Mia cara Verdansk

Serie: Mio caro lockdown


NELLA PUNTATA PRECEDENTE: Morris alle prese con problemi lavorativi si fa convincere ad entrare in un gruppo di gioco composto perlopiù da suoi vecchi amici.

                                I

Spesso si ignora il fatto che un adolescente possa avere problemi molto invadenti: situazioni familiari spinose, difficoltà ad inserirsi nelle strane gerarchie dei propri coetanei, non avere un’idea precisa di cosa voler fare da adulti, prime ferite d’amore etc. Molto spesso – specie nella nostra bella penisola – si tende a giudicare un ragazzo che passa del tempo ad intrattenersi con i videogiochi come un perditempo, come un nullafacente che spreca la sua vita davanti ad una TV o un monitor, senza avere la più pallida idea di come quel “perdere tempo” sia utile come qualsiasi altro sano sfogo.

                              II 

In molte culture l’intrattenimento videoludico è considerato ormai pane quotidiano e assoluta normalità, per adolescenti e soprattutto per adulti. Il classico “spara e corri” non è altro che la punta di un iceberg che al disotto del livello del mare nasconde meraviglie uniche. Da sempre i videogiochi, tramite il divertimento e le emozioni, riescono ad alleggerire per qualche ora i problemi della vita quotidiana. Con l’avanzamento tecnologico si è arrivati ad un punto in cui ormai anche molti lungometraggi famosi, non riescono a dare le stesse emozioni di un videogioco fatto a regola d’arte. Alcuni di questi, catapultano in un turbinio di emozioni in grado di scatenare risate e/o pianti allo spettatore giocante dopo poche ore, sono in grado di trasmettere emozioni direttamente collegate all’empatia di chi ne sta usufruendo; alcuni sono anche storicamente accurati, gli sviluppatori dedicano mesi a ricerche storiche prima di ogni sviluppo, che porta inevitabilmente questi videogiochi ad essere anche educativi in alcuni casi. Ogni anno a Dicembre esistono addirittura premiazioni paragonabili agli Oscar di Hollywood. Ce ne sono anche molti pensati per divertire a basta, per accendere la console o il PC e iniziare a giocare con gli amici per passare ore di divertimento e “spegnere il cervello”, proprio come Warzone.

                               III  

Per milioni di persone in tutto il mondo, Warzone è stata una fonte di distrazione molto importante durante il lockdown del 2020. Gigante e inizialmente dispersiva, Verdansk – il nome dato all’ambientazione di Warzone – non è altro che un insieme di vegetazione, città, villaggi, dighe e aereoporti, completamente esplorabile. cento giocatori divisi in squadre anche da quattro componenti l’una, paracadutandosi, devono cercare di accaparrarsi in fretta un’arma da fuoco per difendersi dagli avversari. La collaborazione tra compagni di squadra è essenziale per riuscire ad andare avanti e provare a vincere, solo l’ultima squadra in piedi sarà premiata dopotutto.

                              IV 

Quando accettai l’invito di Antonio, sapevo che mi sarei ritrovato a collaborare con molti dei miei vecchi amici; tra questi però vi era Fabio, un amico di vecchia data con cui legai molto dopo la morte di mio padre, nel 2011. Sfortunatamente l’amicizia con Fabio fu interrotta in modo brusco e poco chiaro appena due anni dopo. L’idea di ritrovarsi a parlare con una persona a cui volevo ancora bene, ma che non sentivo e vedevo da anni, mi metteva disagio; io odio sentirmi a disagio, odio uscire dalla mia comfort zone. Maledetto Antonio.

                             V 

La prima partita fu di riscaldamento. Io, Antonio e mio cugino Giuseppe entrammo in una stanza vocale in cui era possibile parlare attraverso cuffie con microfono, durante le partite e anche al di fuori, giusto per qualche chiacchiera. Partimmo e atterrammo per la prima volta insieme su Verdansk, in una piccola casa in mezzo al fitto bosco appena fuori l’aeroporto, in cerca di un’arma con cui difenderci. Improvvisamente sentii dei passi provenienti da destra, poi sinistra; guardavo i miei compagni che si muovevano in modo non sincrono rispetto ai suoni che stavo percependo. Capii che non eravamo soli; senza avere il tempo di avvisare gli altri ci ritrovammo sotto il fuoco nemico su due fronti della casa, ci avevano chiuso in un sandwich da cui era impossibile fuggire. Panico improvviso, discutibile tempo di reazione, urla assordanti e scarso coordinamento ci portarono alla sconfitta in meno di dieci secondi. Dopo poco arrivò Francesco, altro mio cugino, membro dell’immenso gruppo; in quattro riuscimmo ad andare più vicini all’obbiettivo ma non bastava ancora. Avevamo bisogno di tempo per entrare in sintonia, proprio come una squadra di calcio. Dopo circa un’ora, Francesco abbandonò la sessione per riposare qualche istante e in quel momento, entrò Fabio. Un saluto freddo sia da una parte che dall’altra e nient’altro, per la prima mezz’ora.

                              VI 

 Il nostro rapporto antecedente alla rottura era caratterizzato da due menti completamente in linea l’una con l’altra, spesso non c’era neanche bisogno di parlarci per scambiare idee o pareri, si rideva di cose assurde che solo noi trovavamo divertenti. A volte è difficile spiegare il rapporto che hai con una persona, e questo è il nostro caso, quando non riuscivamo a giustificare certe situazioni, era ricorrente una semplice frase: “io sono te, tu sei me.”. 

                              VII 

Dopo quasi otto anni senza rivolgerci la parola, bastarono appena trenta minuti per riprendere esattamente dove c’eravamo lasciati. Come se otto anni prima al nostro rapporto fu messa semplicemente una virgola, una banale e piccola pausa. Iniziai a fare battute che solo lui era in grado di capire, e lo stesso iniziò a fare lui; in un attimo era tutto svanito, in un attimo mio fratello era tornato nella mia vita come se non fosse mai andato via. Lui era me ed io ero lui, ancora e ancora.

                              VIII 

Verdansk però non perdonava, non lasciava tempo per le emozioni da cuore tenero. Ormai dopo due settimane il campo di guerra virtuale era diventata la nostra unica attività giornaliera. Iniziammo a diventare sempre più competitivi e anche a vincere spesso; ogni vittoria era una soddisfazione seguita da urla e frasi che non ripeterei volentieri sapendo di essere ascoltato da estranei nella vita reale. Il gruppo venne battezzato con un nome deciso per motivi che tutt’oggi ignoro, “i pasticciotti”. Eravamo circa una decina e ognuno aveva un ruolo ben specifico che ricordo ancora, ma solo dei più presenti ricordo le caratteristiche nel dettaglio.

                              IX 

•Antonio, Alias Reverendo: il fiore all’occhiello del gruppo quando si guarda il numero di uccisioni effettuate per partita. Caratteristiche: versatile e letale da lungo e corto raggio, capacità organizzative buone, necessita di armi con caricatori capienti, quando va in panico urla frasi sconnesse e senza senso.

•Giuseppe, Alias Palluzza: se vuoi essere silenzioso assicurati che non sia nelle vicinanze. Caratteristiche: Buono sul lungo raggio, pur di curare un compagno mette a rischio la sua pelle, spesso si improvvisa cecchino con buoni risultati.

 •Fabio, alias il presidente: se c’è da ideare un piano d’attacco bisogna affidarsi a lui. Caratteristiche: ottimo cecchino, letale sul lungo e medio raggio, capace di prendere con facilità il nemico alle spalle, quando si rende conto che la squadra sta improvvisando va per la sua strada lasciando i compagni al proprio destino.

•Morris, alias il capitano: spinto dalla curiosità di trovare armi migliori, di tanto in tanto si avventura da solo senza fare mai ritorno, una notifica annuncia ai compagni la sua caduta. Caratteristiche: letale nel corto raggio, predilige armi veloci  adatte allo stile “corri e spara”, in caso di panico tira sempre fuori il lancia missili, quando lo vedi è già tardi.

•Francesco, alias zio kekko: promette di andare a riposare qualche attimo per poi fare ritorno, i suoi compagni non lo rivedranno prima di un giorno. Caratteristiche: buono sulla media distanza, predilige armi pesanti, ingaggia il nemico anche quando non dovrebbe.

•Giovanni, alias sindaco: quando c’è da sparare lui spara, quando c’è da ragionare lui spara comunque. Caratteristiche: buono sul medio e corto raggio, predilige fucili d’assalto bilanciati, sente sempre tutti i rumori intorno a lui, ottimo fuoco di soppressione.

                                X 

Le vittorie iniziarono ad arrivare copiose e il contatore delle ore in gioco superò quota cinquecento. Mentre l’Italia era nella disperazione, noi eravamo in un altro mondo, nonostante all’esterno avessimo tutti un lavoro e responsabilità ad aspettarci, noi eravamo in un mondo fatto di risate e divertimento, un mondo fatto di pranzi insieme a distanza e amicizie ritrovate più forti di prima. Mancava poco però alla fine del lockdown e nella mia testa iniziava a balenare una domanda sempre più insistente: “saremo ancora così legati quando si tornerà alla normalità”?


           

Serie: Mio caro lockdown


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Discussioni

  1. Ciao Morris, ho iniziato anch’io, attraverso le tue parole, a esplorare questo mondo virtuale di video-giochi, con curiisita’. C’e’ sempre tanto da imparare. Una vita sola non basta mai. Ecco perche’ esiste (forse), la reincarnazione. Divagazioni a parte, ho notato che in questi due giorni hai lavorato alacremente per scrivere il secondo episodio della serie, in una forma ordinata, chiara e corretta. Ho apprezzato in modo particolare frasi del tipo “Io odio sentirmi a disagio, odio uscire dalla mia confort zone. Maledetto Antonio”. Frasi cosi’, autoironiche, alternate con le descrizioni piu’ seriose; secondo me danno piu’ brio alla narrazione. Ho condiviso pienamente il senso dell’amicizia espresso nel testo. Non so se esiste l’ amore eterno, ma le amicizie fraterne ed eterne quelle sono abbastanza frequenti. E sono spesso la nostra salvezza, anche dalle nostre dipendenze eccessive di vario genere. Aspetto il prossimo episodio.

    1. Fa tanto piacere averti incuriosita in qualche modo, anche aver trascritto in modo chiaro i miei pensieri. La frequenza con cui sto scrivendo ha un motivo ben preciso che racconterò appena possibile. l’alternanza tra frasi autoironiche e seriose sono un aspetto del mio carattere che tenevo a trasmettere anche qui, felice di esserci riuscito!

  2. Non sono una giocatrice, la mia “droga” è scrivere e leggere. Conosco però questo mondo perchè vicino a mia figlia e prima ancora di lei a mio marito: wow era il loro mondo di riferimento. Per chi crede che sia solo un “gioco”, si sbaglia. Quando mio marito è morto mia figlia ha fatto il diavolo a quattro per ereditare il suo personaggio (non morto, orda), alter ego del padre: non lo utilizza, di tanto lo va ad accarezzare con lo sguardo. Ha vissuto avventure meravigliose assieme a lui, condiviso ore preziose che le hanno lasciato dentro un ricordo indelebile. Anche ora, quando è particolarmente stressata se ne va lì. La tecnologia non è nostra nemica, dipende dall’utilizzo che se ne fa

    1. Sono sinceramente commosso, capisco pienamente le emozioni che prova tua figlia. la tecnologia, come molte altre cose nella vita, può esserci amica o nemica, dipende solo da noi.

  3. “Dopo quasi otto anni senza rivolgerci la parola, bastarono appena trenta minuti per riprendere esattamente dove c’eravamo lasciati. Come se otto anni prima al nostro rapporto fu messa semplicemente una virgola, una banale e piccola pausa.”
    Comprendo ed ho vissuto questa sensazione

  4. “si tende a giudicare un ragazzo che passa del tempo ad intrattenersi con i videogiochi come un perditempo, “
    La fortuna mi ha sorriso, marito e figlia gamer: veloci di cervello, tutt’altro che alienati