Mani sporche

È risaputo che i ragazzini possono essere molto crudeli. Ed è altrettanto risaputo, che questa crudeltà è frutto di una mancata conoscenza di quelli che noi siamo soliti chiamare i codici del mondo. Ecco perché non ci vediamo alcuna cattiveria e la riteniamo innocente, se non, addirittura, innocua. Quando si cresce, però, le cose cambiano. I succitati codici cominciano ad entrare a far parte delle nostre vite. E quando cominci a toccare con le mani qualcosa che è sporco, succede, prima o poi, che ti ritrovi pure tu con le mani insudiciate.

Tutte le mattine, lo scuolabus faceva il giro per prendere gli alunni. Casa per casa.

«Zitti zitti, eccolo che arriva, adesso ci divertiamo…»

C’era un ragazzo, il cui nome ancora adesso mi sfugge, che quando saliva, si andava subito a mettere in fondo, negli ultimi posti, dietro a tutti quanti. Si sedeva composto e stava lì, buono buono, con le mani sulle ginocchia e non rompeva le scatole a nessuno. Parlava poco, anzi, a dire il vero, non parlava proprio per niente. Si faceva tutto il viaggio in silenzio.

«Mi sa tanto che a questo gli manca qualche rotella…»

Finita la scuola, te lo ritrovavi di nuovo sul pullman, ma stavolta non in fondo, bensì davanti, appena dietro l’autista, con la schiena bella dritta e gli occhi fissi a guardare la strada, fuori dal finestrino. Scrutava tutte le fermate, eravamo certi che le contasse mentalmente, una ad una. Gli vedevi addosso quella strana tensione che si legge in faccia agli atleti, prima di posizionarsi sui blocchi di partenza. Arrivato il suo turno, si metteva in piedi, aspettava giusto il tempo che le portiere sfiatassero e si aprissero, dopodiché faceva un balzo e scendeva giù dal bus, veloce come un razzo. Da quel momento, iniziava solamente a correre. Vedevi questo ragazzotto, con lo zaino che gli ballonzolava a destra e a sinistra, come se qualcuno gli si fosse aggrappato al collo, diventare un puntino sempre più piccolo e sparire, in un niente, fra le case del quartiere.

«Scusate, ma secondo voi, ci è o ci fa?»

Questa cosa la ripeteva sistematicamente, durante il tragitto del rientro. Ben presto, cominciarono le prese per il culo. Gli fu detto di tutto e di più. Anche con una certa originalità.

«Corri Forrest, corri…»

Era diventata una specie di gara a chi la sparasse più grossa. Lui, ovviamente, non faceva un fiato. La cosa andò per le lunghe, passarono diversi mesi, e la storia era sempre la stessa. Alla fine, arrivò un giorno, ancora più strano, in cui, sempre al ritorno da scuola, la portiera sbuffò, ma il ragazzo contrariamente a quello che faceva di solito, scese i gradini e non si mise a correre. Anzi, non lo fece mai più.

«Embè? Stavolta niente corsettina? E che t’è successo?»

Tutti pensammo che si fosse stancato e se la fosse presa, per le enormi boiate che gli avevamo detto.

«Oh poverino, ma quanto ci dispiace…»

E, invece, ci sbagliavamo. E di grosso, pure. Venimmo a sapere il motivo di quella faccenda. Il ragazzo, fino ad allora, si era messo a correre per andare a controllare la sorella, che aveva provato ad ammazzarsi, innumerevoli volte. Lo aveva fatto perchè non voleva che lo rifacesse di nuovo. Ma da quel giorno, di correre non ce ne fu più bisogno. E noi ci sentimmo tutti quanti delle emerite merde.

Avete messo Mi Piace6 apprezzamentiPubblicato in Narrativa

Discussioni

  1. Bravo Alberto. La scrittura è molto efficace, quasi asciutta e rispecchia bene la narrazione. Come se non ci fosse altro da aggiungere. Hai toccato un tema sempre attuale e di cui non bisogna mai stancarsi di parlare.

  2. Siamo tutti bravi a ergerci giudici onniscienti, onnipotenti, intoccabili. Procrastiniamo il giorno dell’esame di coscienza, navigando in questo mondo grigio continuando a sperare di non essere il peggiore di turno, purtroppo. Davvero molto bello questo librick