Marina

La scia di profumo che lascia dietro di sé, una cascata agrumata con un capriccio di vaniglia, è una promessa di delizie futuribili.

Brilla fugace, poi si spegne al suo passaggio: hai voglia lo scappellarsi ammirato di vecchi e meno vecchi, assiepati sui tavolini del bar della piazza, il bicchiere pieno a metà di birra artigianale, la sigaretta serrata tra le labbra in un infantile riflesso di suzione… non sembrano risentiti per essere stati sottratti alla smazzata dal passaggio di cotanta avvenenza, alla quale tributano all’unisono l’affievolirsi delle voci, in un curioso, estatico raccoglimento. In quel paese vischioso, dove l’ordinario succedersi dei giorni è legge, c’è da giurare che in diversi cuori abbiano perso un colpo.

Dal canto suo, lei non li guarda nemmeno: non che i complimenti non le facciano piacere, tutt’altro; è un riflesso del tutto naturale, specie alla sua età, quando innesca turbamenti che diventa imperativo vivere ed assimilare: Marina sta attraversando a passo di danza l’età che poggia malsicura sui complimenti e le critiche che la sua pelle riceve in dono, ed alle quali, in genere, si è disposti a dare malauguratamente più credito di quanto si dovrebbe. La sua bellezza è un dato di fatto; il suo atteggiamento vagamente scontroso, invece, una sofferta acquisizione: in vita sua, di uomini per bene, in grado di esprimere il proprio galante apprezzamento con rispetto ed equilibrio, senza pretendere con questo di ricevere nulla in cambio, ne ha incontrati pochi.

È trascorso mezzogiorno, ed incontriamo Marina a duecento passi da casa, il passo sostenuto, i capelli un’onda indomabile; non riesce a perdonarsi per non essersi accorta della bottiglia vuota dell’olio, senza il quale nessun pranzo può principiare: ha chiuso di corsa la porta di casa, dove la tavola è pronta, ed è corsa in strada. Ci tiene a fare bella figura col padre, atteso di ritorno dai campi di lì a poco. Se ha fatto bene i suoi conti, volterà nel vicolo dei cordai giusto in tempo per interrompere sul nascere il cigolio della saracinesca, che puntuale come un orologio il Vanni abbasserà all’una esatta.

Avvolta in un abitino leggero di lino rosa antico decorato con delle stampe a fiori, i lunghi capelli corvini avvolti in una crocchia fermata con un robusto pettinino di castagno, Marina sbuffa trafelata sugli scivolosi ciottoli di fiume che rivestono la pavimentazione della piazza, alla volta della bottega del Vanni. Dalle facciate dei palazzi affacciati sul rettangolo rimbomba, venendone amplificato, il tramestio delle sue scarpe: con quella zeppa importante così tanto alla moda nella lontana città, non sembrano le calzature più indicate per la situazione. Il suo petto si alza e si abbassa furiosamente, con un ritmo sincopato nel quale un occhio attento può leggere apprensione e desiderio di fare le cose per bene. Mai un tentennamento, una concessione innocente alle regole non scritte che governano quell’angolo sperduto di mondo, con i tempi rigidamente suddivisi, ricamati addosso al tragitto del sole, le occasioni di ritrovo scandite nella forma ingessata delle sagre contadine o dei festeggiamenti tributati al santo locale.

Si sistema indispettita una ciocca di capelli che, scivolatale dalla fronte, le si è impigliata una volta di troppo nell’incavo tra l’occhio e la radice del naso. Liquida il prurito con quello stesso atteggiamento scontroso, di chi non fa sconti a nessuno, con cui ha detto di no al fior fiore dei giovanotti del paese. Tutto in lei parla della svolta che vuole dare alla sua vita, a partire dalla flemmatica incoscienza con cui tiene in pugno i suoi 22 anni, come un’aquila la preda.

Non che la prospettiva del circondarsi di marmocchi strillanti non l’avesse stuzzicata di tanto in tanto, si è però fatta un punto d’onore di proseguire sul cammino cui sente di appartenere. Ha chiaro, più ancora che ciò che vuole diventare, quello in cui non vuole assolutamente trasformarsi: lei, a rimanere per tutta la vita in quella buca affogata tra sassi e sterpi, non ci pensa proprio; i suoi spasimanti si rivolgessero pure alle sue coetanee, ve ne sono alcune che non chiedono di meglio che gettarsi tra le braccia del primo venuto per garantirsi un futuro all’ombra lugubre di quel mucchio di catapecchie malconce.

Aveva tentato in tutti i modi di domare l’esuberante femminilità che le esplodeva dentro; dal duello aveva ricevuto in cambio la più emancipante delle lezioni di vita: il distacco pudico, diffidente ed un tantino scontroso che una donna con la testa sulle spalle manifesta ai piaceri offerti dalla vita. Ci aveva familiarizzato, fino a farlo proprio. E, insieme, l’arte umanissima di assumere le dovute distanze da fatti e persone e di soppesare ogni parola, di più, ogni sillaba e gesto, rimanendo sempre saldamente piantata sulle gambe, guardinga. L’angolo di terra nel quale era venuta al mondo non aveva tardato ad esercitare il suo prepotente influsso, al quale non le era rimasto che allinearsi e far propria la rigida educazione contadina ricevuta dalla madre, esperta nella nobile e negletta arte del riutilizzo e del risparmio: non si era mai sottratta ai doveri genitoriali, sua madre, anche dopo la morte del marito, anche quando, una mattina in cui impetuoso si era alzato lo scirocco a portare sconquassi e lacrime, aveva scoperto di non riuscire ad alzarsi dal letto. Di là un precipitare senza fine, la sonora scarica di ceffoni che la vita le aveva assestato erano andati tutti, puntualmente, a segno; lei, però, non aveva comunque mai smesso di amare sua figlia, soltanto a modo suo.

Che dovesse essere davvero bella l’avevano convinta le occhiate impudiche e gli sguardi maliziosi che le si incollano addosso ogni qual volta taglia un crocicchio, il capo basso per la vergogna di sentirsi gli occhi addosso, o attraversa la piazza del paese di ritorno dalla spesa, accaldata per la fatica del trascinarsi dietro le sporte; irresistibile, forse, almeno a giudicare dalle curve assunte dalle labbra degli uomini intenti a ghermirla con gli occhi. Questa invadenza la infastidisce, si sente declassata al rango di merce che vada patteggiata, soppesata, infine venduta. È in momenti come questi che la sua fervida fantasia gli lancia una ciambella di salvo: è altrove, lontana da quei crocicchi e da quella piazza, con la testa e con il cuore protesi verso un’immagine di sé che da tempo accarezza, cui sente di voler aderire.

Con questa determinazione dentro, l’aveva fatto: si era iscritta all’Università. Si era informata per bene, le avevano garantito che la frequenza non era obbligatoria. Non ha fatto parola con nessuno di questa sua iniziativa, un po’ per il desiderio di tenere per sé le scelte che contano, un po’ perché intuisce che verrà giudicata senza appello.

Vuole diventare un’insegnante. Accennare la decisione alla madre, quello le era parso assolutamente impensabile: le sue condizioni di salute sconsigliano categoricamente le emozioni forti, inoltre Marina sa bene che un tale annuncio le avrebbe dato un dispiacere atroce, lei che avrebbe voluto vederla maritata, massaia e madre. Non può però rinviare, ne va della sua vita; inutile ingannarsi sul dolore che questa atmosfera forzosa di mistero le procura: in fin dei conti, che colpa ha lei se non sognava un futuro tra fornelli e pannolini, ma tra libri e quaderni?

Da sempre, insegnare ha costituito un’attività tra le più inaccessibili su quelle balze, ed i pochi insegnanti in cui le era capitato di imbattersi fino allora vestivano alla maniera elegante degli abitanti di città. Una frattura scomposta: gli insegnanti di là, i popolani di qua. Non sarebbe più stato così, ci avrebbe pensato lei a gettare un ponte tra le due sponde: sarebbe diventata la prima insegnante del paese, con buona pace di tutti.

La determinazione non le faceva difetto: aveva completato gli studi in regola con l’età, andando e tornando ogni giorno dal paese vicino, nel quale si era formata una classe serale di superiore per i lavoratori dei campi. Tra quelle mura gonfie di muffa e sospiri, non aveva mai sentito la fatica, della quale si era avveduta solo quando quest’ultima le aveva fatto l’occhiolino dai visi dei suoi compagni di scuola: uomini e donne più grandi di lei, i volti sfatti dalle levatacce per inseguire la corriera delle cinque, si trascinavano senza energia fino a quel luogo privo di futuro che era per loro la scuola, alla quale non chiedevano nulla di diverso da un pezzo di carta che potesse permettere loro di impiegarsi in qualche amministrazione della neonata comunità di comuni montani.

Ma la sera, quando tutti i paraventi delle umane considerazioni si dileguano insieme con i lumi a petrolio delle stanze, Marina non riesce a perdonarsi questo suo progetto insano: la tentazione assurda di mollare tutto, di tornare pentita dal gregge di donne in età da marito sulle quali impazzano le maschili contrattazioni, al tavolo della piazza dove i destini si decidono, dove le vite che sarebbero state vanno in onda in una infallibile anteprima.

Si arresta al centro della piazza, l’estremo tassello temporale che l’avrebbe condotta da Vanni andato perduto tra i ciottoli del pavimento. Si volta verso gli uomini, fotogramma insubordinato al film di tutti i giorni.

Sospira, quindi riprende a camminare.

Ti piace0 apprezzamentiPubblicato in Narrativa

Discussioni

    1. Grazie ! Suscitare nel lettore dei ricordi personali e fargli rivivere delle emozioni appartenenti al suo passato è una delle imprese più ambiziose quando si scrive. Perché la storia nasce prima di tutto nella testa dello scrittore, e poi, nuovamente, deve rinascere in quella del lettore… grazie davvero

  1. “In quel paese vischioso, dove l’ordinario succedersi dei giorni è legge” questo passaggio mi è piaciuto tantissimo. Bellissima storia, hai regalato una finestra sui nostri borghi in un mondo moderno e cittadino.