
Maria.
La schiena è curva. Monrò ha le ginocchia ridotte male, quando ci sediamo emette un grugnito da animale. Gli domando se ha preso l’antinfiammatorio. La mano segnata dall’angioma scende verso il basso, si blocca alla bocca dello stomaco, l’occhio destro balla per tre volte di fila. E’ un sì. L’ha preso.
«Prima o dopo morirò» dice.
«Aspetta un po’ a morire, Monrò. Per me è come se tu fossi nato da poco.»
In fondo è vero. A guadarlo provo la medesima sensazione che credo si provi nell’osservare un figlio appena nato, ovvero la stupefacente convinzione che da quel momento niente andrà perduto.
Monro’ e io abbiamo lo stesso marchio.
Ho un paio d’ore libere, prima di tornare in ufficio. L’ho invitato a pranzo, lui e io, da soli in un bar lungo il Viale dei Platani. Ho calcolato che dovremmo avere il tempo anche per una passeggiata, spalla contro spalla, sempre che Monrò accetti, visto il tempo che tira fuori. Il cameriere si avvicina, ammicca un invito a ordinare, batte con la penna a sfera sul blocco delle comande, come a dire che dobbiamo sbrigarci, c’è fila di clienti al bancone.
Col freddo che fa hanno tutti trovato un motivo per entrare.
«Tortellini al ragù!»
La voce di Monro’ è decisa, io lo lascio fare, contrariamente al medico che lo ha messo a regime di carne ai ferri e niente sughi.
Mentre attendiamo il nostro piatto caldo, lo invito a raccontarmi ancora di quella volta nel viale del gasdotto, un rettilineo di tre km lungo i campi, prima dell’aeroporto Vespucci, una zona avvolta dalla nebbia di giorno e dal buio di notte.
«Eh, la mia Maria non mi ha mai tradito, fino a quel giorno.»
Nonostante i suoi anni può vantarsi di avere ancora un’ottima favella. Maria era la FiatUno su cui si sedeva due volte a settimana, col motore rimesso a nuovo, capace di schizzare a 200km/h in meno di tre minuti, aggredire l’asfalto, restare piantata a terra nell’unica curva a cento metri dal traguardo. Il traguardo era il ponte all’imbocco dell’autostrada, correva tenendosi a destra i tetti delle case, prima di sparire nella galleria. Due mondi paralleli; quello sopra legalizzato, sotto invece viaggiava impazzito il mondo senza regole di Monrò fatto di corse clandestine e di rotoli da centomila lire infilati nelle tasche a fine corsa. Gli pneumatici uhp agguantavano l’asfalto come ruote chiodate, nonostante i graffi mantenevano la pressione lasciando sul selciato pennellate di pece. Mi sono domandato tante volte se davvero una FiatUno potesse correre a 200Km/h e dentro di me mi andavo convincendo che Monrò fosse un racconta frottole, fino a che una sera, alla Tv, un tizio che parlava di criminalità organizzata ha spiegato che la fiat Uno del clan dei Casalesi, nel tratto della statale 7bis che da Castel Volturno va verso Pozzuoli, veniva usata nelle corse clandestine con il motore truccato che raggiungeva i 300km/h.
Tutto era possibile.
Per Monrò la fine corsa del’90 si concluse al traumatologico, con le ginocchia spezzate e due morti sulla coscienza. In curva Maria aveva ceduto, si era sollevata in aria con doppio salto a spirale, andando a schiantarsi sulla fila di rimbambiti che si godevano lo spettacolo e che per di più avevano scommesso sul corpo in lamiera di Maria.
«Nessun rispetto hanno avuto per lei quando è morta», sibila Monrò.
Come si faccia a considerare morta un’auto non lo capirò mai.
Dal letto dell’ospedale, Monrò finì dritto e senza attenuanti nella brandina della casa circondariale tirandosi dietro metà dell’organizzazione clandestina.
«E quanti anni ti sei fatto?», gli avevo chiesto al nostro secondo incontro.
Lui aveva aperto per due volte le mani srotolando un dito alla volta come a dire che gli anni erano venti.
«Più due», aveva aggiunto con la voce.
Ventidue anni di carcerazione.
L’angioma sul dorso della mano di recente cresce ogni giorno di più, come una macchia che non si può lavare, si espande color vinaccia mischiandosi al groviglio di vene tese come corde. Il cameriere deposita i nostri piatti sulla tovaglia bianca.
«Portaci del rosso, ragazzo!», esordisce. Non intendo bloccare la sua richiesta. Monrò è fatto così. Sfida continuamente la vita, forse la morte.
Quel che è peggio è la sua noncuranza del tempo. Se ne fotte del passato e anche del futuro. Il tempo si è preso i migliori anni della sua vita. E’ uscito dalla galera malato. Lo hanno lasciato a vagabondare per i vicoli della periferia, a cercare abiti con la parvenza di nuovo, ad accalcarsi alla mensa della Caritas. Sono stato io a servirgli il primo piatto di tortellini al ragù, cinque mesi fa.
«E’ nuovo quello?» avevo chiesto al collega, anche lui volontario come me nell’ora di cena.
«E’ Monrò, uno che s’è fatto la galera per le corse clandestine. Di cognome fa come te, Monrozzi.»
Mentre ingoio l’ultimo tortellino, sposto lo sguardo verso la vetrata che dà sull’esterno. Il vento solleva le foglie dal viale e spolvera i platani.
«Usciamo a fare due passi, Monrò?»
«Con ‘sto freddo…»
«Mica avrai paura del freddo che hai corso mezza vita dentro a una scatola della morte.»
«I reumatismi sono un’altra cosa, ragazzo.»
Pago il conto.
Gli sistemo la sciarpa intorno al collo, lui afferra il bastone, muove su e giù l’occhio destro, poi massaggia le ginocchia e mi guarda con un’aria di sfida mentre si prepara ad attraversare la porta. Una folata di tramontana ci fa rabbrividire. Monrò cerca il mio braccio, si appoggia, entrambi misuriamo con lo sguardo il rettilineo del viale. Giurerei di aver sentito Monrò rabbrividire mentre fissava la striscia d’asfalto senza fine che avevamo davanti.
«Maria l’ho amata davvero…», sussurra.
Il vento pare portare lontano da lì quelle parole, poi Monrò calca l’argomento fregandosene del mio imbarazzo, «…l’ho amata fin dal primo momento che l’ho vista, anche se lei ha sempre pensato il contrario.»
Strizza gli occhi come per mettere a fuoco i ricordi.
A quella frase sono sicuro che il mio cuore abbia sobbalzato. Un passo davanti all’altro, attacchiamo il rettilineo con il vento che ci spinge da dietro.
«Non mi rimane molto da vivere, certe cose si capiscono.»
«Sono i tortellini, Monrò. Magari uno di questi giorni una corsetta in auto ce la facciamo, tu ed io.»
Ridiamo.
«Sì, chi guida tra noi due?»
«Tu Monrò e chi, sennò?»
Allarga le spalle e drizza la schiena, soddisfatto.
«Se vuoi ti racconto ancora di Maria mentre camminiamo.»
Un cane dal pelo nero corre controvento, viene verso di noi, si ferma e va a pisciare al tronco di un platano, poi prosegue la corsa. Monrò prosegue invece nei suoi discorsi, «Maria era la più bella di tutte.»
Avevo quattro anni.
Mia madre, di nome Maria, mi disse qualcosa che non ricordo. Però piangeva, mentre preparava la valigia. Ci infilava dentro, pigiandoli a forza, gli abiti che saltavano fuori come molle. Alla fine si decise a lasciarla aperta sul letto e a tarda sera gli abiti furono riposti in fila nell’armadio. Passai tutto il pomeriggio a fissare le costine a righe di un maglioncino di lana, seduto sul letto con le gambe incrociate.
Avevo cinque anni.
Mia madre quella volta mi disse che mio padre era andato via. Sparito e di smetterla di chiedere di lui perché tanto non tornava. Uno che sparisce a quel modo non torna. Me lo disse mentre si pettinava i capelli e al citofono un tizio aveva suonato per dirle di fare in fretta che c’aveva la macchina parcheggiata in doppia fila.
«Sparito, come?» chiesi.
«Sparito! Partito per sempre. Fai te.»
A cinque anni nella testa di un bambino una persona sparisce per sempre soltanto se muore. Di nascosto mi feci il segno della croce tante di quelle volte che alla fine persi il conto.
A trent’anni sono tornato nella mia città. Ho chiesto di essere trasferito qui, dove sono nato.
Nel tempo libero ho sempre avuto l’idea fissa di aiutare i deboli, i senzatetto, i miserabili, quelli che sono alla continua ricerca di un posto nel mondo convinto che se fai del bene, il bene torna a trovarti quando meno te lo aspetti.
Alla mensa ho incontrato Monrò.
«Scusi, posso sedermi?»
Lui aveva sbattuto l’occhio una decina di volte, poi aveva buttato giù il boccone a forza.
Alcuni minuti di silenzio erano calati tra lui e me, ci eravamo scrutati cercando qualcosa l’uno nel viso dell’altro.
«Il mio collega dice che lei porta il mio stesso cognome, buffo no?»
«…Monrozzi?»
Ero rimasto sospeso nel tono della sua voce.
«Ragazzo, che hai lì?»
Avevo nascosto il dorso della mano, coprendola con l’altra.
«Una macchia. Si vede così tanto?»
«Si vede eccome!», aveva esordito senza tentennamenti mentre mi mostrava la sua.
Un angioma rosso porpora si allargava senza ritegno sopra la mano, invadeva la pelle fino al dito indice. Avevamo lo stesso marchio di fabbrica.
Ciao Bettina. In questo racconto il lettore dovrà cogliere ogni minimo indizio che lo condurrà al commuovente finale. Bellissimo racconto composto da affetto, solidarietà e, a tratti forse, malinconia. Complimenti davvero. 🙂
Grazie!😊
Bello. Il finale porta a rileggere il racconto, per scovare quegli indizi che te lo fanno apprezzare ancora di più. A mio parere quello che maggiormente brilla in questo tuo lavoro è che non c’è alcun giudizio, né sul padre che no si ha avuto né sulla sua attività criminale. La passione folle di Monrò per le corse è qualcosa che non si può comprendere e nemmeno si cerca di farlo, è spiegata da quel fremito lungo la strada, punto e basta. La frecciatina al sistema che per Costituzione dovrebbe rieducare e che invece dopo vent’anni ti lascia solo a mangiare alla Caritas è un plus anch’esso degno di nota.
Ti ringrazio molto Francesco perché hai saputo cogliere delle cose che volevo ci fossero dentro al racconto, come l’aver percepito che non c’è condanna per Monro’ e il suo mondo di gare clandestine, spiegato come hai saputo dire tu benissimo con quel brivido dinanzi al rettilineo. Vero vero. Grazie!
Cara Bettina, sono rimasta molto colpita dal tuo racconto. Sia dalla sua storia delicata e complessa, che si contruisce e costituisce lenta, tessuto nella trama di parole che sai usare così bene. Ma soprattutto sono colpita dalla costruzione di questo testo in cui il ‘segreto’ ci viene rivelato poco a poco e solamente alla fine. Si sente che qualcosa è nell’aria, ma lo si scopre troppo tardi per prendersi la libertà di giudicare. Questo mi piace maggiormente del tuo stile ed è in questo in cui tu sei la maestra da cui prendere spunto.
Cristiana, apprezzo sempre il tuo parere. In questo caso ancora di più perché tutta la trama è stata sviluppata soltanto in funzione del finale. Intendo dire che nella mia testa avevo chiaro solo i due righi finali. Il resto è venuto dopo a ritroso mentre lo scrivevo. Ti ringrazio davvero.
meraviglioso, scritto benissimo. il finale mi ha messo i brividi. complimenti davvero.
Grazie per essere venuta a leggere, Dea. Sono contenta che ti sia piaciuto, soprattutto nel finale. Se ha fatto il suo effetto, a me basta.
Bellissimo racconto, per contenuto e per forma descrittiva. La sorpresa/non sorpresa ha funzionato benissimo. Il gioco sul nome Maria, in particolare, si rivela davvero solo alla fine, quando quel “Maria l’ho amata davvero” attrae e si combina come una calamita con “Era la più bella”.
Complimenti.
Ho “incrociato la strada” con delle corse clandestine tanti anni fa, quando se ne facevano esattamente sotto la finestra dello studio dove lavoravo all’Università di Messina. Teoricamente non avrei dovuto essere lì a quell’ora ma capitava che restassi a lavorare tutta notte o che andassi in ufficio all’alba perché facevo delle elaborazioni molto lunghe con il calcolatore e volevo seguirne l’evoluzione. Brutta roba. Nella stessa strada ne facevano anche con i cavalli, quelli a quattro zampe, che poi anche loro spesso “mollavano” e morivano, magari finendo contro la gente che stava a guardare.
Non so perché ho pensato alla canzone “4 Marzo 1943” di Dalla…
Ciao Giancarlo, non è stato facile come dicevo sotto, tenere a bada elementi della storia, soprattutto quella che c’è prima ma non viene narrata, se non attraverso qualche rigo, in funzione del finale. Ho dovuto tagliare una grande parte per renderlo adeguato alle parole richieste. Per le corse clandestine io sono dovuta andare a documentarmi quanto bastava perché la storia stesse in piedi. Capisco ciò che dici. Non dev’essere stato uno spettacolo edificante osservare le gare clandestine dalla finestra di una stanza nelle ore notturne, durante l’elaborazione dei tuoi calcoli, così come lo sfruttamento dei cavalli per tale scopo. L’immagine che mi hai rimandato con questa tua considerazione-ricordo potrebbe essere evocativa per un racconto. Dato che hai attinenza alle elaborazioni con il calcolatore (numeri deduco), se e quando avrai tempo e voglia vorrai darmi il tuo parere su una breve serie presente qui, scritta molto tempo fa, quando mi dedicavo al genere noir. Non è solo finzione, c’è del vero dentro e per scriverla ho dovuto studiare certe cose. Ti lascio il link
https://edizioniopen.it/il-mulo-episodio-1-il-cerchio. Comunque è nei miei librick
4 marzo 1943…in effetti può ricordarlo in alcuni punti. L’ho riascoltata. Un lavoro prezioso. Grazie per la condivisione.
Un tema, quello delle gare clandestine, inusuale, oserei dire peculiare.
Ne hai tratto un racconto davvero bello e significativo, capace di mantenere alta l’attenzione del lettore fino alla fine.
Giuseppe, grazie per essere passato a leggere. E’ vero che la tematica è inusuale e per scriverlo mi sono dovuta documentare quanto basta. Ho dovuto tagliare per rispettare il limite delle parole, ma sono contenta che il testo finito sia riuscito a catturare la tua attenzione. Molte grazie per avermi dato il tuo pensiero.
è notevole come tu sia riuscita a mantenere celata la reale natura della relazione fra i due (padre, figlio) fino alla fine, pur avendoci fornito molti indizi fra cui uno quanto mai esplicito come il cognome. Eppure ho pensato a un’omonimia. E così anche ho trascurato che Maria fosse il nome dell’automobile ma anche della madre di Monrozzi figlio. Ma il corpo, davvero, parla più delle parole, oppure le parole diventano segni solo quando un corpo corrisponde loro. Gran bel lavoro.
Francesca, grazie! Quello che esponi mi fa capire di essere riuscita a tenere a bada ogni particolare di questa storia, soprattutto nei tempi di narrazione. “Ma il corpo, davvero, parla più delle parole, oppure le parole diventano segni solo quando un corpo corrisponde loro.”. Bellissima riflessione, grazie ancora.
Grande Bettina, come sempre, nella tecnica narrativa, nei contenuti toccanti e nel finale inaspettato che, in questo caso, sbalordisce in modo piacevole.
Ciao M.Luisa, sono sicura che stavolta il finale ti ha sorpreso davvero 😊. Non è stato facile tenere sotto controllo il prima della storia e il finale. Grazie per aver letto. A presto.
Ciao Bettina, con questo racconto mi lasci senza fiato, evocando una parte di storia che non ho conosciuta e presentando sia quella storia (il mondo delle corse clandestine) che la storia personale che si svolge su quel fondale con grande vivezza, veridicità e umanità. Bella, davvero bella. Mannaggia, ed io che avevo deciso di leggere questa storia prima di addormentarmi… ed ora chi ce la fa a dormire, mi toccherà cercare qualcosa di diverso per conciliarmi il sonno. Grazie per questa ennesima perla.
Apprezzo molto la tua lettura Nyam, grazie. “…grande vivezza, veridicità e umanità”, che il racconto trasmetta anche questo come tu dici, a me basta. A presto.