
Maria e l’orso
Vestita di stracci, Maria regge un secchio. Ha munto da sola le mucche: quelle mammelle gonfie, che lei ormai ha imparato a maneggiare con cura. Al mattino, nella stalla, le bestie l’attendono grate, perché reca loro sollievo. Ci fosse qualcuno ad aiutare anche lei!
La fattoria per la quale lavora è modesta. Un vecchio allevatore che pensa di avere del talento e una moglie “sciancata” che non la smette di fare figli. Sono già sette, i mocciosi, più uno in arrivo.
Rassettare, cucinare, mungere. Queste le sue mansioni. Senza contare che Maria deve badare ai più piccoli di quella covata, pulire i loro sederi, cullarli e farli dormire.
Raccontare le favole, prima della nanna, è la parte più bella. Ma del compito si prende tutto il merito la padrona.
«Visto come dormono? Bravi figli miei», è la frase che dice con fierezza, giungendo in prossimità dei lettini.
Nessuno immagina che i due ragazzi più grandi già ci provano, quando la sera Maria si avvicina con la brocca dell’acqua, intimando loro di lavarsi.
«Perché non lo fai tu, eh Maria?» dicono, sghignazzando e volgendo lo sguardo al loro fallo in fermento, che effettivamente sta diventando maturo.
«Sfrega bene qui sotto, dai!», osa il più vecchio.
E poi se la ridono, facendola sentire stupida. Sporca.
«Non dirmi che non ne hai mai visto uno!» continuano. «Tu fai tanto la santarellina, “il sacro cuore di Gesù”». La canzonano. Sono squallidi; davvero tremendi.
Maria è sola al mondo. Non ha nessuno con cui lamentarsi. Quel bovaro malintenzionato l’ha presa a servizio in casa sua, dopo che una brutta influenza ha ammazzato sua madre. Per quanto riguarda il padre, Maria vorrebbe soprassedere. Era un cacciatore di orsi, morto quando lei era piccola sulla strada per il villaggio. Hanno detto che una bestia coi cuccioli è sbucata all’improvviso dalla foresta e non gli ha lasciato scampo.
Nessun animale aggredisce un essere umano, se non si sente minacciato. Da allora Maria si chiede cosa possa avere fatto suo padre a quell’orsa – e ai suoi piccoli – per meritarsi il trattamento.
Glauco e Laerte le danno il tormento. Ogni sera di più, quando la padrona manda la serva nella stanza con la brocca. Pretendono, la incitano a palpeggiare loro le parti intime. Manca poco che le saltino addosso, questo Maria se lo aspetta. E infatti tiene un coltello che ha rubato in cucina direttamente infilato in uno dei suoi scarponi logori, coperto dalle balze della vecchia sottana, dai vapori sfibrati della crinolina.
Almeno Maria potrebbe aprirsi una via di fuga. Anche se poi, quel gesto sarebbe senza ritorno. Non può mica ferire uno dei suoi figli e sperare che il padrone la perdoni! Maria è destinata a una vita raminga nella foresta. All’oblio.
Col secchio del latte si reca in cucina, dove riempie il recipiente da portare in tavola. La famiglia è lì riunita e non fa caso a lei. C’è silenzio, perché il padrone non permette a nessuno di parlare. Solo il cozzare delle tazze; il pane che viene spezzato.
Il ventre della padrona inizia a ingrossarsi, traspare sotto la veste. Maria attende già da qualche notte la visita di lui, il suo dominatore. Quando la moglie è incinta, la serva nel letto ne fa le veci. È un’abitudine consolidata nel tempo, che la signora ne sia al corrente oppure no, la questione non è appurata. L’odore ripugnante dell’uomo, di bestia selvatica. La saliva pastosa che le si asciuga attorno alla bocca, sui seni, e manda un olezzo di rancido. Sono le cose che più la infastidiscono e che ricorda con disgusto. Con impotenza e rancore. Come può quella sposa acconsentire? E lui, un padre di famiglia, che la notte si trasforma in una belva lasciva, pregna delle sue ignobili pulsioni?
Quella sera stessa Glauco le infila di forza una mano nel sesso puzzolente. E Maria è pronta a brandire il pugnale. Li spaventa così tanto, quei due ragazzini, che non c’è nemmeno bisogno di ferire.
E scappa, Maria. Gridando come un’ossessa, nel fitto della macchia. Al buio, col solo conforto del coltello. Si accovaccia sotto un tronco, più piccola e zitta che può. Con le braccia strette attorno al busto prova a darsi un po’ di tepore, nemmeno piange. Nessuno la verrà a salvare.
La speranza d’incontrare l’orsa la tiene in vita. Deve chiederle perdono. E nel buio di quella notte senza luna, prepara nella sua testa un discorso.
“Mio padre era malvagio, lo sai orsa? Quando sono arrivata dal mio padrone, avevo solo undici anni. Ha l’imene lacerato, ha detto. E da quel giorno mi ha guardata con disprezzo, come si fa con una cosa indegna. È stato papà, cosa credi? Tu scusalo, orsa”.
Un cacciatore la ritrova per caso, due giorni dopo. Sembra che dorma. Il freddo ha conservato intatta la sua figura. Maria, la sedicenne figlia del diavolo è lì, distesa. Bella da mozzare il fiato. A pagare per un peccato che non ha commesso, seppure le abbia condizionato la vita.
Viene portata in chiesa, Maria, dove qualcuno con pietà la ricompone. E seppellita accanto alla madre, nel piccolo cimitero del villaggio. Una pietra sbilenca ad indicarne il nome.
Il padrone e i figli non toccheranno mai più il suo corpo.
Avete messo Mi Piace2 apprezzamentiPubblicato in Narrativa
Ogni scena di questo racconto è tremendamente vivida, dolorosamente realistica. Scritto davvero molto bene, rende omaggio a tutte le Maria di ogni era.
Racconto scritto molto bene, hai saputo stimolare degnamente anche il senso olfattivo e infine mi hai fatto rattristare molto. Infatti avrei preferito un lieto fine, ma va bene lo stesso, brava.
Ciao Ivan. In questo periodo, rattristare il lettore aggiunge pena alla pena, me ne rendo conto. Mi rifarò più avanti con qualcosa da ridere.
Grazie ?
Cristina, da “scrittore” posso immaginare il dolore che devi aver provato nel dar vita a una storia tanto cruda. La realtà scivola nella fiaba, in un epilogo degno di Andersen. È un racconto amaro, impreziosito da personaggi violenti, così ben delineati che pare di sentire la puzza del loro sudore.
Un caro saluto.?
Ciao Dario. Lieta di essere stata credibile! Per cui, mi fa piacere di averti fatto sentire proprio la puzza ? Grazie, per averlo letto e commentato. Un abbraccio.
Un racconto triste, parla di tempi duri. Cristina, ti andrebbe di dirmi in che luogo e in che epoca è ambientata la storia? Magari non l’hai voluto dire per far fantasticare di più la gente…
Ciao Kenji. Il racconto è ambientato nella seconda metà dell’Ottocento, in uno di quei villaggi a nord della Svezia. Ho letto un romanzo che, anche se del tutto diverso, parlava appunto di questi villaggi isolati, immersi nella foresta e abitati da orsi. E mi ha ispirato il personaggio di Maria.
Capito. Grazie per la risposta!
Ciao Micol. Tu corri a leggere, puntuale come al solito! Grazie. Eh, cara Micol, questo è un racconto triste, che avevo scritto solo alcuni mesi fa. Mi chiedevo se adesso, in epoca di pandemia, lo scriverei ancora. La domanda che si faceva anche Dario. Ci sono scrittori, diciamo così, crepuscolari, che attualmente sembrano fuori luogo. Parlo per me: la tragedia che stiamo vivendo mi fa ricercare libri e film divertenti. Ho sempre amato i thriller, adesso guardo “Cetto c’è senzadubbiamente” ?), o comunque film da ridere. L’horror mi angoscia. Cambierà anche il nostro modo di scrivere, penso e temo.
Un abbraccio.
Ciao Cristina, sono corsa appena ho visto il libriCk, incuriosita dal titolo. Come sempre nel tuo stile di scrittura è il realismo a dominare, la tua capacità di descrivere sensazioni e sentimenti. Una storia triste, purtroppo non troppo di fantasia: chissà dove, chissà quando, una piccola Maria ha trovato la morte distesa sotto un albero. Sola.