Mamma

Dopo aver dato uno sguardo alla cartina stradale Manuel issò nuovamente sulle spalle il suo carico. Aveva imbragato il corpo della madre in modo da farle risultare il viaggio confortevole, costruendo per lei una specie di marsupio gigante. Non era nelle condizioni di allacciargli le braccia al collo, né di sostenersi.

« Manca poco, mamma ».

Aveva sentito dire che in Messico la situazione era migliore. Molti erano migrati a nord non appena il contagio si era diffuso: avevano sfondato il muro che i gringos avevano edificato lungo il confine, sicuri che una volta negli USA l’esercito li avrebbe protetti. Le zone costiere erano oramai deserte ed era quello di cui aveva bisogno: tranquillità e solitudine. Seppure smilzo era di costituzione forte, aveva lavorato come manovale edile per una decina d’anni: il padre lo aveva coinvolto nella piccola impresa familiare non appena ottenuto il diploma. Manuel era diretto a Manzanillo, una cittadina costiera nelle vicinanze di Puerto Vallarta, paese di origine della madre. Le rare volte che aveva fatto visita ai nonni aveva atteso con impazienza il ritorno a casa: quel posto gli era sembrato ai confini del mondo. La gente era troppo rumorosa, il cibo piccante gli procurava problemi intestinali, la musica lo frastornava.

Sistemò al contrario lo zaino in cui aveva riposto la cartina, poggiato al petto, indossando gli spallacci con attenzione. Non desiderava procurare lesioni alla madre già duramente provata.

Si incamminò seguendo l’interstatale, tenendo fra le mani la mazza da baseball. Terminate le cartucce aveva gettato la pistola, sapendo di non avere alcuna possibilità di recuperarne altre. Aveva trovato la mazza in un edificio scolastico abbandonato: non era un’arma del tutto efficiente, ma con quella poteva colpire l’avversario a una distanza ragionevole. Gli zombie non giravano armati. Per gli umani era diverso, doveva evitarli ad ogni costo.

Regolò il passo in modo da sfruttare l’energia accumulata durante il sonno, guardandosi attorno guardingo. Pur non distogliendo la guardia dopo una decina di miglia riuscì a rilassarsi e a godere del paesaggio. Seguendo la Route 101 aveva oltrepassato il confine con la California e dopo aver camminato di buona lena era giunto al tratto in cui la strada costeggiava il Parco Nazionale di Redwood. Le immense sequoie che lo accompagnavano a ogni lato riuscirono a far piegare le sue labbra di Manuel in un sorriso. Altissime, sottili, si levavano al cielo come muti testimoni: soldati sull’attenti che vigilavano il corteo di una regina.

« Sai che qui hanno girato alcune scene di Star Wars? Ti piacevano un sacco quei film. Ricordi la foresta di Endor? » gli sfuggì una risatina stridula « Spero che qualche Ewok non ci dia grattacapi, ne abbiamo fin troppi ».

Senza attendere risposta, Manuel iniziò a canticchiare una delle sue canzoni preferite. Altre dieci miglia protetti dalla frescura del bosco, abbracciati dalla sua calma: dopo aver superato una curva il giovane si immobilizzò come un cervo di fronte al pericolo. Poco lontano un’auto era stata abbandonata sul ciglio della strada. Attese alcuni secondi, sondando il silenzio attorno a lui. Secondi infiniti in cui i suoi sensi si fecero largo sulla ragione come quelli di un animale: non mosse un muscolo, non accennò alcun gesto. Lasciò che le gocce di sudore scivolassero lungo il viso bagnandogli il mento.

Una volta certo di essere solo posò lo zaino nei pressi di una sequoia accovacciandosi per togliere il marsupio dalle spalle. Con delicatezza, poggiò la schiena della donna contro un tronco e le rivolse un sorriso che sperò rassicurante.

« Va tutto bene. Forse, abbiamo trovato un passaggio ».

Una volta in piedi si diresse verso l’auto, sapendo di non avere molte speranze. Aveva sussurrato a mamma quelle parole solo per darle coraggio.

Aveva già notato che l’auto non era in buono stato, probabilmente abbandonata da mesi. Si avvicinò tenendo la mazza da baseball fra le mani. Forse gli occupanti erano scesi dopo aver perso il controllo contagiati dall’epidemia. No. Era parcheggiata: uno zombie sarebbe finito contro una delle sequoie al limitare della foresta. Il muso del veicolo era rivolto in direzione nord, la targa della California del Sud. Qualcuno aveva cercato di raggiungere Washington pensando di trovare salvezza. Quella, era una favola che aveva sentito spesso da quando il mondo era andato a rotoli. Non aveva voluto dissuadere gli stolti che si aggrappavano a quei sogni, non aveva detto loro che avrebbero trovato ad attenderli solo degli incubi. Era vissuto poco lontano dalla capitale, ad Alexandria: era stata la sua casa per venticinque anni. Le città erano state le prime a cedere al contagio: troppe persone accalcate una sull’altra, troppo cemento divenuto trappola per topi.

Una volta arrivato all’abitacolo provò ad accendere il motore provocando un corto circuito: nulla. Controllò il serbatoio della benzina: vuoto.

Dalle sue labbra sfuggì un profondo sospiro: non sapeva se essere felice oppure arrabbiato. L’auto avrebbe consentito loro di viaggiare in modo più comodo, ma sarebbe stata d’ostacolo nel caso avessero incontrato altre persone. Gli umani lo preoccupavano più degli zombie. Erano più difficili da eliminare. Sapeva che non sarebbe sopravvissuto a uno scontro di gruppo: doveva proteggere ad ogni costo la madre.

Sentì il ruggito di un uragano riempirgli la gola, gonfiarla, occuparla fino a soffocarlo. Urlò, con quanta voce aveva in corpo. Poggiando il piede sul finestrino rotto salì sul tettuccio dell’auto, iniziando a sfasciare il tergicristallo a colpi di mazza. Colpi senza cadenza precisa, potenti, dettati dalla rabbia. Un colpo per ogni pensiero.

Lo sguardo sgomento di mamma quando lo aveva scoperto mentre indossava uno dei suoi vestiti. Aveva urlato, puntando un dito contro il suo petto: “ Quel colore ti sta di schifo!”. Un colpo.

Mamma che al ritorno da scuola lo accompagnava in bagno per disinfettare i lividi sui gomiti e le ginocchia. A sette anni aveva la brutta abitudine di “cadere” spesso. Un colpo.

Mamma che a otto lo aveva iscritto a un corso di boxe. Un colpo.

Mamma che a diciotto applaudiva fiera mentre saliva il podio dopo aver vinto la medaglia d’oro nella categoria junior pesi piuma dello stato di Washington. Un colpo.

Mamma che a venti lucidava le medaglie riposte in una teca, molte, canticchiando la stessa canzone dei Dors che Manuel aveva intonato poco prima. Un colpo.

Mamma, così piccola e fragile, che si frapponeva a lui e suo padre ormai vinto dal contagio. Un colpo.

Manuel urlò, colpì, fino a quando non ebbe più voce né forza nelle braccia. Si accorse che la luna era sorta da diverse ore, preso dalla furia aveva dimenticato tutto il resto. Scese dall’auto con agilità e raggiunse la sequoia dove aveva lasciato la madre. Lo rassicurò vederla addormentata.

Si inginocchiò di fronte a lei, iniziando a sciogliere i legacci che la tenevano imbrigliata nel marsupio. Lo fece con delicatezza, attento a non svegliarla. Una volta libera recuperò la catena che teneva nello zaino, passandogliela attorno alla vita: la assicurò al tronco della sequoia badando a non stringerla troppo. Profittò del suo sonno per sistemarle la treccia di capelli corvini che portava di lato: pochi ciuffi, in realtà, che Manuel si ostinava a raccogliere legandoli con un nastro di raso rosso. La malattia l’aveva debilitata: aveva perso ogni grammo di carne e la pelle emaciata si tendeva sulle ossa facendola somigliare a uno scheletro.

Manuel aveva dovuto prendere decisioni difficili. Le aveva spezzato le ossa di gambe e braccia per impedirle di fargli del male, strappato i denti per evitare i morsi.

Prese la borraccia e inumidì un fazzoletto pulito. Deterse il volto della mamma accompagnando il panno con una carezza, ricordando i giorni in cui lo prendeva fra le braccia e accostava il viso per strofinare la guancia contro la sua. Da una settimana il suo sonno si era fatto pesante, si svegliava di tanto in tanto osservandolo con occhi estranei. Sua madre se n’era andata da molto tempo. Eppure… le aveva fatto una promessa, quando le lucciole ancora abitavano le sue pupille.

« Fra poco sarai a casa ».

La coprì con un plaid rattrappito, uno dei pochi averi portati da casa: aveva dovuto infilare nello zaino solo l’indispensabile. Le si stese a fianco, la mano destra stretta con forza al manico della mazza da baseball. Prima di addormentarsi Manuel sentì una lacrima solcargli il volto: presto l’avrebbe lasciata andare.

« L’Oceano e il sole ti accoglieranno fra le loro braccia, nella morte così come sei nata ».

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Commenti

  1. Maria Anna Haag

    Sarà ma quello che a me è arrivato di più è il racconto di fuga, di sopravvivenza, di rapporto fra madre e figlio più che di zombie (spuntati a metà racconto); anche la descrizione del paesaggio di confine, del paese della madre, mi sono piaciuti molto. Racconto pregno di sensazioni, davvero bello…tanto che per me gli zombie potevi anche non metterli.

    1. Micol Fusca Post author

      Ciao Maria Anna, quello degli zombie era un gioco scaturito da alcuni commenti fatti sul post di Open in cui veniva annunciato il laboratorio 😉 Di solito la mia zona confort è il dark fantasy e avevo lanciato una sfida chiedendo per il prossimo lab uno zombie vs licantropi. Quando è uscito l’uomo con la mazza ho fatto di testa mia e ho creato un racconto che potesse soddisfare la mia vena di follia.

  2. Isabella Sguazzardi

    Ciao Micol,
    che tenerezza questo amore del figlio per la mamma. Immaginavo che non ce l’avrebbe fatta viste le sue condizioni ma leggere che sarebbe morta mi ha fatto stare male. Nel racconto 😌

    1. Micol Fusca Post author

      Ciao Isabella, mi ero imposta una sfida nella sfida 🙂 Gli zombie sono effettivamente un po’ inflazionati, ma il racconto di questo ragazzo intento a sfogare la sua rabbia su una macchina li ha fatti emergere dalle mie zone d’ombra.

  3. Giuseppina Stanzione

    Oh Micol 🤩 ritrovare Negan (per via della mazza da baseball) e Michonne (perché gira con un parente zombie) e Carl (per l’attaccamento alla madre) in un unico personaggio e i luoghi di The walking dead in questo racconto mi ha fatto piacerissimo. Complimenti!

    1. Micol Fusca Post author

      Ciao Giuseppina, in effetti anch’io, mentre scrivevo, mi sono sintonizzata nel the walking dead mode 😨. È una serie che ha cambiato alcune delle mie convinzioni come scrittrice, come la differenza fra bene e male assoluto. Per la prima volta degli antieroi mi hanno dato di che riflettere.

    1. Micol Fusca Post author

      Ciao Cristina, grazie per seguirmi nelle mie follie 😀 Alla fine la storia non ha virato nell’horror, ma sono soddisfatta così.

  4. Andrea Fiorini

    Ciao Micol!
    Io non sono un grande appassionato di zombie, ma questa storia mi è piaciuta tanto, davvero! Una tortura che non auguro al mio peggior nemico, dover assistere al compimento di un destino tanto crudele come quello che ha colpito la madre del protagonista, senza poter fare praticamente nulla per impedirlo… Sono davvero colpito! 😯

    1. Micol Fusca Post author

      Ciao Andrea, sono felice che la mia storia ti sia piaciuta. In effetti gli zombie sono un po’ inflazionati, spero di aver dato al racconto una prospettiva non del tutto scontata.

    1. Micol Fusca Post author

      Ciao Giovanni, volevo dare alla mia storia una chiave diversa. L’amore può fare follie.

  5. Giuseppe Gallato

    Ciao Micol, che bello scoprirti alle prese con gli zombie e il “loro” mondo. In alcuni passaggi mi ha ricordato “Last of us”. L’azione in questo librick passa in secondo piano per far spazio alle emozioni in gioco, e tu come sempre sei abile nel gestirli e farli rivivere ai tuoi lettori. 🙂

    1. Micol Fusca Post author

      Ciao Giuseppe, mi sono divertita sebbene sia difficile trattare con gli zombie 😁 Per quanto faccia, la mia indole dark prende sempre il sopravvento.

  6. Dario Pezzotti

    Ciao Micol, devo farti i miei complimenti per la forma con cui hai scritto questo librick, davvero curata. La storia che racconti, però, pecca un po’ di originalità e per questo risulta prevedibile già dalle prime righe. Alla fine mi sarei aspettato un colpo di scena che però non è mai arrivato. Non fraintendetemi, tu sei stata bravissima come al solito, ma ormai gli zombie ce li propongono in tutte le salse e creare qualcosa di nuovo non è semplice.😉

    1. Micol Fusca Post author

      Ciao Dario, le tue sono giuste obiezioni. Gli zombie hanno ancora poco da dare al mondo… Diciamo che ormai mi ero fissata e proposta una sfida nella sfida 😀

    1. Micol Fusca Post author

      Ciao Ely, grazie infinite per aver condiviso. Diciamo che per questo lab ho voluto attingere al mio lato horror. Solo che, alla fine, i sentimenti sbucano fuori anche con gli zombie 😂

  7. Micol Fusca Post author

    Ciao Antonino, confesso che questo racconto mi ha riportato alla mente the walking dead. Potrebbe essere ambientato in quello stesso mondo. Credo che la mente umana reagisca alle difficoltà in modo tutto suo e che quello che alcuni considerano pazzia sia in realtà amore. Mi piaceva l’immagine di questo figlio deciso a rispettare l’ultimo desiderio della madre, la sua scelta di portare sulle spalle uno zombie per migliaia di chilometri.

  8. Antonino Trovato

    Ciao Micol, io di zombie me ne intendo, sia come appassionato di film che come accanito gamer della saga Resident Evil e non solo. Hai saputo riprodurre alla grande quelle sensazioni che prova chi fugge da una simile minaccia. Mi è piaciuto tantissimo la rabbia sfogata del protagonista, un mix di frustrazione per una via di fuga che non esiste e un passato che purtroppo non avrà un futuro. Nonostante ciò, hai saputo dare un tocco di grande poesia e dolcezza nelle battute finali, cosa anche inusuale in racconti del genere. Complimenti Micol!

    1. Micol Fusca Post author

      Come al solito ho sbagliato… Ho postato la tua risposta come commento 😁