
Nessuno Scampo
Serie: Cobalto
- Episodio 1: Non dovrebbero sopravvivere
- Episodio 2: Un giorno qualsiasi
- Episodio 3: Nessuno Scampo
STAGIONE 1
«Non tutto il male vien per nuocere» disse orgoglioso Max.
«Se non teniamo conto della puzza dei cadaveri» rispose Sam.
Ursula respirò senza porsi il problema su chi avesse torto o ragione. Continuò a fissare il falò composto da una lastra d’acciaio, legna di fortuna e qualche pezzo umano raccattato dalla Macchina.
«Secondo voi bruciano meglio le gambe o le braccia?» domandò la ragazzina.
«Sam!»
I due presero a litigare, mentre Ursula li guardava esausta, girando di tanto in tanto il ratto gigante sullo spiedo.
Sedati i bollenti spiriti, la cena fu suddivisa in parti uguali. Non un pasto di lusso, gommosa e sfilacciosa com’era la carne, ma bastò per rompere il ghiaccio con qualche commento in merito. In particolare, Max convenne che se non l’avessero ucciso le miriadi di malattie contenute nell’animale, non lo avrebbero di certo fatto le metastasi. Ursula alzò la testa:
«Posso domandarti da dov’è partito?»
«Intestino; ho il Morbo di Chron. Mi consola il fatto che i ratti, si sa, creano stitichezza.»
«Dovrebbe consolarti anche il colore del tuo sangue. È ancora rosso.»
A quel punto Max si accorse di essere rimasto ferito al fianco durante la colluttazione con Ursula.
«Già. Cerco di godermelo finché non inizieranno a spuntarmi dei tubi in testa.»
«Fossi in te, con la pelata che hai, mi accontenterei di un paio di viti.»
Colsero l’ironia l’uno dell’altra e questo li fece ridere di gusto. Sam tirò fuori la lingua per far notare che la situazione stava diventando troppo smielata.
«E tu? Qual è la tua storia?» s’interessò l’uomo.
Il sorriso di Ursula si trasformò in due sopracciglia corrugate e il magone alla gola le strozzò il respiro. Si toccò la pancia percependosi come un involucro vuoto, arido e sterile.
«Io…»
«Guardate là!» interruppe Sam.
Il suo indice stava indicando un appartamento all’ultimo piano di un palazzo, al cui interno c’era una luce intermittente. Aggiunse di essere certa che aveva iniziato a lampeggiare quando si era messa a guardare, come se volesse attirare l’attenzione. Ursula e Max rifletterono ad alta voce:
«Una Macchina? Superstiti?» domandò lui.
«Le Macchine non avvisano, uccidono. E se fossero superstiti…»
«Potrebbero essere intrappolati. O la trappola potrebbero tenderla a noi» intervenne Sam.
Ursula rimase colpita dalla sua spigliatezza, come se l’apocalisse fosse la normalità.
Evitarono l’ascensore per timore che qualche Macchina si fosse fusa con l’impianto elettrico. Alla seconda rampa di scale Sam iniziò a lamentarsi per la fatica, alla terza Max sbottò e alla quarta Ursula si era già pentita di averli seguiti. Quest’ultima guardò la tromba delle scale: mancavano ancora quarantasei piani.
A metà percorso notarono dei cavi attaccati alle pareti che s’infittivano più ci si avvicinava all’appartamento interessato.
«Secondo voi cosa significa?» chiese l’uomo.
«La vera domanda è “perché non ci ha ancora attaccati?”» rifletté Ursula lambendo il muro con i polpastrelli.
Sam rimase zitta, perché, per la prima volta dopo tanto tempo, provò paura: l’attesa prima della scoperta la riportò a quando suo padre stava per tornare a casa, ma non si sapeva in quale stato.
La porta del duecentesimo non esisteva più, al suo posto c’era un tunnel di schede elettroniche e cavi. Entrarono: l’ossigeno era rarefatto, dal soffitto cadevano scintille che illuminavano le stanze immerse nella penombra e qualsiasi cosa era stata inglobata dalla Macchina.
«Grazie per aver accolto il mio grido d’aiuto.»
La voce robotica e gracchiante riecheggiò tra le pareti completamente ricoperte da conduttori, i quali si mossero come enormi serpenti aggrovigliati. I tre rimasero paralizzati a tal punto da non riuscire a respirare. Max, facendo ricordo a tutte le forze fisiche e mentali, estrasse il neutralizzatore.
«Non vi sono ostile; la mia umanità è rimasta intatta. Io ho bisogno di voi, come voi avete bisogno di me.»
«E in che modo?» domandò l’uomo malfidato.
«Vi svelerò la verità dietro le mutazioni e come arrivare al rifugio più vicino.»
«In cambio?» domandò Max.
«In cambio, mi staccherete la spina.»
A quelle parole, Ursula percorse la stanza, camminò lungo il corridoio e aprì la porta dell’ultima stanza in fondo.
In quegli anni aveva maturato l’idea che le Macchine, raggiunto un determinato stadio, perdessero ogni collegamento con ciò che un tempo erano degli esseri umani. In effetti si sapeva molto poco in merito, perché nessuno era mai “sopravvissuto” tanto da poterlo raccontare. Nessuno, tranne l’uomo del duecentesimo.
«Non avere paura, accomodati.»
Ursula, con le gambe rigide come acciaio, passò affianco al letto e si sedette su uno sgabello vicino ad esso. Intanto la raggiunsero Max e Sam. Si guardarono con la consapevolezza che di fronte a loro non c’era una Macchina, ma una persona.
Lo scroscio della pioggia si mescolava con il fruscio dei cavi. L’uomo, intrappolato nel letto, li muoveva per avere la sensazione di sgranchirsi e li allungava lungo la tromba delle scale per non dimenticare cosa ci fosse all’esterno.
Il corpo era inglobato nel materasso a causa del peso dei conduttori che lo ricoprivano completamente. Sulla destra il macchinario per il monitoraggio cardiaco scandiva il tempo di quella che non era più vita.
«Io ero lì il giorno in cui tutto ebbe inizio. Facevo parte dell’equipe di esecuzione del progetto Cura.»
«Aspetta… non si tratterà di quella roba finanziata dai governi mondiali per la cura delle malattie autoimmuni?» interruppe Max.
«Quella era solo la punta dell’iceberg.» intervenne Ursula con voce tremante e le lacrime agli occhi.
Sam, nel frattempo, stava curiosando in giro. Trovò un terminale aziendale che non esitò ad accendere: comparve un menù ad ologramma con una serie di voci, tra cui “Scaletta progetto Cura”, “Sperimentazioni su roditori” e “Lista volontari”. Sapeva che se avesse aperto quest’ultima si sarebbe immersa in acque così fredde e profonde da non rivedere mai più la sommità di quell’iceberg.
«Il progetto non riguardava solo le malattie autoimmuni, anche quelle resistenti alle cure tradizionali; in particolare i tumori. Generazione dopo generazione si è notata un’inefficacia sempre maggiore dei farmaci e una crescita esponenziale di alcune categorie di disturbi. “Miracolati”, così chiamavamo chi a cinquant’anni arrivava in salute.
Il team aveva creato delle macchine molecolari(1) in grado di neutralizzare i tessuti cancerosi, i disagi fisici e psicologici tipici dei disturbi autoimmuni. Inserite in loco, nei roditori le masse si riducevano fino a sparire e in quelli affetti da Fibromialgia avveniva un rilassamento muscolare senza comprometterne il funzionamento.»
Sam selezionò “Lista volontari” e scese fino in fondo.
«Cos’è andato storto?» domandò Max.
«Le macchine molecolari dimostrarono un’efficienza superiore alle aspettative: si adattarono all’organismo ospite senza provocare rigetti, fondendosi, in un secondo momento, nel DNA. Sembrava che le malattie fossero destinate a scomparire dalla faccia della Terra; dai cancri terminali, ai disturbi ereditari, al banale raffreddore.
Così fu dato il via libera per i test sugli esseri umani, ma solo su base volontaria.»
«Perché mutiamo?» domandò Ursula con il cuore in gola.
«La mutazione era già un fenomeno noto nei topi, ma pur di non perdere i finanziamenti del progetto si è deciso di proseguire senza fughe di notizie e tenendo monitorata la situazione. Dopotutto, essendo macchine a tutti gli effetti, l’equipe poteva controllarle con l’ausilio di un supporto esterno. O, almeno, così pensavamo fino a quando si verificò una simbiosi con gli organi sani. Le nanomacchine appresero autonomamente la riproduzione cellulare: iniziarono a comportarsi come tali creando un corpo all’interno del corpo. Più il male che affliggeva il paziente era grave, più la mutazione progrediva lentamente perché teneva impegnati un maggior numero di componenti.
Siamo dinnanzi a organismi senzienti che hanno appreso il significato intrinseco della vita, si evolvono e adattano per sopravvivere tanto quanto gli umani. Tutti portiamo il seme dei nostri successori, ora sta a noi decidere come farci da parte.»
Ursula guardò il filo collegato alla macchina per il cuore. Fino a qualche istante prima era certa che avrebbe staccato la spina tra le lacrime, invece si sentì sollevata per aver restituito la dignità a quell’uomo. I cavi sul soffitto si afflosciarono.
L’unica luce rimasta nella stanza rimase quella del terminale. Sam alzò lo sguardo sulla donna il cui nome era segnato sulla lista dei volontari.
«Siamo tutti infetti» sussurrò Ursula, accettando l’amaro destino.
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Macchine molecolari(1): dette anche Nanomacchine, sono veri e propri dispositivi che hanno una dimensione pari a un miliardesimo di metro.
Furono teorizzate nel 1.959 dal premio Nobel per la fisica Richard Feynman e sviluppate negli anni ottanta da K. Eric Drexler.
Operano mediante movimenti meccanici e sfruttano quantità irrisorie di energia, tra cui le reazioni chimiche.
ATTENZIONE: quest’opera è stata scelta dalla redazione di Edizioni Open per intraprendere il percorso della pubblicazione e diventare un libro cartaceo. Segui i progressi de “Cobalto” all’interno del nostro Incubatore Letterario.
Serie: Cobalto
- Episodio 1: Non dovrebbero sopravvivere
- Episodio 2: Un giorno qualsiasi
- Episodio 3: Nessuno Scampo
La trama prende forma e le condizioni per un distopico old school ci sono tutte.
È esattamente quello a cui puntavo! 😼
“ma pur di non perdere i finanziamenti del progetto si è deciso di proseguire senza fughe di notizie e tenendo monitorata la situazione.”
Maledetti sporchi soldi, sono sempre la causa di tutto
Hai ragione, è incredibile come grazie ai soldi si può fare il bello e il brutto tempo…
Il risvolto sul passato è molto interessante. Ti sei dosata bene per non cadere nella tentazione di dare troppe spiegazioni, ma solo l’indispensabile per far capire come si sono svolti i fatti.
L’atmosfera dark è molto ben dipinta e coinvolgente: come detto da Cristiana, sembra di guardare un ottimo film sci-fi vintage. 👍
Temevo di inciampare negli spiegoni (la mia debolezza), quindi ho dosato le informazioni con il contagocce riservando il “mostrato” per i due capitoli successivi.
Per l’ambientszione mi sono lasciata ispirare da “Non ho bocca e devo urlare” di Ellison, il mio racconto preferito (non potevo non rendergli omaggio).
Cara Mary, ti faccio i miei complimenti: per la tua precisione, per la meticolosità nella scelta dei termini, per l’ordine con cui ti esprimi. Soprattutto, però, per la maniera in cui riesci a tenermi attaccata a quello che scrivi. Ti garantisco che è scritto così bene che sembra di essere comodamente seduti sul divano a guardarsi un ottimo film di fantascienza, dei migliori, quelli anni ’80 con quel sapore vintage che mi piace tanto. Bravissima.
Ciao cara, mi fai sentire orgogliosa di quello che scrivo e mi carichi per poter proseguire. 🖤
L’impatto visivo -ed emotivo- è quello a cui punto, indipendentemente da ciò in cui mi cimento.
È sempre emozionante quando l’impegno viene riconosciuto. 😸
Leggendo di queste mutazioni dove viene conservato il ricordo di essere stati umani, e qiesti organismi sono in grado di cogliere il significato intrinseco della vita, mi viene la pelle d’oca. Sei abilissima nello stare in perfetto equilibrio tra la pura fantasia e un ipotetica realtà, leggo e mi dico: è invenzione che rimarrà tale? O ci sta predicendo il futuro quest’abile ragazza?
Ma la parte bella non è la risposta. È cullarsi nella lettura, e godersi quanto è scritto bene. Brava Mary!
Aspetto sempre i tuoi commenti per sapere cosa ne pensi, scrivendo storie tanto diverse. 😌
Onestamente, mi auguro che i miei restino solo racconti, altrimenti si prospettano guai belli grossi per tutti. 😹
Grazie ancora bellezza. ❤️🔥
Mi piace tantissimo, in questa storia, la sensazione di estraneità al tempo che mi trasmette. Quando hai descritto l’appartamento ricoperto di conduttori, e il corpo disteso sul letto, mi è tornato alla mente un vecchio film di Superman, con Cristopher Reeves, in cui un gigantesco computer costruito in una caverna sotterranea diventava senziente e catturando una persona la ricopriva di chip e materiali elettrici, facendole perdere la propria umanità. Gli effetti speciali, paragonati ad oggi, erano qualcosa di risibile, ciononostante il coinvolgimento era tale da rendere il tutto estremamente immersivo. E’ la stessa cosa che mi succede leggendo questa storia, mi sento coinvolto e, se devo dirtela tutta, non percepisco nemmeno la necessità di troppe spiegazioni, perché sta in piedi da sola indipendentemente dall’antefatto. Molto bella e molto brava.
Non sai quanto mi riempi il cuore di gioia con questo commento! 😻 Il coinvolgimento, per quanto mi riguarda, è fondamentale indipendentemente dal genere.
Ho ben presente la scena che citi e a tal proposito mi viene in mente “Non ho bocca e devo urlare” di Ellison, ma, mi raccomando, da leggere non dopo i pasti: è un racconto per stomaci forti. 😏
Grazie ancora!
Eccellente, Mary. Il tuo modo di scrivere è in costante evoluzione, sia per forma che per stile. Questo episodio è al top dall’inizio alla fine.
Ma Francesco, così mi lusinghi. 😌
Grazie mille! 😸
La storia continua ad essere coinvolgente, con la sua impronta distopica e carica di tensione. Suppongo che ci sia ricercatezza, o quella cosa voluta tra i dialoghi, che passano dalla leggerezza alla profondità, considerando l’atmosfera cupa. Altrimenti sarebbero dissonanti. Le mani macchine mi riportano ai tempi del primo metal gear solid per play station.
Ciao Giuseppe!
In effetti sì, il contrasto tra dialoghi è stato voluto: la storia (soprattutto nei prossimi capitoli) assumerà toni più cupi e toccherà anche un tema abbastanza delicato, motivo per cui ho cercato di smorzare. Già la parte finale di questo episodio in cui Ursula “stacca la spina” -se letta con occhio umano- è abbastanza pesante.
Ho preferito non esagerare.
Ultimo, ma non per importanza, concordo con te per Metal Gear. 🫡
Brava… Ne approfitto per correggere nano-macchine, al posti mani macchine
Ed ecco brillantemente superata la doppia curva pericolosissima dello “spiegone”!
Show, don’t tell. Brava. Tutto chiaro e pronti per il seguito!
Ogni volta mi sembra di fare l’equilibrista con i tacchi a spillo, mi strolico in mille modi per evitare i maledetti “spiegoni”.
Felice di sapere che, dopo tanto impegno, sto imparando a gestirli! 🚀
“Siamo dinnanzi a organismi senzienti che hanno appreso il significato intrinseco della vita, si evolvono e adattano per sopravvivere tanto quanto gli umani. Tutti portiamo il seme dei nostri successori, ora sta a noi decidere come farci da parte.”
Perfetto. Bravissima.
Grazie mille Giancarlo! 😸