Mondi diversi

Serie: Assalto al condominio!


NELLA PUNTATA PRECEDENTE: Marco invita tre amici a cena per festeggiare il suo trentesimo compleanno, in un appartamento al quarto piano di un condominio residenziale. Quando questi vengono a sapere di essere gli unici abitanti del palazzo, perché gli altri locali sono stati sottoposti a disinfestazione, succede il finimondo

L’erba era soffice e l’aria mite come in un maggio di sole. Tutt’attorno si stendevano a perdita d’occhio dolci colline. In quell’immensità non si vedeva ombra di opera dell’uomo, né persone. Soltanto qualche farfalla volteggiava colorata vicino a loro e fra loro e il gigantesco albero che avevano di fronte. S’incamminarono verso di esso. Si sedettero ai suoi piedi e fissarono la cabina dell’ascensore che si stagliava solitaria contro il panorama.

«Cosa vuol dire tutto questo, Marco?» chiese Laura, spaventata ma allo stesso tempo ammorbidita dal paesaggio immacolato.

«Non ne ho idea. Pensi che siamo finiti in un altro mondo?»

«Non lo so! Abbiamo esagerato con il bere, ma non sono così fuori!»

«Io mi sento un po’ strano,» ammise Marco.

Stettero qualche secondo in silenzio.

«Però non è male.» aggiunse lui, poi, e la guardò negli occhi, sorridendo.

Le mise un braccio attorno alle spalle.

«No, non è male.» confermò Laura, e appoggiò la testa sul petto di Marco.

«Ti voglio ancora bene.» sospirò il ragazzo, la nuca contro la corteccia dell’albero.

«Anch’io te ne voglio.» ammise lei.

«Perché non ha funzionato, fra noi due?» domandò Marco.

Tante volte se l’era chiesto, ma con lei non ne aveva mai parlato. Erano passati più di dieci anni, ma il primo amore lascia un gusto malinconico che non si sciupa con il passare del tempo.

«Eravamo diversi, io e te. Siamo diversi, credo.»

«Hai ragione; però stavamo bene!»

Laura rimase in silenzio.

Lei aveva avuto molti uomini; se l’era potuto permettere. Molti più di quante donne avesse avuto lui. Ma questo non importava. La loro storia era stata la prima.

«Ti ricordi, quando andavamo a ballare al Rainbow?» chiese Marco.

Laura si mise a ridere.

«Mr. Boogie Woogie e Miss Flashdance!»

«Che ridere.»

«Che stupidi.» dissero.

«È vero.» ripeté Marco. «Eravamo proprio stupidi.»

La guardò negli occhi.

«Ma stupidi buoni; stupidi per finta.» aggiunse. «Non sono mai più riuscito a essere così.» rifletté, poi.

«Perché non dovevamo farlo: eravamo così e basta.» spiegò Laura.

«Hai ragione. E poi cos’è successo?»

«E poi tu te ne sei andato a studiare a Venezia e io a lavorare a Milano.»

«E poi timbrare il cartellino, dare gli esami. Responsabilità, l’età che avanza. Siamo vittime di ciò abbiamo intorno.» concluse Marco.

Laura annuì.

«Siamo vittime della società!» dichiarò in tono farsesco.

Si abbassò per sdraiarsi, la testa appoggiata al grembo di lui. Si guardarono per lunghi secondi negli occhi, poi lei prese a osservare le fronde degli alberi.

«Forse questo è un regalo.» azzardò, guardando le colline.

«Di chi?»

«Di Dio!»

«Dio non esiste.» sentenziò Marco.

Certo, era difficile ammetterlo, in un luogo del genere.

«Forse questo è il Paradiso Terrestre!» propose Laura.

«E noi siamo Adamo ed Eva!» esultò il ragazzo. «Aspetta, questo è un albero di mele?»

Laura si mise a ridere; Marco la osservò con attenzione perché, quando lei rideva, socchiudeva gli occhi, e lui amava l’espressione di gioia che le si dipingeva sul volto.

«Un albero di mele?» ripeté lei. «Si dice melo!»

«Un melo, sì! Come quello… biblico!»

Laura continuava a ridere felice.

«Non la smetto più di dire cazzate, amore mio: se continui a ridere così, non la smetto più, giuro!» confidò Marco, pervaso da una grande tenerezza. Senza preavviso, si chinò e le diede un bacio sulle labbra. Si guardarono e si videro come quando avevano diciott’anni.

Laura si sollevò e si mise in piedi. Avanzò qualche passò nell’erba, lo sguardo perso sull’orizzonte. Marco la raggiunse, l’abbracciò da dietro e la strinse forte. Avrebbe potuto dire mille cose, ma non pronunciò parola. Lei si girò e lo guardò negli occhi, le pupille verdi accese dal sole calante. Gli accarezzò la guancia in silenzio e gli sorrise.

«Dobbiamo muoverci, fare qualcosa!» sbottò Marco, sgattaiolando all’indietro.

Sarebbe rimasto vicino a lei per sempre, ma quella non era più la posizione che gli competeva.

«Saliamo su quest’albero.» propose, e cercò un appiglio per issarsi sull’enorme corteccia. L’albero aveva un diametro di cinque metri ed era nodoso: scalarlo sembrava un’impresa agevole. Le prime fronde, a tre metri da terra, ospitavano rami massicci. Marco li raggiunse in fretta, senza fare fatica.

«Però!» commentò Laura dai piedi dell’albero.

«Vieni,» fece lui, sporgendosi verso il basso. «Ti aiuto a salire.»

Serie: Assalto al condominio!


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