Memorie

Serie: Frammenti di nero


NELLA PUNTATA PRECEDENTE: Racconto disconnesso da quello precedenti

Stavamo sulle bici, di fronte ai bambini che giocavano al parco. Non lo rivedevo da anni. Era stato il mio compagno di studi e bevute durante il liceo. Avevamo frequentato la stessa università, sebbene lui avesse preferito continuare con i suoi studi di psicologia, mentre io avevo virato verso le scienze dell’informazione. L’informatica, appunto.

Ora le nostre vite si rincrociavano di nuovo. E realmente ci eravamo rivisti per caso. Io andavo a casa di Serena, la mia fidanzata d’allora, mentre lui, da quanto ricordo, si stava recando all’università perché doveva sostenere un corso serale.

Lo vidi sulla sua bici di famiglia, quel catorcio su cui avevo pedalato chilometri e chilometri quando me la faceva usare. Ci vedevano con altri amici in un parco. Non quello dove ci vedemmo dopo tanti anni di silenzio. Ci vedevamo con gli amici per passare i bei pomeriggi soleggiati di aprile e maggio. Giocavamo a frisbee e mangiavamo caramelle, esattamente come se avessimo avuto otto o nove anni, ma con più responsabilità e coscienza. Ascoltavamo musica, tanta, mentre alcuni dormicchiavano sotto un albero, altri parlavano del più o del meno, altri ancora studiavano su dei tavoli di legno, vicino ad un impianto di giochi per bambini. Che bei ricordi che furono…

Ebbene, ci ritrovammo a riparlare di quelle belle giornate, e sorridevamo delle sciocchezze e dei divertimenti, degli spassi e di tutto quello che fu. E mi rifece provare la sua bici, la quale dimostrò non essersi dimenticata assolutamente niente di me, così che mandare avanti i piedi fu quasi un gesto d’affetto verso lei. Dopo un po’, ci mettemmo a vedere i bambini che giocavano spensierati fra le pieghe verdi di un terreno un ondulato. Ci eravamo appoggiati alle bici.

“Dimmi. Come è che ti rivedo dopo tutti questi anni?” Infatti, non avevamo ancora toccato quel punto.

“Sono stato via per un po’ di tempo. Ho fatto la prima laurea in Germania, ma subito dopo aver conseguito il diploma decisi che non c’era più niente per me lì. E me ne sono tornato qui, ecco.“ Tornai a guardare i campi di fronte a me.

Delle testoline sorridenti se ne stavano lì, a parlare fra loro con una lingua fata di suoni ardui da capire e gesti di un alfabeto comprensibile solo a loro. Mi fecero sorridere, e parve che il mio amico se ne rese conto, come si mostrò quando disse:

“I bambini sanno trovare la felicità in così poco. Beati loro, direi. Però, si può essere allegri, basta guardare come fanno loro” disse, con un fior di buonumore sulle labbra. Aveva occhi brillanti come zaffiri sotto la luce di un deserto.

Presi la bici e chiesi all’altro se gli andasse di fermarsi ancora un po’, così che potevamo prenderci un aperitivo a un bar poco distante da dove ci eravamo fermati. Lui accennò un sì, ma solo dopo aver scrollato la testa, il che mi diede la sensazione che si fosse addormentato, o almeno che avesse deciso di sognare ad occhi aperti. Non ci feci troppo caso, e proseguimmo assieme su una strada ciclabile. Intanto il sole cominciava a tramontare fra u comignoli spenti di case oltre un campo di grano.

Non c’erano persone, al bar, se non che per gli abituali lavoratori. Il barman stava giocando a un videogioco sul suo telefono. Entrammo, e lui alzò la testa. Ci squadrò, poi tolse il telefono. Diventato sorridente, disse:

“Buona sera, cosa posso fare per voi?” chiese, cordialmente.

“Ah, vorremo prendere qualcosa da bere. Possiamo sederci?”

“Certamente. Dove preferite” e aspettò che scegliessimo. Il mio compagno fece per indicare un tavolo vicino alla vetrata. Ci sedemmo, dunque. Prendemmo un paio di spritz, mentre guardavamo fuori. Non proferì parola per un po’. E pure io feci così. Ripensavo a tutto quello che era stato, alle giornate passate vicino al fiume a pescare; alle corse in bici; ai divertimenti semplici. C’erano tanto da ricordare, anche troppo. Così mi dimenticai di ricordare, e ripresi a guardarlo, senza proferire alcuna parola. Mi sarei preso la libertà di tirargli un calcione sotto il tavolo, se non fosse che non sentivo più la confidenza che avevamo avuto. Forse era passato tanto, troppo tempo? Avevo paura che non apprezzasse.

Quindi non appagai quel desiderio scherzevole, bensì continuai a sorseggiare la mia bevanda, e nel frattempo lui seguiva l’andare e il venire delle persone che passavano di fronte alla nostra vetrina.

Era divertente vederlo mentre semplicemente si arricciava i baffetti e si asciugava le labbra. Era qualcosa di strano da notare. Ciononostante, lo facevo per la curiosità che si ha quando si cerca qualcosa di famigliare in ciò che oramai è cambiato. Aveva ancora un braccialetto che gli avevamo dato io e alcuni suoi amici all’ultimo compleanno che avevamo festeggiato tutti assieme.

“Ce l’hai ancora!” esclamai io, stupefatto e sorridente. Lo indicai con le dita tremanti dalla sorpresa. Lui gli diede un colpo d’occhio, e sorrise. Non parve contento, però. Proprio quando eravamo entrati, infatti, avevo visto che una nota di tristezza gli aveva segnato il volto. Non avevo voluto commentare o domandare, per timore di risultare troppo invadente. Eppure, stavolta, mi parve normale poter chiedergli la cagione di quella inversione di emozioni.

“Ehi, tutto bene?” feci io, allungandomi lievemente verso di lui, stirando la schiena.

Mi squadrò con fare malinconico e stranito. Pareva che gli avessi chiesto qualcosa di strano.

“Tutto bene, perché?” rispose, ma tentenno ancora qualche secondo. Voleva dire qualcosa, ma non ce la faceva. Lo vedevo protrudere le labbra come si fa comunemente in un momento di riflessione. Aggrottava le sopracciglia, socchiudeva gli occhi, si grattava dietro un orecchio, arricciava il naso. Non c’era un tic nervoso suo che non potessi cogliere

Serie: Frammenti di nero


Avete messo Mi Piace2 apprezzamentiPubblicato in Horror

Discussioni

  1. sospeso, non tutto viene messo in chiaro, ma forse questo dà al tuo racconto una specie di sfocatura che ne accentua piacevolmente il carattere di frammento.