Negli specchi

Perde capelli ogni giorno, se li ritrova fra le mani, nel pettine, sul cuscino quando si sveglia.

E nel lavello o sul piatto della doccia dopo lo shampoo, tanto che li raccoglie con le dita per evitare che lo scarico si otturi e li getta nel secchio.

Non c’è rimedio, gliel’hanno spiegato tutti quelli a cui si è rivolta: li perderà  fino all’ultimo.

E le hannno consigliato di tagliarli a zero e di mettersi una parrucca.

– Prima lo fa meglio è. Si noterà di meno. Se aspetta di diventare calva sarà peggio.

Pascal, il suo uomo, non ne vuole parlare e se Karla accenna alla cosa diventa di cattivo umore.

«Non si muore per la calvizie» le dice, come se al mondo non ci fosse altro che la morte.

Poi si accende una sigaretta e cambia discorso.

Karla è convinta che non durerà a lungo. Se ne accorge dal modo in cui Pascal osserva di sfuggita la zona vuota che le cresce in cima alla testa e a volte le sembra che si sia dato un termine: «Fino a lì e poi basta» e vorrebbe chiedergli di essere più chiaro e di dirle quanto ancora è disposto a sopportare prima di non farcela più.

«Fin qui? O fin qui?» muovendo le mani di taglio dall’alto in basso fino all’altezza degli orecchi.

Oppure:

«Quando mi rimarranno solo due ciuffi sulle tempie resterai ancora con me?»

Perché è così che si immagina, una testa completamente deserta con due oasi rinsecchite sopra gli orecchi.

Ma non glielo chiede mai.

La sua amica Angèl, ogni volta che si vedono, le dice sempre le stesse cose:

«Fai un trapianto, sulla nuca ne hai ancora parecchi, si possono prendere da lì. E oggi ci sono anche quelli sintetici.»

Karla porta le mani dietro la testa e le ritira per metterle sotto gli occhi di Angèl. Fra il pollice e l’indice pende una matassina di capelli.

«Lo vedi, sono morti» le dice «stanno lì per forza d’abitudine ma non sono più davvero miei.»

Ma Angèl insiste:

«Non importa. Oggi ci sono anche quelli sintetici, sembrano veri.»

«E tu te li faresti mettere dei capelli finti?» le chiede Karla.

Poi un giorno compra un cappello da uomo della misura giusta e si presenta in ufficio così, col cappello in testa, e tutti le fanno i complimenti:

«Dai Karla, ti sta benissimo. Ti dà un’aria …»

Non se lo toglie per tutto il tempo e ci va anche a mensa.

«Il vantaggio di essere una donna» dice per far ridere i colleghi «è che non te lo devi levare davanti a un uomo e nemmeno quando entri in casa.»

Ma appena torna a casa sua e si guarda nello specchio del bagno lo fa volare via con un manrovescio. Il cappello finisce in un angolo. Karla lo raccoglie: dentro è pieno di capelli.

A cena racconta la storia a Pascal che le dice:

«Fammi almeno vedere come ti sta» e allora Karla lo va a prendere dall’armadio e lo indossa calcandolo bene.

Pascal sorride e sembra sorpreso:

«Mica male. Ti dà un’aria…»

E così viene fuori che Karla dovrebbe portarlo anche in casa, quando stanno insieme.

Pascal non lo dice a parole, ma glielo fa capire a forza di complimenti su quanto le sta bene e che sembra un’altra.

Il giorno dopo Karla si vede con Angèl, che fa due occhi così:

«Ma che idea formidabile» le dice «un colpo di genio, davvero. E ti sta benissimo.»

«Sembro un’altra, è vero?»

Poi lo toglie e gira l’interno verso Angèl.

«È un sarcofago, vedi? Un sarcofago mangiacapelli. Anche Pascal è contento.»

E quando finiscono di bere il caffè lo lascia sul tavolino. Angèl lo prende e glielo riporta.

«Karla, il cappello.»

«Tienilo tu. Dallo a tuo marito, se gli entra. O gettalo via.»

Non torna subito a casa. Per un’ora passeggia da sola. Alla fine si ferma davanti alla vetrina di un negozio di abiti per signora.

Il cristallo le fa da specchio e Karla riesce a vedersi quasi intera. Gira il capo da un lato e dall’altro poi alza le braccia e ciuffo dopo ciuffo si tira via con le dita tutti i capelli, tutti fino all’ultimo.

Non fanno alcun male. Vengono via con sollievo e cadono al suolo volteggiando in silenzio nella vetrina.

Ci mette cinque minuti a finire.

Quando sulla testa non ce ne sono più si soffia sulle mani. Poi guarda di sfuggita il marciapiede e si allontana.

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Discussioni

    1. Sei gentilissimo, Giuseppe, grazie mille.
      E hai ragione: commiserazione e compassione talvolta vengono utilizzate come sinonimi, ma la differenza sta nella disponibiltà, che la compassione implica, di accogliere in sé il dolore dell’altro correndo i rischi che derivano da una tale disposizione d’animo. Commiserare, invece, è più facile e non costa nulla.
      Grazie ancora.

  1. Ho scoperto questo racconto quasi per caso. Dico quasi perché in realtà stasera mi è venuta voglia di esplorare gli apprezzamenti recenti di un mio follower e questa voglia avrebbe anche otuto non venirmi ai o in un altro momento in cui questo non sarebbe stato così recente… e non avrei mai saputo che perla perdevo! Però è strano che tu non sappia da dove trai l’ispirazione… a me non capita mai. Per inciso: ho apprezzato sia il racconto in sè stesso che il sottotesto nascosto (vabbè non così nascosto) Grazie per averlo scritto e condiviso.

    1. Grazie, Teresa, del tuo commento. Sono davvero contenta che ti sia piaciuto. E sì, l’idea mi è venuta così, spontaneamente, senza che la cercassi e senza nemmeno ispirarmi a qualcosa di realmente accaduto. Grazie ancora.

  2. Mi è piaciuto il modo con cui Karla si sbarazza del cappello: non me lo sarei mai aspettata. Ci ho visto coraggio, amore per se stessi, una sfida al mono e ai compromessi. Forse una sfida al male che la sta riducendo così. Come dire non ce la fai, morte, non esisti solo tu e non mi pieghi. Bravissima.

    1. Sì, e forse c’è anche una resa davanti all’ inevitabile. Non si può sconfiggere la morte ma liberarsi dalla paura che ci infligge, ecco, forse questo è alla portata della condizione umana. Ti ringrazio di cuore, Irene.

  3. Mi piace il carattere di Karla che soffre per ciò che sta perdendo: capelli, salute e forse anche Pascal; cercando, però, di adattarsi al cambiamento. E quando si sente pronta, compie un gesto coraggioso. E mi piace pensare che, davanti agli specchi della sua casa, vedendo risaltare i bei lineamenti del suo viso, le verrá da sorridere senza troppi rimpianti.

  4. ma come fai?
    da dove ti vengono queste idee?
    la metafora è chiara: Karla si libera delle persone e dei rapporti effimeri come si libera dei suoi capelli “morti”.
    Karla mette tutti alla prova. Con il cappello capisce chi ha bisogno di una maschera per andare oltre all’alopecia e far finta che tutto sia normale. Che non esiste alcuna diversità.
    Alla fine Karla accoglie la sua diversità e sono certo che troverà le persone giuste con cui riallacciare nuovi rapporti, sinceri.
    Karla è veramente tosta!
    Un saluto
    P.

    1. Insomma, l’idea non so da dove arriva. Ma se ti è piaciuto – e mi sembra di sì – sono veramente contenta. Di Karla non so altro, ma può darsi che sia andata come dici tu.
      Grazie mille, Pasquale.

  5. I capelli, per Karla, sono come quelle persone che non allontani: restano non per vero affetto, ma perché non hanno il coraggio di lasciarti e aspettano che sia tu a eliminarli. Un caro saluto, Francesca.