Memorie di un Benzinaio

Nasceva sulla grande biforcazione delle strade collinari, quel piccolo esercizio commerciale che tuo padre ti aveva lasciato. Quell’unica deserta eredità di una lunga vita di sacrifici.
Affacciandoti dal loggiato, che quasi sempre era desolato, potevi ammirare la strada serpeggiare da te fino ad ogni direzione del fu granducato.
Da bambino spesso avevi sentito il tuo vecchio dire che nel circondario se non avessero fatto benzina da lui sarebbero rimasti di certo a piedi. Era l’unica stazione di servizio che esisteva, sicuramente a quei tempi, e serviva tutti i paesi vicini.
Nessuno, e tuo padre meno di tutti, aveva immaginato mai una fuga verso i centri urbani. Un moto che negli anni aveva rapidamente svuotato le campagne.
Crescendo, con la senza piombo verde ed un misero diesel da quattro soldi, riuscivi giusto a passare la stagione estiva, con qualche avventore casuale non propriamente italofono.
Tedeschi, soprattutto, e poche volte Americani con cappelli da cowboy.
Un misto di “how you doin’?” e “Entschuldigen Sie bitte” avevano rapidamente sostituito le tue locuzioni preferite tra cui “mi fai i’ppieno” o in assoluto la migliore “Boia che caldo!”
Da povero analfabeta quale eri, soprattutto le prime volte, all’avvicinarsi di qualche bel macchinone, lucente di cera, ti affacciavi al finestrino facevi il gesto della pompa, ascoltavi le loro parole incomprensibili e poi facevi quello che avevi capito, più o meno.
Non avevi sollievo nemmeno nella famiglia. Tua moglie era vecchia ormai, di figli nemmeno l’ombra. Non di rado ti interrogavi su come fosse stato vivere in uno di quelle grandi auto alla moda, in giro per il mondo, fuori dalla campagna che da tutta la vita abitavi. Invece, tutte le sante sere, chiudevi la pompa con una catenaccia arrugginita, sistemavi bene il cappello sulla testa, spostavi la sedia di plastica bianca rotta vicino al casotto ed andavi da Omero, fidato barista e dirimpettaio di una vita. Bevevi lo stesso rabarbaro con un po’ di vapore, lasciavi la moneta sul banco e salivi le scale. La vecchia Elsa aveva cucinato la cacciagione di suo fratello Aldo, una rapida occhiata al quotidiano rosa, poi il solito antico calore dello stesso materasso di una vita.
Giorno dopo giorno.
Anno dopo anno.
Col passare del tempo le persone sempre più di rado scambiavano parole con te. Spesso nemmeno ti scambiavano i convenevoli. A malapena farfugliavano il prezzo che volevano spendere, rasentavano lo zero i saluti, perfino quelli distratti o a mezza bocca. Ti sentivi sempre più distante da quel mondo che avevi conosciuto una volta, quello fatto di persone che rispettavano l’altro, di quei ragazzi e uomini che ti chiedevano di lavargli il parabrezza, o che mentre la pompa riempiva il serbatoio scendevano e ti chiedevano indicazioni, consigli su antichità da vedere, su cose da non perdere nella zona. Tutti i giorni se ne scorrevano da soli allo stesso modo e tu sformarvi la vecchia sedia di plastica ingiallita con le tue grandi e pesanti chiappe contornate dalla stessa identica salopette blu di tuo padre, vecchia quasi quanto il registratore di cassa. Nemmeno più il ragazzo della consegna scendeva dal camion quando riempiva il sotterraneo, con il vecchio Alberto ti facevi delle grandi chiacchiere, ti dipingeva sempre una Livorno fantastica, anche se non l’avevi mai visitata a parlarne con lui ti sembrava di conoscerla come le tue tasche. Buonanima. Il nuovo ragazzetto invece se ne stava sempre seduto sulla grande poltrona del tir con delle cuffie senza filo all’orecchio, a volte salutava con un cenno, a volte nemmeno quello. Ti passava una fattura, tu pagavi e lui ripartiva.
Nell’ultimo momento speso su quella sedia, mentre la lucidità della vita ti abbandonava, pensasti per un ultimo e fugace istante che, come magra consolazione, non avresti lasciato nessun erede a quella vita di solitudine e routine.

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