Nessuno può dirlo.

Li, immobile, con le gambe strette e la borsa che le scivola lungo il fianco, osserva il profilo di quei luoghi che si stagliano all’orizzonte. È una donna lontana, perdutamente assente. Di tanto in tanto compie qualche passo, destra, sinistra, non fa differenza. Lo spostamento è subitaneo ed inevitabilmente torna nella posizione di inizio. Che significato ha tutto questo? È come se quel corpo fosse ancorato ad una forza inarrestabile, un vortice indomabile che non lascia scappare nulla dalle sue correnti. Restare fissi in un punto per paura di andare avanti o per pura mancanza di volontà? Rimanere lì, inermi, perché incapaci di tagliare con il passato o perché è lì che abbiamo un appuntamento col nostro avvenire? Cosa o chi ci aspetta? Bella domanda, ma surreale sarebbe la risposta. È uno spettacolo quello davanti ai suoi occhi e forse è questo che la rende cieca rispetto a tutto il resto che le sta attorno. Uno spettacolo di sfumature dai colori caldi, un gioco di luci ed ombre, che tinteggiano gli atri di una mente senza confini. Ma chissà dove sarà quella mente adesso. Le coordinate non si manifestano, la localizzazione ha perso il segnale, il naufragio è nel pieno del suo compimento. Le braccia, avvinghiate l’ una sull’altra, riescono a separarsi ed una mano le scorre fra i capelli ondulati che le incorniciano il volto. Da lì scende, fino al collo, dove aggiusta il foulard di seta azzurro che porta annodato finemente. È un’immagine sofisticata e ferma, delicata, ma al contempo forte. Si intravede un animo di difficile interpretazione ma la cosa certa è racchiusa nella sua immanente e spiccata sensibilità. Una sensibilità femminile. È chiaro, è un aspetto che si manifesta apertamente e quello sguardo profondo poi, il corpo esile, la postura timida e raccolta. C’ era necessità di un abbraccio, di una presenza certa, e forse da lì muoversi sarebbe diventato possibile. Forse si sarebbe vinta quella forza attrattiva che la teneva costretta nella sua prigione dove le sbarre altro non erano che le sue paure, le fragilità, le insicurezze. Li, dritte davanti ai suoi occhi, gelide come acciaio, ostacolavano la visuale esterna e piombavano giù conficcandosi nel sottosuolo. Le passano intorno bambini che giocano, cani ringhiosi, pescatori all’opera con tanto di armamentario, ma sembra a lei non interessi nulla di tutto questo. Comincia a cadere una pioggia fina. Lei rimane lì, impassibile, raccolta nel suo mondo ed avvolta da quell’ aurea di mistero. Che fosse dolore, rabbia, od una sua forma di libertà così bizzarramente manifestata, questo nessuno può dirlo.

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Commenti

  1. Marta Borroni

    Un racconto con delle ripetizioni penso volute, tipo l’inizio con lì, molto ricorrente come momento di luogo, che diventa come un cantilena piena.
    Un stile decisamente personale in cui si poteva rischiare, vista l’impostazione della punteggiatura, che quasi ostruisse la lettura, invece funziona, brava.