Mezzosilenzio

Serie: Segreti e passioni


NELLA PUNTATA PRECEDENTE: Omicidi, inganni, amori, verità nascoste, ambientati nella frammentata campagna siciliana. Personaggi tormentati si confrontano con crimini intricati, mentre la tensione cresce in trame dense di colpi di scena e finali ambigui, dove giustizia e vendetta si intrecciano.

Il sole stava appena spuntando, tingendo l’orizzonte di un arancione sanguigno.
Giuseppe Lo Re, detto Peppe Mezzosilenzio, era sdraiato sul ventre, nascosto tra gli arbusti. Aveva il fucile ben saldo davanti a sé, il dito medio poggiato sul grilletto modificato.

Un vento leggero soffiava, scompigliandogli i capelli mentre teneva lo sguardo fisso sull’azienda agricola dei La Rosa.
Era lì, immobile, come un predatore in attesa della preda. Ma i suoi pensieri non erano affatto silenziosi.

“Fofo’, bastardo infame. Me l’hai fatto tu, questo. Mi hai tolto mezzo dito e ora io ti toglierò tutto. Non è stato abbastanza umiliarmi?”

Peppe si spostò leggermente, regolando la posizione del fucile. Il dito medio scivolò perfettamente sul grilletto modificato, una piccola leva che si era costruito con settimane di lavoro in garage.

“Chi cazzo se lo sarebbe mai immaginato che avrei imparato a sparare col dito medio? E invece guarda qua. Questo dito è più preciso del tuo cervello glaciale, Fofo’.”

Il ricordo del giorno del taglio lo colpì come un pugno nello stomaco.

“Edoardo… cazzo, Edoardo. Se non fosse stato per te, io non sarei mai andato lì quella mattina. Eppure che fine hai fatto? Sei morto! Ammazzato da uno storpio. Ti sei fatto infinocchiare come il coglione che eri.”

Le immagini si fecero più vivide. L’azienda agricola. I fratelli La Rosa. Le sue braccia bloccate mentre Fofo’ affondava il coltello.
“Sti grandissimi pezzi di merda. Ridevano. Angelo fumava come se fosse un giorno normale. Ma per me non lo è stato, vero? No. Per me è stata la fine di tutto.”

Peppe strinse la mascella. L’odio gli bruciava dentro come il sole che ora stava salendo lentamente in cielo.
Il fucile sembrava un’estensione del suo corpo, perfettamente calibrato, preciso, letale.

“Quando il tuo dito sparisce, ti accorgi di quante cose non puoi più fare. Ma sai che c’è, Fofo’? Una cosa posso farla. Posso sparare. E ti giuro che ti vedrò cadere, come una preda indifesa.”

Un rumore attirò la sua attenzione. Una moto da cross si avvicinava, alzando polvere. Peppe credette di riconoscere subito il giovane centauro, probabilmente era Livestru.

“Eccolo il cagnolino fedele, o cori di cani, come lo chiama lui. Chissà se si immagina che molto presto il suo padrone sarà carne per vermi.”

Peppe seguì la moto con lo sguardo mentre si fermava accanto ai capannoni. L’uomo alla guida scese, sistemò il casco e si avviò verso la stalla delle vacche.

“Non è lui. Adesso che ci penso è da un paio di settimane che non si vede in giro, proprio dalla morte di ‘zzì Lisciannaru.” Peppe scosse la testa per tornare alla sua concentrazione “Non importa di dove sia adesso quel ragazzino. Io voglio Fofo’. Voglio il grande capo. Dove cazzo sei, bastardo?”

Il suo dito medio sfiorò il grilletto con delicatezza. Il fucile era il risultato di un’indefessa volontà. “Se oggi esci, Fofo’, per te non ci sarà un domani. Non vedrai un’altra alba. Te lo giuro.”

Le auto iniziarono ad arrivare. Berline, utilitarie, un paio di vecchi furgoni. Peppe li osservò uno ad uno, ma di Fofo’ e Angelo La Rosa neanche l’ombra.

“Tutta questa gente per due stronzi che comandano come se fossero Dio. Dio non taglia le dita alla gente, pezzi di merda. Dio punisce. E oggi sono io Dio.”

Un gruppo di uomini si radunò vicino al capannone. L’uomo che era arrivato in moto parlava con uno di loro, gesticolando. Peppe inspirò profondamente, cercando di calmare i battiti del cuore.

“Non devi sbagliare. Non puoi. Devi aspettare il momento giusto. Un solo colpo, Peppe. Uno e basta.”

Il sole si alzava, e Peppe cominciava a sudare. Gli insetti ronzavano intorno a lui, ma non si mosse di un millimetro. La sua mente era un vortice di pensieri.

“E quando sarà tutto finito? Quando Fofo’ sarà morto? Che farò? Mi costituirò? Scapperò? Che importa. Vivere o morire è uguale, se prima non gli restituisco quello che mi ha tolto.”

Un’auto si avvicinava lentamente dalla strada sterrata. Peppe spostò lo sguardo. Non era Fofo’, ma altri sconosciuti, dalle targhe, Peppe capì che venivano tutti da molto lontano e che quello, forse, era il giorno dell’investitura di Fofo’ a naturale successore di Lisciannaru. L’euforia prese il sopravvento. “Sai che sorpresa per lui sentire uno sparo proprio nel giorno in cui crede che il mondo sia prostrato ai suoi piedi? Godrò solo a immaginare la paura che proverà quando sentirà il caldo del suo sangue, quando vedrà il rosso che scivolerà sulla sua pelle.”

Gli occhi di Peppe tornarono sul fucile. Il legno scuro dell’impugnatura mostrava i segni delle sue mani e delle ore passato a sistemarlo a perfezionarlo a renderlo mortale.

“Il dito medio, il dito del vaffanculo. Ironico, vero? Questo dito bastardo sarà la tua fine, Fofo’. Ogni volta che lo guarderò penserò a te, morto.”

Un pensiero improvviso attraversò la sua mente, un dubbio.
”E se sbaglio? Se non lo prendo? No, non succederà. Ho passato settimane a prepararmi. A sparare. Ogni colpo è stato perfetto. Fofo’ non avrà scampo.”

Un altro rumore. Peppe serrò i denti. Un altro pensiero. “Angelo, anche tu hai le tue colpe. Tu fumavi e guardavi mentre tuo fratello mi tagliava il dito. Ma prima viene Fofo’.”

All’improvviso una nuvola di polvere si alzò in lontananza. Peppe fissò il punto da cui proveniva. Una vecchia Fiat 127 bianca si stava avvicinando.

“Eccola. Eccola, cazzo. Finalmente!”

La tensione nel corpo di Peppe raggiunse il culmine. Inspirò profondamente, regolò la mira e fissò l’auto che si avvicinava lentamente al capannone.

“Se è Angelo, ci sarà anche Fofo’. Vieni fuori, bastardo. Vieni fuori e mostrami la tua faccia, così saprò che cosa stai provando.”

La Fiat 127 si fermò davanti al capannone. La portiera si aprì lentamente. Peppe strinse il fucile con forza, il dito medio pronto a sparare.

“Questo è il momento. La mia vendetta inizia adesso.”

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Discussioni

  1. Interessante l’uso del dito medio. Quello che mandato affanculo è lo stesso che gli è rimasto per sparare e par attuare la vendetta. Mi piace questo intreccio di dettagli e il modo in cui gli dai un significato cruciale per la storia.

  2. Originale la storia del dito medio…
    Aggiungi altri attori, in questo episodio. E’ come quando stai facendo un puzzle e disponi, osservandole bene, le tessere a gruppi sul tavolo, prima di unirle assieme per vedere la figura finale

    1. E alla fine avrai il puzzle completo senza bisogno che ogni quadrante sia unito, grazie per continuare a leggere. Comunque ricordavo che il buon Mezzosilenzio lo conoscevi già e ti era piaciuto, infatti sono andato a controllare e ho risposto al tuo commento in quel vecchio librick

  3. ““Il dito medio, il dito del vaffanculo. Ironico, vero? Questo dito bastardo sarà la tua fine, Fofo’.”
    Lo so che potrà sembrare volgare, ma in questo passaggio mi è parso di scorgere il fulcro di questo episodio, e mi è piaciuto moltissimo!!! 👏 👏 👏

    1. Be’, diciamo che il conto in sospeso era bello consistente e in questo caso la brutale e violenta vendetta sembra, al protagonista, l’unica soluzione possibile. Grazie per il tempo che dedichi a questa serie di racconti 🙂