Morik, il Grande Guerriero Goblin

Serie: Goblingeddon


«UN! Mangio la quaglia, metto la sveglia, o non mi ricordo più! DUE! Vado in soffitta, sento una fitta, guardo in su e in giù!»

In testa alla fila camminavano Tellick Pelle-di-pesce, giulivo e canterino come un tacchino faraone, e Mira la Ladra, la conturbante cugina di Mira la Tonta. Oramai, in realtà, non serviva più disguingerle, dato che Raki aveva ammazzato la Tonta per riprendersi i luccicanti che gli aveva rubato insieme ai suoi stupidi amici. Per essere sicuri che certe cose non ricapitassero tanto presto, Morik aveva scelto con attenzione la squadra per il recupero dell’oro: due sacrificabili attaccabrighe davanti, un carretto di legno bello spesso trainato da un cinghialotto quasi pronto al macello, dove poter mettere e trasportare il tesoro trafugato, e più inietro la parte utile della spedizione. Morik viaggiava accanto a Raki, in parte per non perderlo di vista e in parte per addestrarlo.

«A Campoforno è usanza rendersi utili» gli aveva detto, mentendo solo un po’. Così Raki era stato costretto a entrare nella pattuglia cittadina. Almeno gli davano da mangiare e un posto dove riposarsi e dimenticare, per quanto possibile, che uno sciamano pazzo gli aveva saldato un elmo nero sulla faccia.

Gargan Faccia-di-Merda, soprannome nuovo nuovo e ancora fumante, marciava in fondo, appena dopo Raki. Se ne restava il più lontano possibile dai due sacerdoti apprendisti, gettandosi a terra in preda al panico ogni volta che uno dei due, come papere dietro il carretto, inciampava e rischiava di cadere. Avrebbe tanto desiderato rimanere al villaggio, ma quando aveva ripreso i sensi stava già trascinando i lunghi piedi squamati sull’erba secca, legato per le braccia, come un sacco di patate in carico al cinghiale da traino. Non era ancora riuscito a guardarsi in uno specchio d’acqua, ma il non riuscire ad aprire completamente l’occhio sinistro, l’essersi accorciato il naso di una decina di centimetri e il trovare pustole ovunque toccasse gli aveva fatto immaginare l’origine del suo nuovo, poco apprezzabile, nomignolo.

«TRE! Fa male il pancino, ho ancora del vino, che cos’è quello un caribù?»

La piccola compagnia aveva lasciato Campoforno da più di quanto chiunque di loro sapesse contare. Il sole, in ogni caso, stava cominciando la sua discesa verso i limiti lontani oltre la catena dell’Ippancha, verso i luoghi in cui andava a riposare, riprendendo energia nella Grande Fornace. Le sterpaglie avevano divorato la piana, come una muffa asciutta che ingloba una vecchia formaggella puzzolente. Gli alberi erano solo una fila di sentinelle lontane, verdi guardiani di segreti che non andavano rivelati. Già marciare per le lande era da considerarsi estremamente pericoloso, senza bisogno di addentrarsi nella foresta. Di norma le pattuglie seguivano la strada maestra, preparandosi a tendere imboscate agli incauti viaggiatori che si spingevano verso nord. Quando andava molto bene, avevano poche perdite e un valido bottino. Quando andava male…

«Zitti tutti. Sento qualcosa.» Mira la Ladra, in capo alla spedizione, aveva orecchie lunghe e udito fino. Negli anni aveva accuito i propri sensi, tendendoli fino allo spasmo, capace di captare un tozzo di pane che cadeva dalle scale. Purtroppo aver trascorso gran parte della propria vita in cella non aveva dato un incentivo alle sue abilità di arraffona ma, ora che camminava sotto il cielo come ogni libero arkà, poteva rifarsi. «Zitti. ZITTI!»

Gli ultimi a far baccano, i sacerdoti apprendisti, appoggiarono i propri pesanti sacchi sul carretto e si lasciarono cadere a terra. Morik diede un calcio al primo che ebbe tra i piedi, di cui non ricordava nemmeno il nome. I sacerdoti del Dio Liquido si intercambiavano tanto velocemente da rendere uno sforzo assai vano il ricordarsi dei loro mutevoli nomi. Per i due, data la spedizione, aveva optato per Canocchia, quello secco, e Luppolo, quello grasso.

Tellick Pelle-di-pesce, però, assorto nella filastrocca per le lunghe camminate, si era fatto un po’ più avanti. Nell’erba alta si vedeva poco, ma era anche un perfetto modo per nascondersi. Tutti i goblin ne facevano buon uso, come maestri della sopravvivenza, quando non dovevano trascinare carri, raccogliere tuberi, fare lunghe camminate, cambiarsi i calzoni, recuperare oro o copulare con cinghiali consenzienti. Oppure cantare canzoni.

«QUATTRO! Ho visto un bel gatto, mi sono distratto, o porco cazzo…!» Le urla di Tellick sbiadirono in un poderoso ruggito. Una sagoma massiccia, striata e dai denti mortali era in agguato e aveva colto l’opportunità. Con grande dispiacere di qualcuno, assomigliare a un’esca ambulante non aveva giovato al sottrarsi alle fauci di una tigre orrida degli altipiani. Per lo stesso motivo, la tigre sembrava apprezzare. E Morik a questo era preparato.

«Una tigre!» urlò Mira, lanciandosi diretta sotto il carretto. Di punto in bianco, a fronteggiare l’enorme felino che aveva appena torto il collo all’antipasto, era rimasto solo il grasso cinghiale.

«Oink

Gli apprendisti sacerdoti si levarono in piedi tremanti ma indomiti, pronti a estrarre dalle sacche tutto l’esplosivo di cui avrebbero avuto bisogno. Le bestie feroci andavano affrontate con i giusti rimedi. Tutti i rimedi, a dire il vero, erano giusti: dipendeva solo da quanto esplosivo veniva utilizzato.

Il capo spedizione, però, grugnì loro di stare fermi. Con una velocità sorprendente, prima ancora che Gargan, il fondo della fila, facesse del proprio posteriore l’epitome della faccia, Raki era balzato in avanti a spada sguainata, spinto controvoglia da un glorioso Morik.

Non ci fu bisogno di parlare. Sapevano esattamente come comportarsi: Morik, il Grande Guerriero Goblin, aveva spiegato in maniera esaustiva a Raki come essere un eroe.

«Fa’ quello che ti dico, o t’ammazzo» furono le sue nobili parole ispiratrici. Quello che gli disse quella volta fu proprio di spingere la lama a saetta di fronte a sé, mentre la bestia feroce prendeva le misure per il grande balzo. Uno a fianco all’altro, ai lati di un cinghialotto urlante che avrebbe preferito fuggire, fronteggiarono la morte guardandola nei suoi profondi occhi gialli.

Si risolse tutto in un unico gesto. La tigre balzò, con i muscoli tesi, il manto imperlato del sangue di Tellick. Mentre ancora era in aria, Raki fece uno scatto di lato, levandosi dalla traiettoria. Morik, con una piroetta degna di uno spirito della foresta, sguainò un appuntito coltello dalla bandoliera e, digrignando i denti da pescecane, affondò lo stiletto dritto nell’occhio sinistro della fiera.

La tigre atterrò per metà sul carro, morta all’istante. La lama gli si era conficcata profondamente nel cranio, fino a spegnere la vita nelle sue feroci zampe.

I sacerdoti esultarono.

Mira si innamorò.

Gargan puzzò.

E Raki, nel suo gesto atletico degno degli annali, aveva lasciato cadere la spada e stava scappando rapido come un’antilope verso la boscaglia, le montagne e la libertà.

Serie: Goblingeddon


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