“Mi chiamo Giacomo”

“Mi chiamo Giacomo, ho 30 anni e sono morto.”

Questo vide comparire quando aprì gli occhi. Intorno a sé tutto nero, non riusciva a capire bene dove si trovasse. Se fosse una stanza, se fosse un ambiente esterno. Nulla. Con le mani, si pose alla ricerca di un muro che delineasse la dimensione dello spazio che non riusciva a comprendere. Dove era? L’unico punto di riferimento era quella scritta grande e bianca “Mi chiamo Giacomo, ho 30 anni e sono morto”. Ovviamente, pensò, quella scritta doveva essere su un muro. Per forza. Si avvicinò ad essa, ma più si avvicinava più la scritta si allontanava. Era strano. Ma non provava paura, anzi, curiosità. Continuò a camminare verso di essa, in modo attento, sospettoso, la scritta ora sembrava non allontanarsi. Era lì, immobile, la stava raggiungendo, c’era quasi. Già poteva sentire il muro sotto i suoi polpastrelli umidi di sudore, una sensazione di pace lo pervase,allungò le braccia…ma niente; non riuscí a toccare nulla. ” Sono troppo lontano” pensò, ” Si! deve essere così”. Continuò a camminare, questa volta più veloce, Le braccia distese davanti a sé come quando si gioca mosca cieca, però il muro ancora non lo percepiva, ed ora non era né troppo lontano né troppo vicino, era sotto la scritta. Se ne accorse perché alzando la testa  se la ritrovò, verticale, sopra i suoi occhi. Trasalì. Cominciò a correre, senza direzione, senza meta. In quel momento non esistevano né l’uno né l’altro. Doveva solo scappare, questo era l’importante, doveva uscire, se così si può dire, da lì.

 L’adrenalina non gli faceva sentire la stanchezza, correva e basta e mentre lo faceva si accorse che sotto di sé il pavimento o quello che per lui era un pavimento si stava riempendo di crepe. Si bloccò, non sapeva che fare, istintivamente si mise a gridare, ma chi poteva sentirlo? Non c’era nessuno. Una lacrima rigó il suo viso. Era perduto. Il pavimento intanto cedette. Il vuoto lo accolse .

Un sussulto, il cuore come un tamburo pulsava a ritmo incessante, era seduto su una sedia di plastica. Di fronte a sé un tavolo in legno su cui erano sparsi alla rinfusa dei fogli scritti a penna. Riconobbe subito il suo studio. Alle pareti, c’erano ancora i post-it su cui appuntava le sue idee. Doveva scrivere il nuovo romanzo e per contratto una nuova raccolta di poesie.

 La poesia…l’arte più bella che ci possa essere, slacciare frasi che rispecchiano il tuo essere, il tuo pensiero. Questo aveva sempre sognato. Ma ora che la fama lo aveva fatto entrare di diritto nella cerchia dei grandi, la passione lo stava abbandonando. Scrivere per soldi? Non voleva, non gli piaceva proprio. Era snaturante. Il suo pubblico o parte di esso, richiedeva frasi per stare bene, per cambiare la giornata, frasi a comando. Alle volte gli sembrava di essere diventato una sorta di bacio perugina umano. Scartato per ricercare una frase “adatta”.

La TV, di fronte la scrivania, trasmetteva il TG. Sempre le stesse cose. Ne aveva fin sopra i capelli di cattive notizie. Prese il telecomando coperto da quei fogli sparsi e cambiò canale, la sua attenzione fu catturata dalla premiazione di un concorso di poesie. “Cazzo il concorso!”, doveva fare il giurato e lo aveva completamente dimenticato….ma forse era meglio così. Questi concorsi lo infastidivano e fare il giurato ancora di più, non concepiva la gara tra poesie, non aveva per niente senso. Ma alla fine erano soldi e i soldi fanno sempre comodo.

L’ennesimo “poetino” come li definiva lui, stava recitando con enfasi il suo componimento. Lui percepiva le frasi, come messe a caso per riempire di parole insignificanti pezzi di carta inconsistenti. Questa cosa doveva finire, “la poesia non è del popolo, non possono farla tutti” si ripeteva.

Un dolore sempre crescente gli avvolse la testa,  chiuse gli occhi.

“Sei un venduto del cazzo”, la voce sembrava arrivare dallo schermo, aprì gli occhi e si accorse che il “poetino ” lo stava fissando.

 ” Sei un venduto del cazzo, parli proprio tu di poesia” ripeté

“Come scusa?” con voce tremante

“Parli proprio tu di arte, che ti sei venduto al primo mercenario per fare soldi”

“STAI ZITTO, TU NON SAI CHI SONO IO?” Gridò. 

La rabbia gli ribolliva in corpo, voleva ucciderlo quello stronzetto. E forse ora poteva farlo. Senza rendersene conto era seduto accanto ai giurati del concorso, era confuso. Cosa stava succedendo? Istintivamente toccò sotto il piano del tavolo dove era posizionato e trovò un oggetto in metallo. Era una pistola. Chi ci aveva messo una pistola sotto il tavolo? E perché?

Non importava, ormai non riusciva a controllare più il suo corpo. Non era padrone di sé stesso. Con un gesto repentino, sfiló l’arma e si mise a camminare a passo svelto verso il suo nuovo nemico. “Il poetino”. Aveva la pistola in bella vista, ma nessuno pareva accorgersene. sia il pubblico che il resto dei giurati erano fermi come statue, anche il ragazzo era immobile e quando gli puntó la pistola in faccia non fece nemmeno una minima smorfia, non respirava nemmeno. Il cuore di Giacomo però pulsava, pulsava tanto, voleva uscire dalla gabbia toracica , se lo sentiva quasi in gola. Premette il grilletto ma dalla canna uscì solo del fumo. Dal petto del “poetino”  si cominciò ad aprire un piccolo squarcio che si faceva sempre più grande. All’interno di esso  non si vedevano le viscere, bensì un paesaggio bellissimo. Era come se quello squarcio, fosse diventato una finestra che affacciava su un dirupo sotto la quale vi era il mare.

Era incredulo Giacomo. Non capiva. Ma era affascinato, la distesa d’acqua era bellissima,calma, rilassante, voleva tuffarcisi dentro. Sentiva il richiamo dell’acqua, un desiderio incontrollabile di cadere e immergersi. Voleva. lo voleva ardentemente, infatti, lo fece. Chiuse gli occhi e si tuffó.

“Mi chiamo Giacomo, ho 30 anni e sono morto”.

Questa frase, trovarono i carabinieri una volta entrati nella villa del famoso scrittore Giacomo Pernichizzi, Il suo corpo giaceva immobile sulla sedia, la testa sulla scrivania ed accanto ad essa una pistola e un barattolo di Xanax.

“Suicidio” dissero. Il caso era chiuso.

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