Mani

Piove. Piove incessantemente fuori e dentro di lei.Non sa più nemmeno da quanto tempo. Ora se ne sta seduta sugli scalini di un palazzo, con la testa appoggiata al muro, mentre la pioggia continua a bagnarla. Le scarpe inzuppate, la camicia e la gonna appiccicate al corpo, ormai intirizzito. Ma non sente più niente, rimane lì, così, non un muscolo del suo corpo si muove. E la mente vaga, ricorda quando la pioggia non la bagnava. Da bambina c’era sempre il sole. Non riesce a ricordare la pioggia. Ricorda il buio, la sua paura del buio, ma la pioggia no. Ricorda quando in punta di piedi volteggiava per il corridoio del vecchio casale, imbastendo passi di danza dalla cucina al bagno, immaginando di essere vestita con un bellissimo tutù bianco e le scarpette da ballo. Solo che ai piedi portava un paio di zoccoli di legno. Volteggiava fino a quando sua madre non appariva nel corridoio e un pò tristemente le diceva che non avrebbe potuto portarla in una scuola di danza. Ma lei non ci stava a pensare tanto su, il giorno dopo era di nuovo a fare piroette sui suoi zoccoli. E quando le giornate erano più lunghe non c’era più il tutù, ma le corse in mezzo ai prati e quel particolare momento della giornata che lei adorava. Quando i suoi riccioli scuri prendevano i riflessi del tramonto, lei si fermava e godeva intensamente di quell’attimo profondo e colorato.
Non sa quando sia caduta la prima pioggia. Forse mentre stringeva la mano di suo padre che se ne andava. Si, effettivamente pioveva anche il giorno del suo funerale.
O forse è stato quando non è riuscita a stringere un’altra mano che andava via. Quella giovane mano stretta tante volte all’uscita di scuola per andare alla fermata dell’autobus insieme. Quella mano compagna di sempre, compagna di tutto, compagna di dolori e di risate che ha ancora nella orecchie.
Ma la pioggia ha continuato a cadere, non si è fermata. Quanto vorrebbe stringere ancora quelle mani, soprattutto ora. Una a destra e una a sinistra, l’aiuterebbero a rialzarsi da quegli scalini. Da sola non ce la fa.
La sua vita è stata tutta in punta di piedi, come quando da bambina si librava leggera nell’aria e leggera entrava nelle vite degli altri, per non soffocare, ma dispensando un amore sconfinato. Ma così lieve e delicata che qualcuno l’ha spazzata via come il vento spazza via le nuvole.
E le viene in mente un’altra mano. Quella mano che vorrebbe sentire sui suoi capelli adesso. La mano di quell’uomo che non ha mai voluto che li tagliasse, ma che non li ha mai accarezzati. La mano che pensava avrebbe stretto ancora quando i capelli fossero diventati bianchi, camminando insieme come tante volte avevano immaginato. Pensava che avrebbe finito la sua vita stringendo per l’ultima volta quella mano. Sa che non sarà così. Ma in mezzo a tutto questo c’è stato amore, amore, amore e poi ancora amore. E Cecilia si rialzerà da quegli scalini. In nome di quell’amore stretto fino alla fine e di quello che non ha potuto stringere e che le vive ancora dentro. Lentamente gire la testa e vede due mani tendersi verso di lei. Le afferra con forza e si alza incontro, forse, a un’altra mano che accarezzerà i suoi capelli e incontro a quelle sere d’estate quando con gli altri bambini andava in cerca di lucciole. Perché è lì che Cecilia vuole andare. In un posto dove la notte è ancora illuminata dalle lucciole.

Pubblicato in Narrativa

Commenti

  1. Foto del profilo di
    Ivana Mauro

    Il tuo è uno stile inconfondibile e mi piace quello che scrivi e come lo scrivi. Sento la pioggia sopra e dentro di me, mi sento intrisa di gocce che, bagnando il presente, si portano via il passato, lasciandomi dentro la forza di quelle mani…

  2. Foto del profilo di
    Tiziano Pitisci

    Ciao Paola, se vuoi posso dare più contrasto al testo della copertina, magari provando con un altro colore…