovò faccia a faccia con suo padre, che in pochi istanti aveva accumulato rabbia sufficiente per dare origine a un’esplosione nucleare.
“TUUU… NON ANDRAI DA NESSUNA PARTE!” urlò fuori di senno, e allungò le mani viscide nel tentativo di afferrarla. Erika, allegra per i Coca-Havana ma molto più giovane e sveglia, scappò alla presa con un balzo, e iniziò a correre verso i suoi amici, che la stavano aspettando con il motore accesso.
Simona teneva il piede pronto sull’acceleratore, mentre Helen aprì lo sportello posteriore per aiutarla a salire. Corse con tutte le sue forze, ma la macchina sembrava lontanissima. Sentiva i grugniti e gli sbuffi del grassone, ormai alle calcagna, ed era certa che non ce l’avrebbe fatta. Il panico iniziò a farsi sentire, impedendole di correre più velocemente. Le sembrava che i suoi vestiti fossero foderati con un velo di piombo.
Ormai non c’era via di scampo; fu quando la mano grassa e unta di suo padre stava per afferrarla per il colletto della camicia che Roberto, un ragazzone di un metro e novanta per cento chili, scese dalla macchina. Il padre, in preda al furore e con gli occhi accecati dall’odio, si accorse di lui solo all’ultimo. Roberto gli sferrò un pugno dritto sotto al mento, facendogli saltare buona parte della dentatura e scaraventandolo nel cespuglio di rosmarino.
I ragazzi saltarono in macchina e partirono sgommando, mentre il ciccione si rialzava, troppo duro per essere messo a terra da un banale pugno, sbraitando parole incomprensibili. Nell’auto, scoppiò una grande risata, alla vista dell’uomo in mutande che urlava in mezzo alla strada, con i pugni alzati al cielo e la bocca sdentata. Erika rassicurò il padre, un momento prima che l’auto svoltasse per poi sparire: “Chiamo quando sono arrivata!”
La Signora Rita, l’anziana vicina di casa dei Magri, era già in piedi, svegliata a forza dal trambusto della casa accanto. Si affacciò alla finestra e, alla vista di un cinquantenne in mutande che urlava parolacce e bestemmie alle sei del mattino, i piedi nudi sull’asfalto e la bocca piena di sangue, prese il telefono per avvertire i Carabinieri, che accorsero a sirene spiegate dalla stazione più vicina. I due agenti, reduci di una nottataccia passata tra inseguimenti in strada e controlli, furono molto infastiditi da quella chiamata, e senza voler sentire spiegazioni lo sbatterono nella volante per poi ripartire, anche loro sgommando.
In Via Quagliara tornarono la quiete e il canto delle tortore, e la Signora Rita poté finalmente tornare a letto. Chiara, la madre di Erika, che aveva assistito alla scena dalla finestra, non fu particolarmente turbata dall’arresto del marito, e anche lei tornò a letto.
* * *
La volante dei Carabinieri si avviò lentamente per la strada principale, poi imboccò una secondaria, la più veloce per la caserma. Luci e sirene erano spente e procedeva lenta, i due agenti ormai sfiniti che non vedevano l’ora di passare il turno ai colleghi. Dopo qualche chilometro, non facevano nemmeno più caso al passeggero sul retro, ormai taciturno, la cui calma non era certo dovuta alla resa.
I due agenti non si erano accorti che la serratura delle manette con cui lo avevano imprigionato era stata fusa da una forza misteriosa, e nel frattempo il prigioniero era riuscito non solo a liberarsene, ma era riuscito a modellarlo con le sue mani diaboliche e potentissime, rendendolo uno spuntone affilato. In attesa del momento giusto, se ne stava al suo posto in silenzio, osservando i due agenti.
“Ti hanno dato la licenza?” chiese il capo pattuglia al collega.
“Lasciamo stare, me l’hanno negata proprio ieri mattina.”
“Facci l’abitudine, ragazzo, la strada è ancora lunga” rispose il capo pattuglia con saccenza, sfottendo il carabiniere più giovane. Questo si zittì e continuò a guidare nella sua andatura pigra e rilassata. Ormai faticava a tenere gli occhi aperti. Il superiore sfogliava una cartellina contenente i verbali della giornata.
Dietro di loro, il grassone continuava a studiarli, il volto inclinato in basso ma lo sguardo dritto davanti a se. Le labbra carnose si contorsero in un ghigno sinistro.
Il capo pattuglia sbadigliò, anche lui ormai sfinito, e fu in quel momento che da dietro, veloce e silenziosa, una lama gli trafisse il collo, recidendo la carotide e provocando un copioso fiotto di sangue, che schizzò negli occhi del collega, il quale perse il controllo della volante proprio in prossimità di una curva. Le urla dei due carabinieri, di dolore per l’ufficiale e di terrore per l’altro, vennero troncate quando l’auto finì per schiantarsi nel fossato.
In quei brevi istanti il carabiniere ferito, scosso da una scarica di adrenalina, aveva trovato la lucidità per estrarre la pistola dalla fondina, e fece fuoco, due volte, esattamente quando l’auto andava a sbattere contro l’argine del fosso. Il primo proiettile colpì il vetro del lunotto posteriore, mandandolo in frantumi; al momento dello schianto, il contraccolpo spostò il braccio del tiratore, e il secondo proiettile perforò il cranio del collega, uscendo dall’orecchio sinistro in un’esplosione di sangue e pezzi di cervella.
L’auto giaceva silenziosa nel fosso, un rivolo di fumo bianco risaliva dal cofano, quando lo sportello posteriore si aprì lentamente, e da esso uscì l’uomo, pieno di graffi insanguinati, gli occhi iniettati di follia e la bocca contorta. L’agente alla guida era morto non appena il proiettile gli aveva scoperchiato il cranio. Il capo pattuglia, ancora vivo ma in stato confusionale, emetteva rantoli di dolore, il volto crivellato dalle schegge di vetro. Morì dopo qualche istante.
Senza fare una piega, l’uomo ormai libero prese a camminare lentamente tra il granoturco, fischiettando una canzone.
Nessuno passò per la stradina e, per l’errore di una recluta, alla caserma la pattuglia risultò rientrata, almeno fino a tarda sera, quando il comandante si accorse della mancanza e ordinò a tutti gli agenti di uscire in perlustrazione, ma ormai era troppo tardi.
Serie: Vado al mare
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- Episodio 2: Il mostro
- Episodio 3: Il male non può essere distrutto
Però! Anche io non mi aspettavo quella svolta. Il padre è mostruoso fin dalla prima apparizione ma poi diventa qualcosa di molto peggio (o chissà). C’è però da dire che anche Erika non è proprio un modello di simpatia. Mi ha molto colpito la tua abilità nella descrizione dei dettagli (ad esempio la maniglia della porta) senza mai renderli noiosi o stucchevoli. Tutto ha un ritmo ben sostenuto e leggerlo è stato un piacere. Andrò avanti appena posso.
Grazie per aver speso tempo a leggere il mio racconto e per il commento!
Erika è un’adolescente un po’ “sbarazzina” molto sicura di sé alla quale non importa granché dei giudizi altrui… forse è per questo che non suscita molta simpatia 🙂
Confermo che leggerti è veramente un piacere. Al di là del fatto che, sempre citando King, il tuo genere mi piace, ma poi scrivi davvero bene invogliando chi ti legge a mangiarsi le righe. Ammetto di aver scambiato inizialmente la trama con quella di un dramma di violenza famigliare e invece sei riuscito a stupirmi con un cambio totale di direzione. Tra il surreale, l’horror e un piacevole splatter! La scena che ho preferito è quella delle infradito. La comicità rende ancora più gradevole questo genere.
Grazie per aver letto e commentato! Sì, un pizzico di comicità rende bene in questi racconti, forse per il contrasto con il contesto generale
E tu sei molto bravo a infilarla nei punti giusti per sdrammatizzare. Un teen horror movie con i fiocchi 🙂
L’ho letto d’un fiato. Scrivi in maniera chiara e scorrevole. Attendo con curiosità i prossimi episodi. Bravo!
Mi fa piacere che abbia apprezzato! Grazie per il riscontro
Devo ammettere che la mia reazione, nel momento in cui l’uomo ha ucciso il poliziotto, è stata questa: 😶
È un racconto dai due volti: all’inizio sembra una normale storia sui problemi familiari, ma subito dopo comincia ad assumere toni sempre più cupi e aspri, fino a sconfinare nel genere horror.
Mi è piaciuto molto, non vedo l’ora di leggerne il seguito.
E’ un giochetto che adoro utilizzare, per l’impatto che crea. Grazie per il riscontro!