MORTE DI UN CRISTO STOLTO

Ha chinato il capo sul petto. Un filo di bava ha cominciato a colargli dall’angolo della bocca. Lo sguardo gli si è fissato vacuo su un punto incerto davanti a sé. Non c’è stato appello al padre, o almeno non uno che altri potessero sentire. Così la sua vita è diventata tremula, così ha iniziato a spegnersi.

– Diego, scusa, hai un metro in macchina?

– Mmm… mi sa di no.

– Che altezza è segnata sul documento?

– 1 e 78, poi non so.

– Sì, era così anche dall’oncologa.

– 1 e 78, 1 e 80.

– Penso che una bara da 1 e 92 vada bene.

Lo scampolo di una conversazione stretta attorno ai due fuochi degli addetti alle pompe funebri.

Quello che aveva domandato il metro era alto, asciutto, brizzolato di pelo. Le maniche corte della maglietta gli scoprivano le braccia fino al principio degli avambracci, recisi dalle linee di un paio di guanti di lattice.

Il piccoletto dagli occhi vispi a cui si era rivolto aveva per l’appunto il nome di Diego.

Sedeva lateralmente ad un’estremità del tavolo del salone, compilando compito una serie di documenti. La sua polo, identica a quella del collega, aveva ricamata sul petto una scritta in rilievo: “LA VALLE.” Appena sotto, in corpo minore, “onoranze funebri”. “La valle…” viene da chiedersi se, chiamandosi in questo modo, l’impresa abbia voluto letteralmente rifarsi alla rassicurante immagine di una distesa erbosa o se il suo non sia stato piuttosto un sottile rimando biblico. Nell’immaginario cristiano-cattolico, l’espressione “valle di lacrime” vale da tetra metafora per la dimensione terrena che l’uomo attraversa. In un salmo, pare si faccia riferimento ad una certa valle di Baka, dove Baka sarebbe modellato sull’ebraico “bakah”, “pianto.” Nel tentativo di rintracciare il passo, mi sono imbattuta in un altro libro. Un versetto recita:

«Infatti, né del saggio, né dello stolto resterà un ricordo duraturo e nei giorni futuri tutto sarà dimenticato. Allo stesso modo muoiono il saggio e lo stolto.»

Non è per disumanità che dichiaro di essere stata spettatrice della morte di uno stolto. Fatta salva la costanza lavorativa, D. ha speso il resto della vita in una dissolutezza infiocchettata da un becero perbenismo. Il perbenismo della sua educazione da buon cristiano, quello che gli metteva in bocca parole come “matrimonio”, “famiglia”, ma che nella stessa bocca non è mai riuscito a frenare la lingua di un laido bestemmiatore. Tanto vociare, tanto veleno; tanti mali augurati con intenzione, perfino al suo stesso sangue. Magari, dipingendo così un defunto, commetto peccato. Mi spiace: la redenzione, seppur vi sia, non è cosa che spetti a me. A me toccano le parole ingrate, quelle che in genere la morte trattiene dal pronunciare; sarà per questo che le scrivo. D’altronde, si tratta solo di una forma verbale per l’evidenza. La mina traccia una C, una O, in breve compone la sequenza “corrotto”: con altri segni il corpo lo aveva già detto. La massa informe di un’ernia inguinale, il respiro affannoso degli ultimi mesi; quasi che una bestia gli raschiasse con le zampe in gola, nello sforzo vano di risalire.

Ecco, per carattere descrivo un uomo tanto vicino al ladrone incallito, eppure, nella sua ultima immagine, così pietosamente somigliante al Cristo.

Una porta finestra per cornice, il corpo deposto dalla croce da un’anacronistica triade di paramedici.

La scena si apriva sulla fuga prospettica di tre ambienti in successione: un salone, una cucina, una camera da letto.

In quello di mezzo, l’uomo giaceva disteso; della figura in scorcio risaltavano le pallide piante dei piedi, rivolte all’osservatore come nel Cristo morto del Mantegna. La testa restava nascosta dalla parete tra le due stanze, su cui pure si apriva un ampio arco. Ai colpi energici e ritmati del massaggio cardiaco, la pelle cadente del ventre smagrito procedeva in un sinuoso movimento d’onda, fino a infrangersi sull’orlo sporgente del pannolone.

Tra quell’ingombrante viluppo e il perizoma di stracci del nazareno non ho visto differenze che meritino rilievo. Neppure avrei detto diversa la linea sollevata delle costole, le sporgenze e le infossature delle ossa del bacino.

La morte ha in fondo queste sembianze; è il becchino a contraffarle. Il suo mestiere gli richiede innanzitutto presentabilità: la salma deve essere composta perché sia acconcia al gran trapasso, o meglio, consona a quello pubblico. Il salto autentico lo ha già fatto: solo, nudo, com’era alla nascita.

I cari lo salutano quando è ormai lontano, sfiorando amorosi un guscio vuoto e ben confezionato.

La morte, quella vera, non si allunga tra le linee spigolose di una bara. La morte è sozza, puttana; ha il tanfo della piaga, la nota bruciante del piscio non più trattenuto. Il miasma che esala dalla gola disseccata.

Pure D. doveva averla asciutta. Terminate le manovre di rianimazione, la bocca gli era rimasta penosamente spalancata, quasi che l’anima non avesse ancora finito di spirargli da lì. Chissà se non sia rimasta a turbinare dietro la maschera per l’ossigeno per tutto il tempo in cui si è provato di ricacciargliela in corpo. La mascella ciondolante gli sfigurava il volto in una sdentata espressione inebetita, come si domandasse “Sul serio? Così?”. Suggestione, questa, che pare contraddica le valutazioni sui comportamenti di certi ammalati che li vogliono capaci di sentire la fine farsi più vicina.

Un intermezzo silenzioso.

– Vogliamo buttare giù il manifesto?

Procedeva la sequela di formalità. Le parole prendevano simultaneamente una forma fonica e grafica, scandite con chiarezza agli astanti. Diego prendeva nota di quanto andava pronunciando, attingendo ad un consueto formulario.

Ieri sera. Virgola.

Presso la propria abitazione. Virgola.

È mancato all’affetto dei suoi cari.

All’età di 66 anni.

Un paio di cifre a indicazione di un destino: la stessa età del padre, la stessa morte.

E di nuovo un numero che è il doppio esatto di quello dato agli anni del Cristo crocefisso.

Se di simboli si tratta, non sono di una specie che mi azzardi a interpretare.

Seduta precariamente su un divano semi-sventrato, mamma mi ha rivolto gli occhi pesti e arrossati.

Con voce rotta mi ha detto:

– Non devo essere una buona credente…

Nelle sue parole ho sentito una rassegnata dichiarazione di sconfitta. La fede è per noi motivo di scontro; non che sfoci in veri e propri attriti: per quanto le nostre posizioni siano opposte non pregiudicano il bene e il rispetto reciproci. A volte, riconosco comunque di non aver taciuto qualche sprezzante commento. Ho sbagliato: la bontà e il valore di un credo non sono cose su cui poter dare un giudizio esterno. Ad ogni modo, sono gli stessi sacerdoti a puntualizzare che la fede non lenisce il dolore della perdita. Dopotutto, nel credente più sensibile solleva gli stessi dubbi dell’uomo di scienza. Tutto finisce con il venire meno delle nostre basi biologiche?

Per una curiosa coincidenza, di recente mi sono trovata a considerare la fervida attività elettrica del cervello umano. Possibile si arresti e vada perduta come si premesse un interruttore? Certo, ogni corrente necessita di un circuito per viaggiare, sia esso quello di un impianto elettrico o di connessioni neurali…scienza e fede non danno risposte esaustive. O magari, invece, sì: sono coloro che le ricevono a non volerle ascoltare, frustrati nel loro desiderio di una panacea per l’esistenza.

Il giorno che ha preceduto questi fatti, me ne stavo sdraiata al caldo di un sole ottobrino fuori stagione. Dopo un involuto piroettare, una farfalla si è fermata a circa un palmo dalla mia gamba, puntandomi le antenne. Per quanto svolazzino a breve distanza dalle persone, è raro che questi insetti gli si posino così vicini. Lenta, appaiava le ali maculate, portandole sulla cima del dorso.

Nella sua struggente bellezza, la vedo ora sorella a quel corpo deposto, alla sua precarietà.

Lì al mio fianco ha speso il suo tempo, si è alzata in volo ed è sparita alla vista.

Forse ha lasciato un’impronta. Un’impronta sul vuoto.

Avete messo Mi Piace5 apprezzamentiPubblicato in Narrativa

Discussioni

  1. Un racconto davvero molto intenso e significativo.
    Una narrazione cruda ed efficace, che mette in risalto la parte più brutta della morte, attingendo anche al suo lato spirituale e filosofico.
    Mi è piaciuto molto.

  2. Ebbene, Ambra.

    Sei brava a scrivere, questo te lo riconosco e a chiare lettere. Davvero molto: un valore assoluto. Ma ci tornerò nel finale del commento.

    Sul contenuto, purtroppo, nutro delle riserve a dir poco articolate e profonde, che evito di esprimere pubblicamente, preferendo dare solo una direzione soltanto accennata: non trovo affatto scontato l’abbinamento “educazione cristiana/ipocrito perbenismo”. Ma ci sarebbero altre cose da dire, non poche e non meno importanti.

    Lascio quindi i complimenti agli altri, anche se, sia chiarissimo, nel tuo caso ci stanno. Piuttosto, mi sento di dare il giusto merito all’indubbio talento, con il quale potresti, potrai fare davvero la differenza. Avrai modo comunque di giudicare su una base ben più ampia e tirare le tue conclusioni, dimenticando magari le insignificanti parole di un anonimo lettore.

    In generale limerei qualche aggettivo di troppo, ne guadagneresti in intensità. In finale però ribadisco, scrittura eccellente: te lo dico sinceramente,per quello che vale l’onestà in questa valle di lacrime.

    1. Nessuna parola spesa dietro una riflessione accorta e non superficiale è insignificante. Tutt’altro: i commenti come il tuo sono quelli che più invitano a mettersi in discussione e, quindi, a crescere.
      Nel racconto affronto temi indubbiamente delicati di cui ognuno dà una personale lettura, in ogni caso (credo) riduttiva e parziale. Ad ogni modo, l’associazione educazione cristiana/ipocrito perbenismo non voleva assolutamente essere una generalizzazione denigratoria.
      Quanto agli aspetti stilistici, non sei il primo che mi fa notare un gusto talvolta eccessivo per gli aggettivi, su cui sto cercando di prestare attenzione.

  3. Un racconto perfetto, una prosa colta e meditata. Apertura e chiusura in sincrono con un intermezzo così denso da lasciare quasi senza fiato. Questo continuo rimando biblico e particolarmente ai Vangeli mi colpisce. La morte nel suo aspetto peggiore e schifoso del corpo che ridicolmente si appresta a decomporsi e al contempo sinonimo di elevazione. I dubbi che le risposte della scienza e della fede insinuano nell’uomo, accrescendoli anziché placandoli. La figura del Cristo così vicina a noi da confondersi e l’immagine dell’anima che vorticosamente viene trasportata dall’ossigeno che tenta di rianimare un involucro oramai vuoto. Direi spietato e perfetto. Bravissima