Nel frattempo, in un caffè di Torino
Alder è riuscito a ritrovarla, tra i vicoli sterminati di Torino. Ora siedono uno di fronte all’altra, in un caffè, e le luci dei lampioni si riflettono sugli archi con un bagliore arancione e verde. I bicchieri di vino bianco hanno una consistenza dorata, immobile come l’aria — atmosfera da film di fantascienza, lenta, sospesa.
Gli occhi di Polina brillano di verde e giallognolo, uno sguardo reso impossibile dai tatuaggi. È poco vestita per il caldo, le gambe nude accavallate, di un pallore che non prende la luce. Appoggia il mento su una mano, il gomito sul tavolino, si avvicina allo sguardo nocciola di Alder e apre la bocca scolpita di rosso, i denti bianchissimi a fare da cornice.
— Alder, non dovevamo farlo.
Lo dice, ma è come se non lo pensasse davvero.
— Non dovevamo scappare. Catherine ha bisogno di te. E anche di me.
Lei è una dea, pensa Alder.
— Non può essere altrimenti — sussurra Andrew, da un angolo.
— Io sono il tuo daimon — dice Polina. — Obbediscimi e tradirai tutti. Sempre. Ma tornerai a essere uno.
Una pausa. Il vino non si muove nei bicchieri.
— Uno con ogni cosa.
— Chi te lo dice.
— Kali. Lei è la sua proiezione. Maledizione e ricreazione. — Non lo spiega. Lo lascia cadere. — Mi guida da prima che nascessi.
Beve un sorso. La guarda, poi distoglie lo sguardo verso il cielo nero. Una cometa passa veloce. Le altre stelle si spengono, una a una.
Il taccuino è sul tavolo, in mezzo ai bicchieri.
Si apre da solo.
Nessuno dei due lo tocca. Le pagine girano da sé, piano, come se qualcuno le sfogliasse cercando un punto preciso, e si fermano. Sulla carta compare una riga di inchiostro che nessuno ha scritto. Poi un’altra.
— Sta ricominciando — dice Polina. — Anche tu sei un dio. Una sua proiezione. Non possiamo scappare per sempre. La vita è sempre qui, fluisce. Le azioni non si possono eliminare finché si è vivi. Dobbiamo agire per l’eternità.
Chiude gli occhi.
Il caffè scompare. Scompare tutta Torino.
Resta lui. Solo, in mezzo al buio.
E resta il taccuino.
Lo capisce dal peso. Non vede niente — niente archi, niente lampioni, niente Polina, nemmeno le proprie mani — ma sente la copertina contro le dita, l’angolo che gli preme nel palmo. Unica cosa rimasta a fare attrito nel nulla.
Le pagine continuano a girare. Le sente. Un fruscio nel buio, regolare, e sotto, appena percepibile, il suono dell’inchiostro che gratta la carta. Qualcosa si sta scrivendo. Senza di lui.
— Leggilo — dice una voce. Non è Andrew. È più bassa, viene da più lontano. Omen, forse, o ciò che resta di Omen quando non c’è più un corpo a contenerlo. — Tanto è già scritto.
— Non vedo niente.
— Non serve vedere. Serve ricordare di averlo già fatto.
E Alder ricorda. O qualcosa in lui ricorda al posto suo — il caffè, Polina che si avvicina, la cometa, le stelle spente una a una, la frase di lei sulle azioni che non si eliminano. Lo ricorda non come un fatto avvenuto, ma come una pagina già voltata. Era già nel taccuino prima che accadesse. Lui era già nel taccuino.
Allora capisce la trappola, e non è metafisica. È molto più semplice. È grammaticale.
Non può cancellare l’azione perché non è lui ad agire. È agito. Qualcuno lo sta scrivendo, in terza persona, in un buio che non gli appartiene, e ogni volta che decide qualcosa — scappare, restare, ritrovarla — sta solo leggendo ad alta voce una riga che era già lì.
— Catherine — dice, e lo dice per provare. Per vedere se può dire qualcosa che non sia già scritto.
L’inchiostro gratta. Una riga nuova. La sente formarsi sotto il pollice, calda, e sa già cosa c’è scritto: — Catherine — dice, e lo dice per provare.
Ride. Nel buio, da solo, ride — e anche la risata, lo sa, è sulla pagina.
— Ecco — dice Omen, e nella voce c’è qualcosa che somiglia a tenerezza. — Adesso sei uno. Con la mano che scrive.
Non è la pace che Polina prometteva. Non è essere uno con ogni cosa. È essere uno con la sola cosa che non si può smettere di fare finché si è vivi: lasciare un segno che non si può togliere.
Allora Alder fa l’unica mossa che gli resta. Non chiude il taccuino — non si può chiudere ciò che si scrive da sé. Prende la penna che non sapeva di avere in mano, da sempre, e nel buio, sulla pagina che lo sta già scrivendo, scrive una parola sua.
Una sola.
E la luce torna — arancione e verde sugli archi — non perché lui sia tornato a Torino, ma perché Torino è tornata dentro la frase. Polina è di nuovo lì, il mento sulla mano, gli occhi impossibili. Il vino dorato, immobile.
Lo guarda come si guarda qualcuno che ha appena barato a un gioco di cui credevi di tenere tu le regole.
— Cos’hai scritto — chiede.
Lui chiude il taccuino. Stavolta si lascia chiudere.
— Niente che tu mi abbia dettato.
Discussioni